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“Dialogues des Carmélites” al Regio di Torino: intenso ed emozionante

“Dialogues des Carmélites” al Regio di Torino: intenso ed emozionante

Il Teatro Regio di Torino conferma la sua vocazione sperimentale affrontando uno dei capolavori più intensi e problematici del teatro musicale del Novecento: Dialogues des Carmélites di Francis Poulenc, proposto nella celebre produzione di Robert Carsen, con scene di Michael Levine. Creata nel 1997 per il Dutch National Opera di Amsterdam, questa regia è ormai un riferimento internazionale per

Il Teatro Regio di Torino conferma la sua vocazione sperimentale affrontando uno dei capolavori più intensi e problematici del teatro musicale del Novecento: Dialogues des Carmélites di Francis Poulenc, proposto nella celebre produzione di Robert Carsen, con scene di Michael Levine. Creata nel 1997 per il Dutch National Opera di Amsterdam, questa regia è ormai un riferimento internazionale per il teatro musicale contemporaneo, capace di coniugare rigore formale e profondissima introspezione psicologica.

Lo spazio scenico è essenziale, quasi astratto, definito da pochi elementi simbolici e da un uso delle luci che carica ogni gesto di drammaticità. In questo allestimento il corpo diventa veicolo primario del dramma: ogni postura, ogni immobilità, ogni minimo spostamento è parte integrante della narrazione. Carsen costruisce un teatro dell’interiorità, dove il vero conflitto non è mai esterno ma si consuma nell’animo dei personaggi, sostenuto dalla scrittura musicale di Poulenc, fatta di fratture, sospensioni e improvvise accensioni liriche.
Il riferimento storico – il martirio delle sedici carmelitane di Compiègne durante il Terrore giacobino – diventa materia universale. Il celebre finale, con le religiose che avanzano una a una verso la ghigliottina intonando il Salve Regina, resta uno dei momenti più sconvolgenti del teatro musicale del Novecento: qui la musica si spoglia di ogni ornamento e diventa puro atto di fede e testimonianza. Il silenzio che segue ogni colpo è parte integrante della partitura emotiva e teatrale.
Rappresentati con maestria il delirio della Madre superiore che prevede la disgrazia imminente e il conseguente tutelare da quella deriva quasi blasfema le altre sorelle. Assolutamente ben orchestrato, inoltre, l’incontro tra i fratelli La Force, divisi da una barriera umana, superata da entrambi, a indicare la fluttuazione delle scelte e la difficoltà di mantenere una posizione coerente sempre. È il dialogo il vero motore drammatico, anche se spesso quelli che si realizzano in scena sono di natura solipsistica. Il cercarsi dei personaggi, lo sfiorarsi rivela spesso il limite di un’efficace comunicazione. I personaggi parlano, si cercano, talvolta si sfiorano senza riuscire davvero a comunicare in silenzi a volte incolmabili. È un continuo perdersi per poi ritrovarsi per riperdersi ancora: nei silenzi, negli sguardi e nelle distanze emerge la verità dei loro rapporti. Ed è proprio lì che scatta l’immedesimazione del pubblico. Lo spettatore è invitato in scena e vi partecipa con la propria immaginazione, trasformando la vicenda in una riflessione universale sull’essere umano. 

La regia a Torino è ripresa da Christophe Gayral, i bei costumi sono firmati da Falk Bauer, le luci da Robert Carsen e Cor van den Brink e la coreografia da Philippe Giraudeau

Alla guida dell’Orchestra e del Coro del Teatro Regio, Yves Abel si conferma interprete di riferimento per Poulenc. La sua lettura privilegia la trasparenza timbrica e il rispetto della prosodia francese, elemento centrale secondo molta critica: la musica nasce dalla parola e mai la sovrasta. Abel governa con equilibrio il complesso rapporto tra buca e palcoscenico, sostenendo i solisti nei frequenti passaggi di declamato lirico e mantenendo una tensione costante, senza mai indulgere in patetismi superflui.

Il Coro del Regio, istruito da Gea Garatti Ansini, offre una prova di grande precisione e intensità, restituendo con chiarezza le pagine corali più memorabili dell’opera, sempre perfettamente integrate nell’azione scenica.

Il ruolo di Blanche de La Force è unanimemente considerato dalla critica uno dei più complessi del repertorio soprano del Novecento: richiede una voce capace di coniugare fragilità timbrica, controllo del fiato e una fine intelligenza del testo. Ekaterina Bakanova affronta il personaggio con sapienza e profondità, tratteggiandone tutti gli “anfratti” più nascosti. La sua vocalità, ben proiettata e ricca di armonici, si distingue per la capacità di scolpire il fraseggio, rendendo udibile la paura quasi viscerale che attraversa Blanche. Particolarmente apprezzabile è la gestione delle mezze voci e dei pianissimi, mai evanescenti ma sempre sostenuti, secondo quella “vulnerabilità controllata” che molti critici ritengono essenziale per questo ruolo. La sua Blanche non è mai vittima passiva, ma una coscienza inquieta in continua evoluzione.

Sylvie Brunet-Grupposo offre una Madame de Croissy di grande impatto teatrale e vocale. Il delirio della Vecchia Priora, spesso citato come uno dei monologhi più sconvolgenti del teatro musicale moderno, trova qui un’interpretazione di straordinaria intensità. La voce, scura e segnata, rinuncia a ogni belcanto convenzionale per abbracciare una declamazione aspra, quasi lacerata, in linea con quella lettura critica che vede in questo personaggio la negazione di ogni consolazione religiosa facile. La Brunet-Grupposo rende con lucidità la frattura tra fede e paura, senza mai cadere nell’eccesso.

Sally Matthews, nei panni di Madame Lidoine, offre una vocalità pastosa e luminosa, perfettamente aderente all’idea di una priora che incarna una fede più serena e consapevole. La sua emissione è omogenea su tutta la tessitura, il legato curato, la dizione limpida. La critica spesso sottolinea come questo ruolo richieda una calma autorevolezza più che slanci drammatici: Matthews coglie pienamente questa dimensione, risultando credibile e musicalmente raffinata.

Antoinette Dennefeld, Mère Marie de l’Incarnation, si distingue per solidità tecnica e intensità espressiva. Il timbro caldo e il sicuro appoggio le permettono di affrontare con efficacia un personaggio complesso, spesso diviso tra obbedienza e orgoglio spirituale. La sua interpretazione mette bene in luce quella tensione interiore che la critica individua come chiave del ruolo.
Francesca Pia Vitale interpreta Soeur Constance con freschezza e naturalezza. La voce, chiara e ben centrata, restituisce l’ingenuità solo apparente del personaggio, che nella lettura critica più attenta diventa una figura profetica, capace di intuizioni profonde mascherate da semplicità.
Jean-François Lapointe è un Marchese de La Force di grande autorevolezza vocale e scenica: il timbro pieno e la linea di canto nobile restituiscono perfettamente il conflitto tra affetto paterno e razionalità aristocratica.
Valentin Thill, Cavaliere de La Force, colpisce per la qualità delle mezze voci e per una gestione del fraseggio elegante e partecipe, qualità spesso richieste dalla critica per rendere credibile il tormento del personaggio.
Completano il cast Martina Myskohlid, una Soeur Mathilde ben caratterizzata, vocalmente solida e scenicamente presente; Krystian Adam (Il cappellano), Roberto Accurso (L’ufficiale e Thierry), Isaac Galan (Il carceriere e Secondo Commissario), Eduardo Martínez (Monsieur Javelinot) e Matthieu Justine (Primo Commissario) tutti all’altezza del proprio ruolo.

Dialogues des Carmélites si conferma un’opera che impone riflessione: una meditazione su paura, identità, libertà e fedeltà alle proprie convinzioni in un mondo che cambia violentemente e rifiuta la complessità dell’essere umano. In questa produzione del Teatro Regio, grazie a una regia di forte impatto simbolico, a una direzione musicale attenta alla parola e a un cast vocalmente e teatralmente di alto livello, lo spettatore non resta mai esterno alla vicenda. È invitato a entrare in scena, a condividere silenzi, sguardi e distanze, trasformando la tragedia storica in una riflessione universale e profondamente attuale.
Annunziato Gentiluomo

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