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I Capuleti e i Montecchi di Vincenzo Bellini in scena a La Fenice di Venezia

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Da mercoledì 14 gennaio 2015, dopo il Premio Stelle della Fenice nel Mondo consegnato al prof. PierFranco Conte, al Teatro La Fenice la tragedia lirica in due atti I Capuleti e i Montecchi, composta da Vincenzo Bellini per il teatro veneziano, dove debuttò l’11 marzo 1830. Basata su un libretto di Felice Romani tratto dal suo precedente Giulietta e Romeo del 1825 per Nicola Vaccai, l’opera racconta la storia dei due amanti veronesi partendo non da Shakespeare bensì da fonti drammatiche italiane (Luigi Scevola, Giuseppe Morosini, Cesare della Valle e Filippo Huberti) e francesi (Jean-François Ducis), e costituisce una delle…

logo-LaFeniceDa mercoledì 14 gennaio 2015, dopo il Premio Stelle della Fenice nel Mondo consegnato al prof. PierFranco Conte, al Teatro La Fenice la tragedia lirica in due atti I Capuleti e i Montecchi, composta da Vincenzo Bellini per il teatro veneziano, dove debuttò l’11 marzo 1830. Basata su un libretto di Felice Romani tratto dal suo precedente Giulietta e Romeo del 1825 per Nicola Vaccai, l’opera racconta la storia dei due amanti veronesi partendo non da Shakespeare bensì da fonti drammatiche italiane (Luigi Scevola, Giuseppe Morosini, Cesare della Valle e Filippo Huberti) e francesi (Jean-François Ducis), e costituisce una delle partiture belliniane più ricche di sfoghi lirici memorabili, capolavoro di dolcezza melodica ed espressività nell’intonazione del testo poetico.
Dopo le riprese ottocentesche del 1832, 1835 e 1840 e quelle novecentesche, del 1973 e del 1991, il Teatro La Fenice riproporrà l’opera in un nuovo allestimento coprodotto con la FonmontecchiEcapuleti3dazione Arena di Verona, che l’ha presentato nel novembre 2013 al Teatro Filarmonico, e con l’Opera Nazionale Ellenica di Atene, con la regia di Arnaud Bernard, le scene di Alessandro Camera, i costumi di Carla Ricotti e le luci di Fabio Barettin.
Omer Meir Wellber dirige l’Orchestra e il Coro del Teatro La Fenice quest’ultimo istruito dal Maestro Claudio Marino Moretti, e un cast formato dal basso Rubén Amoretti nel ruolo di Capellio, dai soprani Jessica Pratt in alternanza con Mihaela Marcu in quello di sua figlia Giulietta, dai mezzosoprani Sonia Ganassi e Paola Gardina in quello, en travesti, di Romeo, dai tenori Shalva Mukeria e Francesco Marsiglia in quello del rivale Tebaldo e dal basso Luca Dall’Amico in quello del medico di casa Capuleti Lorenzo.
La prossime recite saranno stasera, alle 19.00, sabato 17 gennaio e domenica 18 alle 15.30, e martedì 20 gennaio alle 19.00. La serale di questa sera e la pomeridiana di domenica 18 rientrano rispettivamente nelle iniziative «La Fenice per la città» e «La Fenice per la provincia», riservate ai residenti nel comune e nella provincia di Venezia e organizzate in collaborazione con le Municipalità e con l’amministrazione provinciale.

Condizionati da una tempistica assai stretta (poco più di un mese) prevista dal contratto veneziano firmato nel gennaiomontecchiEcapuleti 1830 durante le prove per la première lagunare del Pirata, I Capuleti e i Montecchi di Vincenzo Bellini andarono in scena alla Fenice l’11 marzo 1830 con successo straordinario e duraturo, nonostante la stesura insolitamente rapida per gli standard del compositore, ampiamente basata sulla tecnica dell’autoimprestito.
Autore del libretto, come delle successive Sonnambula e Norma, fu, come abbiamo detto, Felice Romani, che per abbreviare il più possibile il lavoro di composizione sfrondò al massimo, con grande efficacia drammaturgica, un libretto (Giulietta e Romeo) scritto cinque anni prima per Nicola Vaccai, giustificando le ellissi narrative con una suddivisione dell’azione in quattro parti narrativamente autonome (l’inutile proposta di pace di Romeo ai Capuleti e l’invito a Giulietta a fuggire con lui; l’attacco armato dei Montecchi per impedire le nozze di Giulietta con Tebaldo; la falsa morte di Giulietta e la disperazione di Romeo e Tebaldo; la morte dei due amanti nella cripta dei Capuleti) e limitando il cast a un terzetto di protagonisti (Giulietta, Romeo e Tebaldo) più una coppia di comprimari (Capellio e Lorenzo). Fonte del soggetto non fu la tragedia di Shakespeare, poco conosciuto allora in Italia, bensì la tradizione letteraria francese e italiana, e in particolare la tragedia settecentesca di Jean-François Ducis e quelle primo ottocentesche di Luigi Scevola, Giuseppe Morosini, Cesare della Valle e Filippo Huberti, che sulla struttura della novella bandelliana (di cui è mantenuto il tragico ingranaggio finale, dal filtro in poi) innestarono temi quali il dovere filiale di Giulietta, l’irremovibilità di Capellio, le doti politiche e guerresche di Romeo, la rivalità tra Romeo (mezzosoprano en travesti) e Tebaldo (tenore). Il messaggio di quest’opera è ben spiegato dal Maestro Omer Meir Wellber in questa intervista

 

Quanto alla musica Bellini, erede di una prassi comune fino a Rossini e Donizetti, mise a frutto l’esercizio di composizione di ‘solfeggi’ (ovvero melodie vocali prive di testo ma ben strutturate, da tenere ‘in selva’, ossia nel cassetto, in previsione di un futuro utilizzo) intensamente praticato nella classe di Zingarelli al Conservatorio di Napoli, e riciclò una parte consistente del materiale melodico della precedente Zaira, scomparsa subito dalle scene dopo l’infelice debutto parmense del 16 maggio 1829, adattandolo con mirabile opera di rielaborazione alle nuove esigenze drammatico-testuali. Dopo gli esiti deliberatamente sperimentali della Straniera (febbraio 1829), nei Capuleti Bellini recuperò la squisita morbidezza lirica della condotta melodica del Pirata e di Bianca e Fernando, calandola in una dimensione patetico-elegiaca che privilegia duetti e numeri solistici sui brani d’insieme. Pervasi da una struggente vena melodica e improntati a un’attenta intonazione del testo poetico, I Capuleti e i Montecchi costituiscono così un unicum nella parabola creativa belliniana. Se infatti nell’attribuzione dei ruoli principali a una coppia di voci femminili e in un certo schematismo delle strutture musicali – dovuto anche, fatalmente, alla fretta – l’opera segna il momento di maggior accostamento alle convenzioni formali del melodramma rossiniano, altri elementi, quali la calibrata concentrazione della materia narrativa oppure la dosata miscela nel canto tra espressione drammatica e morbida coloratura, preludono, per contro, agli esiti superbi dei capolavori più tardi.
Redazione di ArtInMovimento Magazine

[Fonte delle immagini: teatrolafenice.it]

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