Finalmente, dopo mesi, ho fatto ritorno al Tempio di Anima Universale di Leinì, un luogo carico di energia di amore, dove mi sento sempre a casa.Anche ieri, domenica 12 aprile, è stata una conferma della sapienza di Swami e della genuinità dei suoi ministri, e dopo tanti mesi sono qui a raccontare quanto ho vissuto,
Finalmente, dopo mesi, ho fatto ritorno al Tempio di Anima Universale di Leinì, un luogo carico di energia di amore, dove mi sento sempre a casa.
Anche ieri, domenica 12 aprile, è stata una conferma della sapienza di Swami e della genuinità dei suoi ministri, e dopo tanti mesi sono qui a raccontare quanto ho vissuto, dando qualche immagine del darshan.

In primis, i Ramya hanno appellato i membri della platea figli della Luce e Swami li ha esortati a proiettare e portare sulla Terra la qualità vibrazionale del Cielo. È una grande responsabilità essere collaboratori di Dio, essere ambasciatore della Sua luce per cui è necessario tenere sempre accesa il fuoco ardente della resurrezione in Cristo Gesù, facendo un continuo lavoro su di sé e mantenendo vivo il rapporto con Lui.


In secundis, è stata presentata la figura del sommo sacerdote di cui si riportano alcuni stralci tratti dal Siracide: Simone, figlio di Onia, sommo sacerdote, nella sua vita riparò il tempio, e nei suoi giorni fortificò il santuario. (…) Premuroso di impedire la caduta del suo popolo, fortificò la città contro un assedio. Come era stupendo quando si aggirava fra il popolo, quando usciva dal santuario dietro il velo. Come un astro mattutino fra le nubi, come la luna nei giorni in cui è piena, come il sole sfolgorante sul tempio dell’Altissimo, come l’arcobaleno splendente fra nubi di gloria, come il fiore delle rose nella stagione di primavera, come un giglio lungo un corso d’acqua, come un germoglio d’albero d`incenso nella stagione estiva come fuoco e incenso su un braciere, come un vaso d’oro massiccio, ornato con ogni specie di pietre preziose, come un ulivo verdeggiante pieno di frutti, e come un cipresso svettante tra le nuvole. Quando indossava i paramenti solenni, quando si rivestiva con gli ornamenti più belli, salendo i gradini del santo altare dei sacrifici, riempiva di gloria l’intero santuario. Quando riceveva le parti delle vittime dalle mani dei sacerdoti, mentre stava presso il braciere dell’altare, circondato dalla corona dei fratelli come fronde di cedri nel Libano, e lo circondavano come fusti di palme, mentre tutti i figli di Aronne nella loro gloria, con le offerte del Signore nelle mani, stavano davanti a tutta l`assemblea di Israele, egli compiva il rito liturgico sugli altari, preparando l’offerta all’Altissimo onnipotente. Egli stendeva la mano sulla coppa e versava succo di uva, lo spargeva alle basi dell’altare come profumo soave all’Altissimo, re di tutte le cose. Allora i figli di Aronne alzavano la voce, suonavano le trombe di metallo lavorato e facevano udire un suono potente come richiamo davanti all’Altissimo. E subito tutto il popolo insieme si prostrava con la faccia a terra, per adorare il Signore, Dio onnipotente e altissimo. I cantori intonavano canti di lodi, il loro canto era addolcito da una musica melodiosa. Il popolo supplicava il Signore altissimo in preghiera davanti al Misericordioso, finché fosse compiuto il servizio del Signore e terminasse la funzione liturgica. Allora, scendendo, egli alzava le mani su tutta l’assemblea dei figli di Israele per dare con le sue labbra la benedizione del Signore, gloriandosi del nome di lui. Tutti si prostravano di nuovo per ricevere la benedizione dell’Altissimo. Ora benedite il Dio dell’universo, che compie in ogni luogo grandi cose, che ha esaltato i nostri giorni fino dalla nascita, che ha agito con noi secondo la sua misericordia. Ci conceda la gioia del cuore e ci sia pace nei nostri giorni in Israele, per tutti i giorni futuri. La sua misericordia resti fedelmente con noi e ci riscatti nei nostri giorni.
Le similitudini di ciò che si avverte nel luogo santo di Leinì sono tante e credo che ciascuno possa onestamente testimoniarlo. Quella bellezza, quell’attenzione a ogni particolare, quell’accoglienza speciale, le armonie delle musiche, gli occhi e il cuore di Swami, e la festa della platea che inneggia al proprio maestro… sono semplici esempi.

Poi il focus di Swami è passato su un episodio, tra i più intensi, del Vangelo di Luca, quello sui discepoli di Emmaus, passo a cui sono molto legato perché da me scelto per il funerale della mia amata nonna Gemma. Lo riporto per intero per desiderio di esaustività: Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno gia volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane [Luca 24:13-35].


Swami Roberto introduce questo passo evidenziando che più di qualche volta sarà capitato a tutti di cercare qualcosa e poi scoprire che è davanti ai tuoi occhi, associando ciò a quanto avviene per la vita spirituale che è la dimensione di Dio che ha da scorrere sempre dentro ogni uomo. Non è Dio a giocare a nascondino, siamo noi che guardiamo senza vedere. Il dolore per la morte del loro maestro, la paura per essere rimasti orfani e la delusione delle aspettative rispetto al proprio futuro erano diventati filtri che li avevano accecati. Sono chimere pericolose giacché le derive a cui possono portare l’uomo possono essere irreversibili. Se si coltivano, diventano padroni dell’esistenza di chi le nutre perché gli sottraggono la lucidità mentale, la capacità di analisi. Quella oscurità è causata dalla ingiustizie, dalle sofferenze, dalle umiliazioni, dal dolore, dalle delusioni: sono sabbie mobili perché paralizzano. Dobbiamo velocemente guardarle per liberarcene, per alleggerirci. I discepoli di Emmaus avevano appreso da Maria Maddalena che Gesù era risorto: non avevano creduto alla donna poiché la loro razionalità, la processualità logica, non consentiva loro di andare oltre la fisicità, la terrestrità. L’incredulità, spesso causata dall’ansia e dall’angoscia, subentra anche per la troppa razionalità che non può ammettere l’esistenza di Dio, non può comprendere che oltre l’atomo ci sia un aldilà spirituale. Questa voce si oppone alla fiducia e alla resurrezione. I pensieri tristi, misti a un approccio iper-razionale, profetizzano solo il peggio, convincono del fatto che il passato condanna e che non ci sia più nulla da fare, portano al rimuginio mentale e invitano a dubitare del divino, trasformando la fede in una domanda sospesa: ma lassù ci sarà davvero qualcuno che mi vede e che mi può aiutare? Nella solitudine le fragilità si amplificano e le bugie raccontate diventano verità. Una di queste è il non riconoscersi degni dell’aiuto di Dio e neanche di rivolgersi a Lui. Ma chi sulla faccia della Terra è realmente degno di rivolgersi a Dio? Nessuno – ci ricorda il Maestro di Leinì –. Proprio perché nessuno lo è, automaticamente tutti siamo degni di farlo. Più abbiamo bisogno di uscire dal buio della mente, più abbiamo bisogno di Lui e Lui ci pulisce e ci fa risorgere. Deve cibarsi di pane e vino il più delinquente di tutti perché è quello che ne ha più bisogno. Se sei nell’inferno della tua mente, ecco Dio, aspetta solo un tuo cenno, un tuo invito. Ricordiamoci che Gesù è venuto per i malati.


Tornando all’episodio dei discepoli di Emmaus, Swami evidenzia come riveli un trucco, basato sull’insistere con sincerità e con determinazione: Signore, resta con noi perché si fa sera è la chiave. Nei momenti bui, bisogna sempre ricordare la presenza di Dio che è dappertutto, anche nell’aria che si respira. Fai in modo che i tuoi occhi non si chiudano a Dio, insisti e ripetiti come un mantra: Resta con me, Signore, perché si fa sera, e non voglio rimanere nel buio delle mie angosce. Questa è una potente preghiera grazie alla quale il Cristo offre al suo “discepolo” se stesso e il pane della vita, liberandolo dalla sua croce karmica.
Nutrito da tanta Verità, da tali istruzioni divine, la ciliegina sulla torta è stato il momento personale con Swami Roberto sempre intenso e unico. E insieme tutti si è percepito il cuore ardere nel petto e si è fatto ritorno a casa stracolmi d’amore e gratitudine, canticchiando, col sorriso dipinto sulla faccia, Resta qui con noi del Gen Rosso.
Annunziato Gentiluomo














