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«C’è bisogno di un Amore grande»: la riflessione di Swami tra preghiera, discernimento e luce interiore

«C’è bisogno di un Amore grande»: la riflessione di Swami tra preghiera, discernimento e luce interiore

Abbiamo bisogno di un Amore, grande, immenso. Tu, Myriam, ci porti Cristo. È con queste parole, rivolte alla Madre di Dio, che si apre il Darshan, di ieri, 30 agosto al Santo Tempio di Anima Universale a Leinì (TO). La preghiera alla Vergine accompagna fin dall’inizio l’incontro. Alla Madre del Buon Consiglio viene affidata la

Abbiamo bisogno di un Amore, grande, immenso. Tu, Myriam, ci porti Cristo. È con queste parole, rivolte alla Madre di Dio, che si apre il Darshan, di ieri, 30 agosto al Santo Tempio di Anima Universale a Leinì (TO).

La preghiera alla Vergine accompagna fin dall’inizio l’incontro. Alla Madre del Buon Consiglio viene affidata la certezza in Dio e la speranza: Alimenta la fiamma della mia certezza in Dio perché nessuno mi tolga il potere della Speranza. Alla Madre Compassionevole si chiede invece di aprire lo scrigno della Divina Provvidenza, mentre alla Madre e Maestra viene affidata la richiesta di una maggiore determinazione per affrontare le difficoltà senza arrendersi.

Il tema centrale della riflessione è il rapporto con il male, con i veleni che sono sempre in agguato, e, soprattutto, la responsabilità individuale nel non lasciarsi contaminare dalla negatività.
Secondo Swami, in un tempo segnato da comportamenti umani capaci di ferire e schiacciare gli altri, la pratica spirituale rappresenta uno strumento di tutela e di difesa. Non è però sufficiente chiedere a Dio di liberarci dal male: occorre anche volerlo, rinnovando quotidianamente questo impegno e agendo in tal senso.
In questa prospettiva, la spiritualità non viene presentata come una fuga dalla realtà, ma come un esercizio quotidiano di vigilanza, discernimento e consapevolezza.

Veglia sempre!, ricorda Swami Roberto, richiamando le parole di Cristo. Vigilare significa imparare a riconoscere ciò che entra nella propria dimensione interiore e comprendere che non tutto ciò che riceviamo è necessariamente nutrimento.
Nel corso del Darshan viene proposto un mantra in sanscrito: Shri Ram Adi Ram Bhaja Mana Jaya Ram. Accostabile al senso biblico del Cantate lodi al Signore, tale formula ha la funzione di concentrazione della mente su Dio. Ripetendolo diviene una pratica di purificazione e di elevazione del livello energetico-vibrazionale della persona.
È qui che entra in gioco il concetto di aura, intesa come espressione dello spirito e come dimensione capace di dare e ricevere energia. L’aura dà e riceve, spiega Swami. Dona energia divina quando una persona benedice, ama e perdona, ma può anche assorbire ciò che non costituisce un nutrimento sano per la mente e per lo spirito. Viene paragonata a una spugna: l’aura assorbe, anche se non tutto ciò che assorbe è benefico. Da qui la necessità di imparare a costruire dei «filtri» interiori per tutelarsi.
Due sono gli esempi proposti.
Il primo riguarda il rapporto con chi ci ha ferito. Quando una persona continua a ripensare a un torto subito, alimentando rabbia e risentimento, secondo Swami, mantiene un legame interiore con colui/colei che ha provocato la sofferenza. La mente continua così a rivolgersi verso quella persona, assorbendone simbolicamente la negatività. La soluzione indicata non è la rimozione del dolore, ma la sua trasformazione: Sconnettiti dalla fonte del misfatto e offri a Dio il dolore perché lo trasformi in qualcosa di bello per l’umanità. Il dolore, quindi, non viene negato, ma consegnato a Dio affinché possa diventare occasione di crescita e di bene per gli altri.
Il discernimento consiste quindi anche nella capacità di riconoscere quando un pensiero diventa una forma di nutrimento negativo e scegliere consapevolmente di interromperne il circuito.

La riflessione si sposta poi su un gesto quotidiano e apparentemente semplice: preparare e consumare il cibo, e arriviamo così al secondo esempio. Swami invita a considerare che ciò che arriva sulla nostra tavola è passato attraverso numerose mani e diverse situazioni umane. Da qui il suggerimento di fermarsi, anche solo per un istante, prima di cucinare o mangiare e rivolgersi a Dio, chiedendo la Sua benedizione e la purificazione di quel cibo.
La preghiera diventa così una pratica capace di attraversare anche i gesti più ordinari della giornata.

Il cuore cristologico della riflessione emerge con particolare forza nel richiamo alle tentazioni di Gesù nel deserto. Di fronte alla proposta del demonio di trasformare le pietre in pane per soddisfare la propria fame, Cristo risponde: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio (Mt, 4, 4).
Secondo Swami, questo episodio contiene una divina istruzione: il male si insinua attraverso un vuoto, attraverso una mancanza che cerca di essere colmata. La tentazione consiste allora nella possibilità di riempire quel vuoto con qualcosa che ci allontani da Dio e che ci appaghi velocemente.
La relazione con Dio diventa pertanto una forma di nutrimento essenziale.
Pregate sempre, ricorda Swami, sottolineando come la preghiera continua possa essere intesa quasi come un respirare Dio, un portarlo dentro di sé. Abbi sempre il tuo pensiero rivolto a Dio, abbi la certezza che Lui non si allontani mai da te, non metterlo in un cassetto. Dio è il Signore del Tempo e quindi è sempre presente, esorta il Maestro di Leinì.

La vita spirituale richiede, nella prospettiva proposta durante l’incontro, un esercizio quotidiano. Se per Dio è tutto semplice, all’essere umano vengono richieste disciplina, rigore, costanza e impegno. Attraverso l’atto del pregare si costruisce una relazione stabile con Dio, capace di accompagnare ogni momento dell’esistenza del singolo. La Parola diventa nutrimento e conoscenza: riempire il proprio sé con la preghiera e con la Parola di Dio significa, secondo Swami, acquisire uno sguardo capace di elevarsi al di sopra del transeunte. Ed è proprio qui che ritorna l’invito alla vigilanza. Guardarsi dentro, analizzarsi con discernimento e con onestà, e avere il coraggio di incontrare se stessi diventano passaggi indispensabili. Oggi molti hanno paura di pensare, di riflettere, di guardarsi dentro, di incontrare se stessi, osserva Swami, facendo riferimento a quanto sostiene la psicologia. La risposta è, invece, quella di confrontarsi con la Verità e con la Parola di Dio, imparando a riconoscere e ad abbandonare ciò che interiormente inquina.

La riflessione si conclude tornando all’immagine dell’aura. Se essa è conseguenza dello spirito, allora il modo in cui viviamo, pensiamo, amiamo, perdoniamo e ci relazioniamo con gli altri può lasciare un’impronta. L’obiettivo indicato da Swami è che quest’impronta non sia segnata dalla paura, dal rancore o dalla negatività, ma dalla luce e dalla gioia. Che la vostra aura, conseguenza del vostro spirito, possa lasciare un’impronta di luce, di gioia per il bene vostro e di molti altri. E il saluto finale assume così il carattere di un mandato: Buona missione a tutti voi, collaboratori di Dio.
Una missione che, nella prospettiva dell’incontro, comincia innanzitutto dentro di noi: dalla vigilanza sui nostri pensieri, dalla preghiera, dalla capacità di discernere ciò che ci nutre da ciò che ci avvelena e dalla scelta quotidiana di trasformare il dolore in amore, la paura in speranza e la propria presenza nel mondo in una possibile fonte di luce per gli altri. Tale missione poi ci apre agli altri, a sostenere chi è in difficoltà, a proiettare sulle persone intorno a noi pace e armonia, a essere un po’ come dei San Francesco d’Assisi, ambasciatori della Luce, della Bellezza e dell’Equilibrio che vengono proprio da Dio.
Siamo sistemi aperti e in quanto persone in cammino dobbiamo essere responsabili della nostra qualità energetica e di come il nostro campo energetico (aura), se ben orchestrato e quindi coerente, possa produrre negli altri benefici importanti.
Annunziato Gentiluomo

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