L’allestimento Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni, andato in scena, ieri, 16 novembre, al Teatro Carlo Felice di Genova, non ci ha convinto fino in fondo. Fin dal primo quarto d’ora ci si è accorti che lo spettacolo stentava a decollare, mancava di quella magia che abbiamo più volte riscontrato essere caratteristica del teatro progettato da Aldo Rossi.. Ma andiamo
L’allestimento Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni, andato in scena, ieri, 16 novembre, al Teatro Carlo Felice di Genova, non ci ha convinto fino in fondo. Fin dal primo quarto d’ora ci si è accorti che lo spettacolo stentava a decollare, mancava di quella magia che abbiamo più volte riscontrato essere caratteristica del teatro progettato da Aldo Rossi.. Ma andiamo a vedere perché, analizzando tutti gli ingredienti portanti.


Iniziamo dalla regia che ricalca la produzione realizzato dal teatro genovese nel 2019 a firma di Teatrialchemici – Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi. Sicuramente evidente è l’intenzione della localizzazione specifica del dramma in Sicilia, come da libretto, ricorrendo, tra l’altro, al Ballo dei Diavoli di Prizzi che è un’antica manifestazione, risalente al Medioevo, con cui si concludono le celebrazioni pasquali. Inoltre la scena è costellata da simboli e grande è l’attenzione alla presentazione dei riti: tra questi una sorta di cerimonia del fuoco e l’esaltazione delle ceneri, come elemento di trasformazione; l’innalzamento del palo, simile al palo del maggio, di matrice celtico-druidica o sciamanica, a indicare la potenza maschile, a cui viene appesa una maschera del diavolo e ad ornamento del quale vengono appesi dei nostra decorativi a rappresentare il femminile; il ricorso al teschio per presagire la morte; e lo spiegamento di un tendaggio, con effetto simile a uno stendardo pasquale, a rappresentare, nella piazza, il Cristo Risorto. Molto curato il movimento delle masse che diventano un elemento vivo che partecipa a più livelli alla scena e ben rese le interazioni tra i protagonisti.


Rispetto alle maestranze tecniche, le scene di Federica Parolini paiono espressioni proto-cubiste non di grande levatura; i costumi di Agnese Rabatti sono, invece, perfettamente allineati alla messinscena e contribuiscono alla localizzazione suddetto; e ben curate le luci di Luigi Biondi, soprattutto nella gestione della ciclicità del tempo: accompagnano la successione degli eventi, tratteggiando i momenti salienti con attenzione.


Un aspetto determinante, che ha molto condizionato la fluidità della messinscena, è rappresentato dalla direzione a volte irregolare e a tratti monocromatica e trascinata di Davide Massiglia. Nonostante alcuni guizzi che abbiamo apprezzato, la sua prova non è stata sempre all’altezza. Riteniamo che ciò sia dovuto semplicemente a inesperienza e quindi a una certa immaturità professionale dovuta ai suoi 27 anni. Il problema è il mondo della lirica spesso è nelle mani delle agenzie che soprassiedono ai tempi di maturazione degli artisti, “buttandoli” nella mischia senza alcun salvagente. Il problema è che l’Orchestra del Carlo Felice è di per sé una compagine imponente, e Cavalleria rusticana è un’opera che tutti abbiamo nelle orecchie e che rappresenta il riferimento del verismo musicale italiano: la miscela di queste due dimensioni è esplosiva e può rendere ostica la gestione del tutto a un giovane pur brillante.
Il Coro del Teatro Carlo Felice, istruito da Claudio Marino Moretti, ha dimostrato, soprattutto per le voci maschili, chiarezza, potenza e coesione. Ben si lascia gestire scenicamente, partecipando a livelli diversi – osservando, giudicando, commentando e valorizzando – la drammaturgia. A un certo punto, durante l’aria Viva il vino spumeggiante avanza con impeto verso il proscenio, seguendo il solista.


Nel cast spiccano, distinguendosi per diverse spanne dagli altri, Veronica Simeoni e Luciano Ganci, confermandosi due fuoriclasse.
Simeoni veste il complesso ruolo di Santuzza, figura femminile focale dell’opera, con grande partecipazione ed enfatizzando, senza mai eccedere, il colore siciliano del personaggio. Punteggia, con maestria, tanto vocalmente quanto scenicamente, l’evoluzione del personaggio, dalla scoperta del tradimento, al confronto con la suocera, con l’amante e con Alfio. Dotata di lama potente, di valida tecnica e di fraseggio scolpito, si destreggia con eleganza in tutta la complessa partitura, gestendo con dignità il confronto con Turiddu e risultando intensa in Voi lo sapete, o mamma…, romanza da cui emergono il profondo dolore per l’onta subita Priva dell’onor mio, dell’onor mio rimango […] Io piango, io piango, io piango! Io son dannata Io son dannata.


Ganci sfoggia uno squillo tonico, brillante, distinguendosi per una linea di canto che rasenta la perfezione. La sua vocalità luminosa calza a pennello nella tessitura che Mascagni ha pensato per Turiddu. Lo si nota dalla naturalezza con cui il tenore romano si destreggia nella partitura, con dei solidi centri e con degli acuti svettanti e sempre precisi. La sua è una tecnica forgiata ad arte che gli consente di giocare coi volumi e proiettare il suono con eleganza e potenza. Il punto di massima espressione emotiva l’ha raggiunto in Mamma, quel vino è generoso, a tratti commovente. Avremmo solo voluto ascoltare dal palcoscenico O Lola c’hai di latti la cammisa in quanto, già dalle quinte, le sonorità era sopraffine.


Gezim Myshketa è un Alfio più valido scenicamente che vocalmente. A volte manca di profondità: non sempre abbiamo notato quella rotondità nel registro grave che si addice al suo personaggio.
Manuela Custer, nei panni di Mamma Lucia, è parsa invece stanca, come se avesse un significativo calo di energia. Deboli i bassi e non sempre precisa nei movimenti scenici.


Nino Chikovani è una soddisfacente Lola: un ruolo modesto che non suscita grande simpatia, ma il soprano la risolve con spigliatezza.


Nel complesso un buono spettacolo che andrà ancora in scena venerdì 21 novembre alle ore 20.00, sabato 22 novembre ore 20.00 e domenica 23 novembre alle ore 15.00. Si ricorda che a parte nel 22/11, le altre due recite vedranno come Santuzza, Turiddu e Alfio rispettivamente Valentina Boi, Leonardo Caimi e Massimo Cavalletti.
Annunziato Gentiluomo













