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Antonio Mazzitelli: Chevalier dell’Ordre des Coteaux de Champagne

Antonio Mazzitelli: Chevalier dell’Ordre des Coteaux de Champagne

Nel suggestivo scenario del Castello Feudale di Ardore, il 14 agosto scorso, all’interno dell’iniziativa Calici al Castello, ho avuto la possibilità di conoscere Antonio Mazzitelli, nato a Roma il 30 giugno 1967, relatore di un evento nell’evento. Tropea me genuit, Romae natus sum gli piace affermare. Da protagonista autorevole del panorama enologico italiano qual è,

Nel suggestivo scenario del Castello Feudale di Ardore, il 14 agosto scorso, all’interno dell’iniziativa Calici al Castello, ho avuto la possibilità di conoscere Antonio Mazzitelli, nato a Roma il 30 giugno 1967, relatore di un evento nell’evento. Tropea me genuit, Romae natus sum gli piace affermare. Da protagonista autorevole del panorama enologico italiano qual è, ha proposto con grande competenza e sensibilità, una masterclass dal titolo Syrah: mille suoli, mille sfaccettature, facendo scoprire ai presenti come uno stesso vitigno possa raccontare identità diverse attraverso il dialogo tra suolo, clima, tradizione e sensibilità produttiva.
Il professor sommelier Antonio Mazzitelli, concepito a Tropea e nato e vissuto a Roma, è uomo di cultura, poeta, viaggiatore e raffinato divulgatore del vino.

Consigliere Nazionale della FISAR, enografo e docente di grande esperienza, Antonio Mazzitelli ha dedicato la propria vita all’insegnamento, prima come professore di italiano, latino e greco presso il prestigioso Liceo Classico “Augusto” di Roma e, successivamente, trasformando la passione per il vino in una vera missione culturale.
Il suo percorso lo ha condotto fino alla Borgogna, terra del Pinot Nero, dove ha approfondito gli studi presso l’Ecole des Vins de Bourgogne, dando inizio a un cammino che lo avrebbe reso uno dei più apprezzati formatori e divulgatori del settore.

Docente FISAR, autore, relatore e instancabile narratore del vino, Mazzitelli è conosciuto per la capacità di unire rigore tecnico, sensibilità umanistica e straordinarie doti oratorie, trasformando ogni degustazione in un viaggio tra territori, culture e storie di uomini.
Definito “Chevalier” dell’Ordre des Coteaux de Champagne per il suo impegno nella promozione della cultura enologica, ha guidato negli anni numerose masterclass dedicate ai grandi vitigni internazionali e italiani, contribuendo alla formazione di generazioni di appassionati e professionisti.


Siamo riusciti a intervistarlo e quanto segue è quello che ci ha raccontato.
Prima di rispondere alle domande che mi farai, è doverosa da parte mia una precisazione. Chevalier non è un nome comune, ma una carica all’interno di una molto importante, confraternita, francese, diciamo, relativa al mondo vitivinicolo, ma più in generale al mondo culturale francese. Sarebbe una carica all’interno dell’Ordre des Coteaux de Champagne, sotto il diretto controllo dell’Eliseo. Quindi un qualcosa che in Francia è considerato veramente molto molto importante e raramente danno questa carica a personaggi che non siano francese insomma. Siamo un migliaio di persone in tutto il mondo: la maggioranza francese, ci sono molti inglesi, ma anche moltissimi giapponesi che sono grandi “nasi”, quindi comunque una carica all’interno di una confraternita francese molto importante.

Quando e in che modo ha avvertito la chiamata a divenire enografo e divulgatore del vino?
Riguardo la chiamata, beh, in realtà io sin da adolescente avevo la passione per il vino, un mondo che mi è sempre interessato, fin da quando ero liceale. Quando i miei amici uscivano in panineria e bevevano birra, io mi prendevo il calice di vino. Quindi l’ho sempre approfondito.
Dopodiché quando ho cominciato l’insegnamento, contemporaneamente approfondivo la materia, mi sono diplomato all’Ecole des Vins de Bourgogne a Beaune e quando deciso di lasciare l’insegnamento di Italiano, Latino e Greco, diciamo che avevo il secondo lavoro, il piano B pronto.
Ho sfruttato quello che fino ad allora era rimasto un hobby, una passione, a livello commerciale. Ho cominciato prima ad aprire una piccola distribuzione, poi, per armonizzare il diploma di  Beaune, mi sono iscritto alla FISAR, ivi mi sono sono diplomato. Poi la  FISAR mi ho chiamato ad insegnare e ho cominciato la mia carriera di docente all’interno. 
Poi ho aperto un negozio, l’enoteca di vini, poi ho cominciato a scrivere articoli, libri… Insomma la cosa si è ingrandita, ed è diventato il mio lavoro.

Ogni volta che è invitato a parlare della sua grande passione, il vino, come si prepara e che emozioni vive?
Allora, in realtà ora la dico grossa: non mi preparo. Nel senso che da tantissimi anni sono docente e penso di conoscere la materia più o meno a 360 gradi.
Il non preparare quella lezione precisa fa sì che la lezione sia molto genuina, che abbia il pathos e l’afflato giusto. Sono pronto a ricevere tutte le domande e a me piace molto riceverle. La mia lezione, infatti, deve — io spero sempre — risolversi in un dibattito.
Quindi, il fatto di non preparare quella specifica lezione, quella precipua lezione, per me è un plus, non un minus.

E rispetto alla presentazione, quindi PowerPoint, non prepara niente?
Assolutamente nulla. È temporaneo per le lezioni di enografia specifiche: posso proiettare delle cartine, chiaramente. Per la lezione inerente alla legislazione, sì, perché ci sono le leggi e, diciamo, gli allievi, poverini, riescono in questo modo ad avere un supporto, perché è una lezione molto specifica.
Per il resto no. Parlo a braccio, io sono avvezzo alla parola, sono della vecchia guardia. Quindi, se posso evitare slide, presentazioni e video, lo faccio volentieri. Arrivo a descrivere i luoghi geografici con le mani.

A suo avviso, qual è l’attuale situazione enologica italiana? Il nostro Bel Paese si sta ancora imponendo a livello internazionale?
Sì, siamo i più importanti produttori quantitativamente al mondo. Quest’anno, ancora, chiaramente le vendemmie sono in atto e sono molto anticipate. Quest’anno dovrebbe essere una vendemmia tra i 42 e i 44 milioni di ettolitri, rispetto ai francesi, che da un po’ di anni sono scesi sotto i 40 milioni. Gli spagnoli ancora meno.
Quindi, a livello quantitativo, non ci sono problemi. Forse il problema è proprio questo: la quantità. Probabilmente si produce troppo in un momento in cui il vino sta vivendo una contrazione dei consumi.
Da una parte rientra nella contrazione generalizzata di tutti i consumi; dall’altra è specifica del vino. Il vino ha ricevuto un attacco concentrico, per esempio, dalla nuova ondata dei nutrizionisti che lo hanno messo in una sorta di “riserva indiana”, sostenendo che sarebbe meglio non berlo mai.
Molti esperti del settore, quindi medici, ex virologi, eccetera, affermano addirittura che sia dannoso anche l’uso sporadico o l’uso quotidiano moderato del vino.
E quindi il vino ha ricevuto comunque una forte contrazione. Produrre 43, 44 o 45 milioni di ettolitri, secondo l’annata, è comunque tanto. Però, davanti alla natura, non è che l’uomo comandi più di tanto: il vino è qualcosa che dipende moltissimo da fattori naturali, quali la siccità, le grandinate, le gelate, eccetera.
Quindi ci troviamo con un eccesso clamoroso di denominazioni, che ormai fioriscono ogni anno: ogni anno nasce una denominazione in più. C’è un eccesso di sperimentazione, soprattutto con i vitigni internazionali. Insomma, ci sono dei problemi.
Dal punto di vista qualitativo e quantitativo, però, possiamo dire che siamo tra i top al mondo insieme a Francia, Spagna e Germania.
Attenzione, però, perché c’è il Nuovo Mondo e c’è il Mondo nuovissimo. C’è il Sudafrica, c’è l’Australia, c’è la Nuova Zelanda con i suoi clamorosi Sauvignon. Il terreno di gioco non è più Italia-Francia: il terreno di gioco è tutto il mondo, adesso.
Tra l’altro, con il cambiamento climatico si è allargata l’area della vigna. Pensiamo ai grandissimi spumanti metodo classico prodotti in Inghilterra, alle vigne inglesi del sud dell’Inghilterra, per fare un esempio.
I problemi ci sono, però è chiaro che il vino rimane un asset italiano spettacolare. Tra vendite nazionali, export e indotto, siamo a cifre di diversi miliardi e miliardi di euro. Quindi è qualcosa di estremamente importante.

E rispetto, invece, alla distribuzione nelle varie regioni?
La distribuzione è completamente incostante, quindi ci sono regioni che producono moltissimo e hanno, per esempio, uno sbocco nella GDO, nella grande distribuzione organizzata.
Pensiamo alla Puglia, che produce tantissimo, in grandissima parte con una produzione di qualità e con una parte che va nella GDO. Normalmente anche la Sicilia ha una produzione incredibile.
Ci sono regioni che producono molto di meno anche per la conformazione morfologica del territorio: la Valle d’Aosta, la Liguria, per esempio, hanno vini ricercatissimi e una nicchia tutta loro.
Quindi è completamente frammentata e ricalca la conformazione dell’Italia: un Paese molto, molto montuoso e collinare. Non c’è una distribuzione omogenea.

Possiamo pensare alle tre regioni dove c’è il vino migliore dal punto di vista qualitativo?
No, qui ti sorprenderò: tutte le regioni italiane vantano vini di qualità.
Tutta l’Italia. Rispetto alla Francia, che ha regioni vitivinicole storiche sempre ben definite — Borgogna, Bordeaux, Jura, Champagne, Provenza, Linguadoca-Rossiglione — l’Italia è completamente diversa.
Sono sempre quelle dieci-undici regioni storiche e non si può fare vino dappertutto in Francia. Dove non si può fare vino, si coltivano ortaggi o ci sono altre produzioni.
In Italia no. L’Italia, per ragioni storiche, antropologiche e socioeconomiche, è stata spezzettata fino al 1870. Ogni regione ha le sue uve, i suoi vini, i suoi vini bianchi e rossi, i suoi passiti. Tutte le regioni italiane sono le migliori nel loro peculiare contesto.
E finalmente qui entriamo anche noi: anche la Calabria entra tra le migliori.

E quindi, la Calabria come si sta distinguendo negli ultimi anni nel panorama italiano?
Ah, ecco, parliamo della Calabria. La Calabria è incredibile. L’incredibile della Calabria è stato il tempo, la tempistica.
In pochissimi anni, quindi parliamo di un lustro, la Calabria è passata dall’essere una delle ultime regioni vitivinicole italiane per ricerca della qualità, per una serie di ragioni, a essere incredibilmente sulla bocca di tutti. In questo momento tutti parlano dei vini calabresi.
Molte cantine sono state prese in mano dai giovani, molte sono state create proprio da giovani. Sono ragazzi in gamba che hanno studiato in Francia o nelle migliori scuole enologiche italiane. E hanno, innanzitutto, ritrovato il territorio.
Hanno riconosciuto e reinterpretato un territorio che è un patchwork di suoli, un patchwork di ventilazioni e un mosaico meraviglioso di terroir, come dicono i francesi.
Dopodiché hanno reimpiantato, salvato o ritrovato i vitigni: il Pecorello, il Mantonico, alcuni biotipi di Greco, la Guarnaccia, alcune Malvasie incredibili. E hanno creato dei vini veramente, finalmente, di nuovo eccezionali.
Dico “di nuovo” perché ricordiamoci che i Greci, che sbarcarono a Capo Bruzzano nell’VIII secolo avanti Cristo, definirono questa regione “Enotria”, perché la definirono l’Eden, il paradiso del vino. È quindi la terra del vino: come se qui, dove c’era il vino, non ce ne fosse da nessun’altra parte al mondo.
E anche nella nostra matematica abbiamo testi letterari che lo affermano: non ci inventiamo niente.
Di nuovo siamo di fronte a una nuova ondata di vini calabresi meravigliosi. C’è di tutto.
Io tengo una lezione di enografia sulla Calabria che dura più di un’ora e bisogna tenerla stretta, perché abbiamo tantissimi territori: il Pollino, il Vibonese, il Catanzarese, la Locride, il Reggino, il Cirò e il Bivongi, e chi più ne ha più ne metta.
È una regione enorme e, veramente, siamo sulla bocca di tutti.
L’Ente Fiera Verona, cioè l’ente che organizza il Vinitaly, sono ormai quattro anni che presenta i vini calabresi. Quest’anno ha fatto una doppia iniziativa e ha organizzato una manifestazione meravigliosa a Reggio Calabria.
Quindi una doppia manifestazione a cura dell’Ente Fiera Verona: una cosa molto seria e un grande riconoscimento. Ci sono stati grandissimi riconoscimenti e premi internazionali. È qualcosa di incredibile.

I processi legati alla globalizzazione come hanno inciso sulla filiera del vino?
Hanno inciso moltissimo.
Fino a qualche tempo fa, diciamo fino a qualche secolo fa, i vitigni e i vini giravano sulle gambe dei soldati e dei marinai.
La globalizzazione ha permesso innanzitutto di trasmettere informazioni praticamente in tempo reale. Chiunque voglia fare vino si collega con un qualsiasi sito e trova tutte le istruzioni possibili e immaginabili.
C’è poi l’esportazione e la comunicazione, ad esempio, di chi produce le macchine per fare il vino: pigiatrici, diraspatrici, botti, anfore. C’è tutta una serie di macchinari le cui informazioni d’uso girano in tempo reale.
E poi gli stessi viticoltori: tutte le regioni stanno sperimentando il cosiddetto vitigno internazionale.
Quindi il Lazio sperimenta il Sauvignon Blanc, piuttosto che il Tempranillo, il Cabernet e così via. In Calabria c’è stata l’introduzione del Cabernet Franc, del Cabernet Sauvignon, del Syrah e dello Chardonnay, per esempio.
Il Veneto produce Malbec e così via. Addirittura in Piemonte, il monolitico Piemonte del Barolo e del Nebbiolo, troviamo tradizioni di Riesling renano, Sauvignon, eccetera.
Quindi, in realtà, la globalizzazione incide anche sull’esportazione. L’export del vino italiano è stato sicuramente favorito dalla globalizzazione. Tutti gli Stati del mondo vogliono vino italiano.
A Londra si beve Prosecco italiano e da noi, per esempio, c’è una grossa importazione di vini francesi, tedeschi e spagnoli. La Spagna beve vino italiano e noi beviamo vino spagnolo: anche la globalizzazione incide in questo senso.

E la Romania?
La Romania è particolarmente adatta a fare vino. Adesso hanno comprato terreni sia produttori italiani sia produttori francesi.
Stiamo quindi sfruttando un clima che, anche grazie al cambiamento climatico, è diventato eccezionale, con suoli magnifici.
Vedremo. Per il momento ci sono grosse produzioni, però per il vino di qualità forse deve ancora arrivare una certa tradizione.
Il vino rumeno e il vino ungherese, che hanno una tradizione molto più consolidata, sono ottimi, per esempio. Anche il vino moldavo. In tutta l’Europa dell’Est, in realtà, ci sono realtà interessanti. La Bulgaria si sta muovendo con l’acquisto di terreni da parte di grossi imprenditori italiani.
Quindi c’è tutto un mondo che si sta muovendo, in un mondo molto liquido.

E il mercato online rispetto alle enoteche che consentivano un minimo di presentazione del prodotto?
Sì, il mercato online del vino è in espansione. Quindi l’online sicuramente crescerà ancora per un po’ di tempo.
Allora, a me ha affascinato molto: io e mia moglie abbiamo un’enoteca – Vini Vizi & Virtù – nel quartiere Prati di Roma, precisamente in piazza dell’Unità, 15. Siamo due titolari di una piccola enoteca di ricerca e di nicchia.
Ci affidiamo all’online fino a un certo punto, sinceramente. Noi abbiamo clienti che comprano il vino online, abbiamo clienti che comprano il vino anche al supermercato e abbiamo clienti che comprano il vino esclusivamente da noi. Tutte e tre queste fattispecie di clienti ci soddisfano.
Sono carissimi amici nostri: vuoi un vino da me, scambiamo due chiacchiere, ti descrivo il vino.
Moltissime persone vengono da noi all’enoteca. Ormai è diventata un’abitudine da anni. Vengono da noi direttamente con una richiesta del tipo: “Senti, io stasera mangio questo e questo, mi dai i vini per favore?”.
Non chiedono il prezzo, non chiedono la tipologia, non chiedono neanche se vogliono un bianco, un rosso o un rosé.
Questa è la cosa che mi dà più soddisfazione: mi danno un foglio con scritto il menu della sera, il pranzo di domani, il pranzo della domenica con i parenti. “C’è questo, questo è il pranzo, queste sono le persone: decidi tu il vino e le quantità. Fammi il conto che porto via il vino.”
E questa cosa ci soddisfa tanto. Nel frattempo ci si racconta dei viaggi, ci si raccontano delle nuove scoperte enologiche. Mi puoi fare domande, e se ci siamo io e mia moglie, siamo in due soli, puoi fare domande sull’abbinamento, sui nuovi vitigni, sui vini tedeschi, francesi, italiani.
Abbiamo una bella scelta di vini laziali e ora abbiamo anche una bella scelta di vini calabresi, finalmente. È veramente eccezionale.
Quindi l’enoteca ha un compito di socializzazione e anche, se vogliamo, di diffusione della cultura enologica.
Ti serve un vino al volo? Ti serve un vino che vuoi comodamente consegnare a casa? Ti rivolgi all’online. Alcuni siti sono anche molto belli, quindi assolutamente nulla da dire.
Però, secondo me, le due cose possono tranquillamente convivere.

Quanto e perché sono importanti i percorsi formativi nella Sommellerie?
Sono importanti per più gruppi di persone.
Innanzitutto per le persone che semplicemente sono appassionate di vino, quindi per i cultori della materia: “Mi piace il vino, voglio approfondire un pochettino di più”. Qualcosa che poi, facendo il corso, capisci essere più complesso di quanto ti aspettassi.
A che serve un corso? Il corso serve innanzitutto a mettere in ordine delle nozioni che altrimenti non avresti o che, pur avendole, avresti in maniera disordinata.
Un corso serve ad abbattere le leggende metropolitane. Serve a essere sul pezzo, perché il vino è qualcosa che si evolve.
Noi non beviamo il vino dei Greci, non beviamo il vino dei Romani, ma non beviamo neanche il vino dell’Ottocento. Non beviamo il vino del 2000.
Se vogliamo essere bevitori consapevoli ed esperti, bisogna anche essere in grado di capire quale sarà il vino del futuro.
E un corso serve anche perché fai amicizia, fai amicizia sulla base di un comune sentire che è la passione per il vino.
Un corso serve anche se vuoi lavorare: sei magari un ragazzo che ha fatto l’alberghiero, oppure ha fatto semplicemente il liceo classico, non ha ancora le idee ben chiare e sta facendo l’università.
Perché non arrotondare con qualche servizio di sommellerie? Fai il servizio di sommelier, conosci i produttori, parli con i produttori e ti arricchisci di storie, di nozioni e di territori.
Riesci addirittura a capire di geografia. E poi capisci che il vino è intrecciato con la cultura.
Viaggiando e andando a cercare le regioni vitivinicole, capisci che l’arte è spesso legata al vino.
In Borgogna, per esempio, capisci che l’arte del gotico borgognone deriva anche dai proventi del vino delle vigne di Borgogna.
Parli di musica, parli di stili architettonici: esiste il vino romanico, il vino barocco, il vino rococò, esiste il vino corinzio. Cioè, è un pretesto per parlare di una serie di mondi diversi, ma con al centro una bevanda che accompagna l’uomo occidentale dal 7200 avanti Cristo.
Non possiamo risolvere la questione a livello nutrizionistico e basta.
Dal 7.200 a.C. con assoluta soluzione di continuità, il vino si è confermata bevanda che accompagna l’uomo occidentale.
Ma ragazzi, fatevi una domanda: perché? Perché è complessa. E la complessità genera altra complessità.
E quindi: vino, arte, architettura, musica, geografia, chimica organica, fisico-chimica, pedoclimatica, storia, lirica. È un mondo, un mondo culturale. Filosofia, naturalmente.
La filosofia del vino non la devo scoprire insieme a voi.
Quindi i corsi servono anche per mettere a punto le conoscenze e poi continuare da soli.

E quali sono le discipline fondamentali che vengono studiate all’interno di un percorso di formazione?
Diciamo che le associazioni italiane riconosciute e dotate di personalità giuridica, tra cui FISAR e AIS, hanno un percorso abbastanza simile.
C’è un primo livello in cui si parla di come si degusta un vino, dai bicchieri a tutta la parte di enologia, tenuta da enologi laureati.
Si studiano quindi la vite nelle sue espressioni stagionali, le vinificazioni — vinificazione in bianco, in rosso, rosato —, le spumantizzazioni e la legislazione del vino, oltre anche a qualche excursus tra i distillati e il mondo della birra.
Perché comunque, diciamo, fanno parte di un mondo che ci compete.
Il secondo livello è obbligatoriamente l’enografia, quindi il vino e i vitigni contestualizzati nei loro territori.
Sarebbe il mio ambito, quello di cui mi occuperei io. Si parla del vino italiano attraverso tante lezioni, tre lezioni sul vino francese, una lezione sul vino iberico — spagnolo e portoghese —, una lezione sul vino tedesco e mitteleuropeo, due lezioni sul resto del mondo.
C’è una bellissima parte del secondo livello, a mio avviso, quindi parlo di parte, che è molto interessante.
Il terzo livello è meraviglioso, perché vai a fare il sommelier, che è un pretesto per ripassare il primo e soprattutto il secondo livello.
La parte tecnica riguarda soprattutto l’abbinamento vino-cibo. Ci sono una decina, una dozzina di lezioni inerenti all’abbinamento: primi, secondi di carne, secondi di pesce e così via.
È un mondo di molecole che si incontrano. È qualcosa di estremamente complesso, molto carino, molto simpatico.
Ed è la somma del perché noi siamo a un corso di vino: perché vogliamo mangiare, ci piace mangiare, ci piace bere e ci piace abbinarli bene.

Professore, chiudiamo con un’ultima domanda. Il binomio vino e arte è vivo da sempre. Se dovessi chiederle di citare un’opera pittorica e una poesia che lei trova emblematiche in tal senso, che cosa direbbe?
Eh, capirai. Si apre un buon mondo di rapporti tra vino e arte.
In moltissime regioni del mondo vitivinicolo, spesso il vino è stato il motore di esperienze culturali.
Pensiamo a Giuseppe Verdi, completamente immerso nella cultura vitivinicola della Bassa. E poi c’è Libiamo ne’ lieti calici.
La lirica è piena di riferimenti al vino: Don Giovanni, il vino e Mozart, il Marzemino. Ci sono citazioni davvero notevoli.
Per esempio, c’è tutto il periodo dei dipinti dedicati al vino. Le opere dei pittori si sono prestate anche a decorare le etichette del vino.
Pensiamo a quell’esperienza meravigliosa che fu il Vino della Pace, al confine tra l’Italia e quella che era la Jugoslavia.
Quando ci furono gli accordi di pace e furono abbattute le frontiere della Cortina di ferro, per tantissimi anni venne prodotto un vino chiamato “Vino della Pace”, fatto con metà delle uve della parte del Collio italiano e metà delle uve del Collio sloveno.
Le etichette, anno dopo anno, venivano decorate da grandissimi artisti, come Fiume, Music, Manzù, Yoko Ono e molti altri.
Quindi il connubio tra arte e vino esiste da sempre, da quando è nato il vino.
Pensiamo a cosa significava il vino per i Greci: era il medium tra l’uomo e la divinità. E l’espressione di questo medium era l’arte.
Poi c’è Archiloco. Se vuoi un’opera poetica, Archiloco: “Getterò lo scudo oltre a siepe, sarò un vigliacco, ma ho salvato la mia bella vita e continuerò a bere il vino Ismarico di Tracia”.
È un frammento e forse il primo frammento pacifista della storia della poesia occidentale.
Per un greco guerriero e soldato, gettare lo scudo non era un affronto: era un reato, un reato gravissimo, un reato di vigliaccheria. Ma lui lo fa perché vuole salvare la pelle, perché ancora ha il ricordo delle bevute del vino Ismarico di Tracia.
Archiloco, Alceo: cosa significa per Alceo il vino?
Il momento simposiale: c’è un momento in cui ci riuniamo, beviamo un po’ e diventiamo amici. Si parla ancora oggi di “momento simposiale” perché Alceo lo rappresenta praticamente come un farmaco.
Parliamo di Orazio, dove comunque il vino viene citato. Addirittura anche per arrabbiarsi: l’ospite dice, in sostanza, “Io lo so che tu mi hai dato il vinaccio”, mentre agli ospiti venuti dopo di lui è stato dato il vino di Falerno. “Disgraziato, io volevo il vino buono!”.
Insomma, arte e vino: potremmo parlare veramente per giorni e giorni.
E poi ribadisco un mio pensiero, che è un pensiero personale: possiamo spesso comparare gli stili dei vini agli stili architettonici.
Io spesso parlo, nelle mie lezioni, di vino barocco, di vino rococò, di vino romanico e addirittura di un termine mio — però non me lo fregate! —: il “vino architravico”.
Cioè un vino che ha un architrave, serio, austero, asciutto, e che ti racconta un territorio.
Quindi, veramente, potremmo continuare per giorni.

Annunziato Gentiluomo

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