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Al Regio di Torino un intenso “Macbeth” a tinte metafisiche

Al Regio di Torino un intenso “Macbeth” a tinte metafisiche

Da martedì 24 febbraio è in scena, presso il Teatro Regio di Torino, un imponente allestimento di Macbeth di Giuseppe Verdi, tratto dall’omonima tragedia di William Shakespeare, che porta la firma di Riccardo Muti e della figlia Chiara Muti. Quella della Muti è una versione di Macbeth a tinte spettrali, in cui i giochi di luce e ombre giocano

Da martedì 24 febbraio è in scena, presso il Teatro Regio di Torino, un imponente allestimento di Macbeth di Giuseppe Verdi, tratto dall’omonima tragedia di William Shakespeare, che porta la firma di Riccardo Muti e della figlia Chiara Muti.

Quella della Muti è una versione di Macbeth a tinte spettrali, in cui i giochi di luce e ombre giocano un ruolo fondamentale: è un esempio di teatro intenso e contemporaneo, capace di restituire tutta l’ambiguità e la vertigine morale del dramma shakespeariano filtrato da Giuseppe Verdi, con delle pennellate mistiche e metafisiche. Il tutto si consuma su una scena unica, definita da una mezza luna – che offre un’idea di caverna che marca e definisce i confini – e posta in diagonale a ricordare la bordatura di un vulcano, con tratti metafisici, definita dalla stessa regista una landa perduta dell’inconscio. Si assiste, difatti, a una profonda introspezione psicologica compiuta dallo stesso protagonista, una sorta di parabola nella coscienza in cui visioni, colpa e desiderio deformano la percezione della realtà, un vero e proprio viaggio nella psiche da cui emergono, in termini allucinatori, i suoi irrisolti dell’infanzia che si proiettano sulle incertezze personali e professionali del regnante e si manifestano sui tanti crimini compiuti insieme alla moglie. A questo rimandano la presenza dei bambini, quella fragile purezza che necessita di essere presa in carico, guardata, attenzionata. È piccolissimo il figlio di Banco che riesce a fuggire all’agguato, costruito alla perfezione con delle lastre triangolari di vetro; è una bimba a offrire, nel primo atto, una rosa rossa a Macbeth e una bianca a Banco. Veramente validi e ben curate le movimentazioni delle masse e anche i momenti diadici o solistici. Intensa è la rappresentazione, soprattutto nella seconda e ultima interrogazione, delle streghe: la costruzione è molto immersiva e invita a un’immedesimazione aprendosi, in modo sottile, al pubblico che diviene spettatore e attore al contempo. Altrettanto ben realizzata la ricerca di profondità coscienziale offerta dalla presenza del cerchio nell’ultimo atto: è il confine tra la vita e la morte, tra il dato di realtà e l’immaginazione. È oltre quello che si consuma il suicidio di Lady Macbeth, ormai vittima della pazzia dovuta ai sensi di colpa, ed è sempre in quello spazio che consapevole perderà la vita Macbeth per mano di Macduff, il non nato da donna.

Per raggiungere tale intensità scenica, risulta fondamentale il contributo delle altre maestranze tecnico-artistiche. In primis, la magnificenza delle scene firmate da Alessandro Camera, la bellezza e la pertinenza dei costumi curati da Ursula Patzak, l’efficace coreografia di Simone Valastro e, soprattutto, le luci di Vincent Longuemare che contestualizzano ogni atto, danno profondità, immersività e consentono il rapporto dialogico tra verità e allucinazione come manifestazione di luce e ombre: notevoli sono gli effetti video dell’acqua che offrono dinamismo alla scena e i bagliori generati dalla presenza dei riflessi su specchi, scudi e armature, richiami al risveglio per quelle menti che si stavano perdendo dietro le peregrinazioni illusorie.

Passando alla parte musicale, magistrale risulta la direzione del Maestro Riccardo Muti. Il suo lavoro di ricerca sulle radici della partitura verdiana, la sua attenzione al dettaglio e alla pulizia esecutiva, la sua analisi chirurgica della drammaturgia dell’opera, la sua compostezza e chiarezza di intenti emergono in modo prorompente, portando gli orchestrali del Regio di Torino a una performance pregevole e intensa. Piena di chiaro-scuri, costellata da virtuosismi solistici e di insieme, raggiunge dei climax impressionanti che ipnotizzano. Grande attenzione Muti ha dato al rapporto tra la buca, i solisti e il Coro. Quest’ultimo, istruito dal maestro Piero Monti, dà prova di una meravigliosa concertazione, imponendosi come contributo di elevata bellezza.

Passando, invece, al cast si ravvede dal punto di vista interpretativo, nonostante tutte siano belle voci, uno stato ancora troppo acerbo per il confronto con tale opera che necessita, a nostro avviso, di grande esperienza.
Buona la prova di Luca Micheletti che rende, con straordinaria intensità scenica, il ruolo di Macbeth. Ottima tecnica, perfetto fraseggio, vocalità luminosa, timbro caldo, grande agilità di movimento nel proprio registro, sempre pertinente nel ricorso alle mezze voci e alla finezza espressiva. A volte, però, pare indietreggiare nella tenuta degli acuti. Probabilmente è il vigore che ancora va maturato in lui, quella potenza vocale che il ruolo richiede a dover essere totalmente interiorizzata.

Il baritono di rara bellezza viene affiancata da una solidissima Lidia Fridman che incarna, con pathos e assoluta aderenza al personaggio, la perfidia femminile. Il suo temperamento scenico, il suo magnetismo e la sua espressività rispondono pienamente a quanto Verdi aveva previsto per il complesso personaggio di Lady Macbeth. In questo soprano ritroviamo una cupezza vocale che le consente di rendere il registro grave e centrale in modo eccelso, ma anche una particolare vivacità vocale con cui svetta nel registro acuto, senza temere le insidie di aree come La luce langue. Buono il suo fraseggio e magistrale la sua tecnica.

Maharram Huseynov veste con efficace piglio scenico i panni di Banco, ma, nonostante il bel colore, la sua esecuzione vocale risulta solo corretta giacché non pare possedere ancora quell’ampiezza da basso richiesta dal ruolo verdiano.

Resta nel complesso poco efficace e opaca l’esecuzione di Giovanni Sala nei panni di Macduff, nonostante se ne riconoscano un buon fraseggio, una grande musicalità e un’opportuna attenzione ai segni espressivi presenti.
Convincente, a nostro avviso, è la performance di Chiara Polese (Dama di Lady Macbeth), dalla voce luminosa e ben proiettata. Altrettanto valide sono le prove di Luca Dall’Amico (il Medico) e di Riccardo Rados (Malcolm), sempre pertinenti. Completano il cast Eduardo Martínez (Un domestico di Macbeth), Tyler Zimmerman (Il sicario), Daniel Umbellino (L’araldo), Mattia Comandone e Lorenzo Battagion, nei panni della Prima Apparizione, della Seconda e della Terza apparizione.

In sintesi uno spettacolo intenso, visionario, introspettivo, immersivo e ben costruito, ancora in recita l’1, il 3, il 5 e il 7 marzo anche se sempre in sold out da giorni prima della generale.
Annunziato Gentiluomo

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