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Dare un nome a Bella Bestia. Intervista (in teatro) a Luisa Bosi e Francesca Sarteanesi

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Il teatro è un luogo speciale. È l’accoglienza di una casa senza il televisore in salotto. È la comodità di un giardino senza le zanzare. È la liberta dell’essere senza il dover essere, come ci ricordano Shakespeare, Amleto e un teschio. Il teatro è un luogo perfetto. Talmente perfetto che, nonostante gli stili e gli anni che ha sulle spalle, è ancora uguale a se stesso. Il teatro è un luogo per tutti perché tutti noi, chi prima chi dopo, chi sapendolo chi negandolo, siamo stati e saremo attori e spettatori, come raccontò al mondo, due generazioni fa, il sociologo…

Il teatro è un luogo speciale. È l’accoglienza di una casa senza il televisore in salotto. È la comodità di un giardino senza le zanzare. È la liberta dell’essere senza il dover essere, come ci ricordano Shakespeare, Amleto e un teschio.
Il teatro è un luogo perfetto. Talmente perfetto che, nonostante gli stili e gli anni che ha sulle spalle, è ancora uguale a se stesso.
Il teatro è un luogo per tutti perché tutti noi, chi prima chi dopo, chi sapendolo chi negandolo, siamo stati e saremo attori e spettatori, come raccontò al mondo, due generazioni fa, il sociologo Erving Goffman in un volume che ha fatto storia: “La vita quotidiana come rappresentazione”.
Il teatro è il luogo dove è nato un incontro che le Parole di Stagione hanno avuto il piacere di seguire, quello tra due professioniste toscane del teatro dal marchio docg, se fosse possibile: Luisa Bosi e Francesca Sarteanesi.

Non poteva che essere la perfezione di una casa per tutti, il teatro, in uno spazio geografico che quasi tutti hanno sentito nominare per storia e bellezza, la Val di Chiana aretina – il Teatro Verdi di Monte San Savino, per dirla tutta -, il luogo dove Lucia e Francesca hanno dato gli ultimi ritocchi a Bella Bestia, per uno spettacolo prodotto dalla cooperativa aretina Officine della Cultura che ha debuttato il 4 e 5 luglio al Festival Inequilibrio a Castiglioncello (LI).

claudia federica pacini merliLe Parole di Stagione erano lì perché l’invito era prezioso e perché ci aspettiamo molto da Officine della Cultura e da queste due donne straordinarie, nell’arte e nella ricerca, nella formazione di una cultura teatrale che è cultura dell’umano e dell’umanità, gioco e insieme rivelazione, leggerezza e allo stesso tempo profondità. Erano lì anche per quel dolore intimo e condiviso che sentiamo appartenerci. Il dolore di Bella Bestia, per l’appunto.

L’intervista che segue è stata curata da Claudia Federica Pacini Merli (nella foto accanto), in teatro con me, insieme alle Parole di Stagione, per cercare di dare un nome al dobermann che ci teniamo accanto.

 * * *

rid_Bella Bestia - ph Ilaria Costanzo-8873Da dove nasce Bella Bestia? 

Luisa Bosi: Io e Francesca non abbiamo mai lavorato insieme. Veniamo da percorsi diversi che ogni tanto si incrociavano: lei (Francesca) con Gli Omini, io con Murmuris; lei in un precorso soprattutto di produzione, io in un percorso di organizzazione. È stato un esperimento incontrarci sul palco con i nostri modi di fare, con tutto quello che avevamo dietro.

Francesca Sarteanesi: Era un po’ che dicevamo di fare qualcosa insieme, però nessuna delle due ci credeva. Sarebbe stato bello, ma non ci appoggiavamo su niente. Ad un certo punto abbiamo detto che questo era il nostro momento e questo il nostro spettacolo. Officine della Cultura, insieme ad Armunia, a scatola chiusa, senza sapere niente – neanche noi sapevamo bene cosa stavamo facendo – hanno acconsentito a farne parte. Armunia come residenza e Officine della Cultura come produzione. Questa fiducia ci ha molto gratificate.
Bella bestia lo abbiamo covato, come fanno le galline con le uova, per moltissimo tempo.
Lo volevamo fare da un bel po’ di tempo e soprattutto volevamo lavorare insieme da tanto. L’occasione si è presentata con due eventi nella nostra vita che abbiamo avuto improvvisamente il desiderio e il bisogno di fermare. Due eventi comuni, che appartengono più o meno a tutti.
Volevamo capire cosa era successo, cosa ci era successo.
Partendo da due cose piccole della vita reale abbiamo preso le distanze per arrivare a costruire uno spettacolo che oggi vede in scena due personaggi distanti da noi e dalle nostre storie.

Cosa è la Bella Bestia?

Francesca: Bella Bestia è il titolo dello spettacolo. È quella cosa che tutti noi abbiamo attorno. È quell’animale domestico che abbiamo sempre vicino, come un cagnolino che ami e che ti sembra dolcissimo e un giorno, mentre lo accarezzi, si gira verso di te e ti morde e tu, invece di portarlo a sopprimere, prendi la mano che ti è rimasta e continui ad accarezzarlo.

Come è nato il titolo?

Luisa: Il titolo ha origine da un frammento del copione che abbiamo scritto, un frammento che adesso non c’è più. Faceva parte del nostro file in cui scrivevamo dei pezzi, dove ci facevamo domande o scrivevamo in contemporanea. In una parte in cui stavamo descrivendo un evento che ci è accaduto abbiamo detto: «Questa cosa è una bella bestia!».
Quel frammento non esiste più, come tanti altri. Però è rimasta la frase che è stata davvero istintiva. Non ci siamo interrogate molto sul titolo. Bella bestia faceva parte del flusso delle nostre parole quando dovevamo raccontare cosa ci fosse accaduto e quando dovevamo dare una definizione al dolore che stavamo provando.

rid_Bella Bestia - ph Ilaria Costanzo-8918Quali sono le tematiche che vengono affrontate?

Francesca: Una delle questioni è legata maggiormente ad un evento fisico, reale, qualcosa che succede al corpo. L’altra è invece legata a un evento che riguarda la libertà di pensiero, quindi il poter costruire su degli eventi piccoli della vita delle paranoie interminabili.
L’obiettivo più grande è stato dare vita ad un dialogo. Fondere il tutto per far sì che sia difficile riconoscere chi sta parlando di cosa.

Luisa: In generale non abbiamo scelto un tema e deciso di parlare di quel tema. Siamo partite da alcuni fatti che ci raccontavamo e che sentivamo l’esigenza di riportare sulla carta. Erano discorsi che ci dicevamo, telefonate, momenti di scambio reali. Le tematiche sono venute a galla quasi attraverso un procedimento induttivo. Facevamo degli esempi e poi alla fine ci siamo rese conto che stavamo parlando di dolore, che stavamo parlando del tempo che non c’è più, stavamo parlando del fatto che non riusciamo a comunicare. Sarà uno spettatore, un giornalista che verrà e avrà voglia di soffermarsi a pensare quello che ha visto, che ci dirà i temi di cui abbiamo parlato.
Siamo partite fermando il tempo, correndo dietro a quello che ci succedeva e poi l’abbiamo sorpassato. Lo spettacolo debutta più di un anno dopo rispetto al punto di partenza che ci ha fatto muovere.

Francesca: Abbiamo voluto fare questa cosa perché ci siamo rese conto che le Belle Bestie siamo noi stesse, in primis. Succede qualcosa e poi ci chiediamo, increduli, cosa abbiamo realmente detto, pensato. È stato come mettere mano a una sorta di puzzle dove poi ci si ferma, si guarda indietro e si pensa a quello che è accaduto.

rid_Bella Bestia - ph Ilaria Costanzo-8812In merito al pubblico a chi volete riferirvi? 

Luisa: Questo è un grande tema. È una domanda che si pone spesso l’operatore, cioè chi gestisce un teatro e programma uno spettacolo, chiedendosi a chi può indirizzarlo.
Anche l’artista si pone questa domanda ma in modo diverso. Noi abbiamo il grande problema di essere dentro e fuori perché in questo caso Bella bestia è uno spettacolo di Luisa e Francesca e con Luisa e Francesca, quindi non c’è una regia esterna. Lo facciamo guardandoci.
Ovviamente pensiamo al pubblico, mentre siamo sul palco. Pensiamo a come possa arrivare ciò che interpretiamo. Inoltre diciamo cose che noi sappiamo, quindi non facciamo riferimento a terzi, a Romeo e Giulietta, ma a qualcosa di Luisa di mesi fa o Francesca di tempo prima. Questo problema ce lo poniamo, ma è solo un problema di trasmissione, non di categoria. Noi lo spettacolo lo pensiamo per tutti, perché in continuazione ci guardiamo da fuori. Chi pensa ad una categoria in particolare a parer mio commette un errore. Gli spettacoli più belli per il teatro ragazzi sono quelli per tutti, sono quelli che non sono pensati solo per i bambini come un teatro che è già categorizzato prima.

Francesca: Io credo che, a prescindere dal fatto che questa volta siamo partite da eventi reali – come il mio lavoro che spesso parte da vite reali, dalla vita delle persone, perché è attraverso questo che si può capire di cosa e come parlare al pubblico – la scommessa più bella sia capire come arriva quel filtro che si sta mettendo sul palco. Questa è la cosa che a me interessa di più. Non è il fatto privato in sé che separa me dal pubblico, ma è il fatto di cercare le parole e cercare una connessione con il pubblico, capire cosa voglio far arrivare, anche se appunto parlo di Romeo e Giulietta. Quindi, a prescindere dal tema di cui si sta trattando, la cosa fondamentale che l’artista deve fare è trovare un gancio, il suo personale, che connetta con il pubblico, non che disconnetta. Ci deve essere un modo di raccontare che è diverso dal racconto di qualsiasi altra persona o artista.

Luisa: Se così non fosse, il teatro, l’arte in generale, non servirebbe a niente. Il teatro però ha la grande fregatura che tu sei lì mentre le cose accadono. Se quel gancio non è stato creato si è soli sul palco, ed è solo anche il pubblico, e così non serve a niente, anzi si è fatto solo un danno!

rid_Bella Bestia - ph Ilaria Costanzo-8772Quali difficoltà avete incontrato nel costruire questo spettacolo e quali pensate ci possano essere in futuro?

Luisa: Più che una difficoltà, la domanda su cui abbiamo lavorato è come fare di Quella Storia, una storia comune, non la nostra. Questo è stato l’aspetto più importante. Io, ad esempio, non avevo mai lavorato direttamente in questo modo. Siamo Luisa e Francesca, ma Luisa e Francesca rispetto a cosa? Dopo quanto tempo? Mentre stiamo facendo cosa?
Per quanto riguarda le difficoltà che incontreremo in futuro… non lo sappiamo. Speriamo però  che ci siano per avere l’occasione di innovare senza cadere nell’automatico. Per adesso c’è solo una grande voglia di debuttare. Abbiamo avuto così tanto in mente cosa penserà il pubblico che abbiamo voglia di capire cosa succederà in quel momento lì.

Francesca: come difficoltà, come tutte le cose che nascono, ci poniamo il problema di come può  andare, che piega possa prendere. Io oggi sono contentissima del lavoro, se poi ci dovessimo rendere conto che davanti al pubblico non riusciamo a trovare quel gancio faremo come un quadro che in salotto non ci sta più bene e si porta in cantina. Non sono il tipo che si aggrappa con i denti e con le unghie se mi rendo conto che una cosa non ha funzionato.
Se però non si sperimenta è inutile fare questo lavoro, quindi è bello vedere cosa accade sul momento. Non mi aspetto nulla.

Quale sogno e quale soddisfazione volete raggiungere con questo spettacolo? 

Francesca: Dopo dodici-tredici anni che faccio questo lavoro, la cosa più bella è quando finisci lo spettacolo e ti rendi conto che meglio di così non poteva andare.

Luisa: La soddisfazione più grande per noi è che ci vengano a dire che abbiamo fatto un bellissimo lavoro.
La grande soddisfazione, anche se non so se sia la più grande, è che ognuno trovi un pezzettino di sé. L’altra soddisfazione, che non nego, sarebbe di replicare lo spettacolo cento volte al giorno, perché questo è il problema del teatro oggi: anche chi ha fatto capolavori ha replicato solo dieci volte, per diversi motivi… ed erano capolavori! Vorrei che questo spettacolo non incontrasse questo problema.

@GianniMicheli

[fonte immagini: Officine della Cultura / foto di Ilaria Costanzo]

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