La recita de L’italiana in Algeri proposta ieri, 17 maggio, al Teatro Coccia di Novara si è rivelata un’eccellente produzione sotto ogni profilo, capace di restituire, con intelligenza e freschezza, tutta la brillantezza dell’opera rossiniana. La regia di Marco Gandini si distingue per una costruzione solida e coerente: tutto è al proprio posto, nulla appare
La recita de L’italiana in Algeri proposta ieri, 17 maggio, al Teatro Coccia di Novara si è rivelata un’eccellente produzione sotto ogni profilo, capace di restituire, con intelligenza e freschezza, tutta la brillantezza dell’opera rossiniana.

La regia di Marco Gandini si distingue per una costruzione solida e coerente: tutto è al proprio posto, nulla appare lasciato al caso. L’azione scenica è un continuo susseguirsi di siparietti vivacissimi, che rivelano una caratterizzazione profonda di tutti i personaggi. Taddeo e Mustafà risultano i più rifiniti, quasi macchiettistici nel senso più nobile del termine, ma colpisce anche un’Isabella sorprendentemente originale, con un accento patriottico ben calibrato e mai scontato. Una regia intelligente che valorizza ogni interprete, facendo giustamente cantare i solisti in proscenio e adattando le proprie scelte al compagine presente; che cura nel dettaglio come viene occupato lo spazio e in modo maniacale i movimenti scenici.

Tra i momenti più riusciti spicca il siparietto della vestizione di Isabella: tutti i personaggi sono presenti e la osservano con sguardi differenti e ben delineati – il desiderio esplicito e carnale di Mustafà, la tenerezza delicata di Lindoro, l’ammirazione quasi ingenua di Taddeo – in un gioco teatrale di grande finezza. Altrettanto efficace il trio maschile del “battesimo” dei pappataci, costruito con ritmo impeccabile e irresistibile ironia.

Dal punto di vista tecnico, lo spettacolo è curato con gusto. I costumi di Anna Biagiotti sono ben riusciti, le luci firmate da Ivan Pastrovicchio assolutamente calibrate mentre le scene di Italo Grassi, costituite da teli disegnati montati e smontati con agilità, si inseriscono perfettamente nella leggerezza complessiva dell’opera: semplici ma funzionali, svolgono egregiamente il loro compito.

La direzione musicale di Alessandro Cadario si conferma uno dei punti di forza della produzione. Sempre corretta, precisa e puntuale, la sua lettura evita qualsiasi eccesso manieristico, puntando invece su una chiarezza strutturale che valorizza appieno la macchina teatrale rossiniana. Cadario dimostra un controllo saldo del tempo e delle agogiche, mantenendo costante la tensione drammatica senza mai sacrificare la leggerezza e l’ironia che costituiscono l’essenza dell’opera. La partitura di Gioachino Rossini è seguita con attenzione minuziosa, soprattutto nel delicato equilibrio tra palco e buca: il dialogo tra cantanti e orchestra risulta sempre fluido, naturale, sostenuto da un ascolto reciproco evidente.
L’Orchestra Filarmonica Italiana, composta da strumentisti briosi e reattivi, risponde con slancio a una scrittura brillante, sostenuta e ritmicamente serrata. I crescendo rossiniani sono costruiti con intelligenza e misura, senza forzature, mentre i passaggi più frizzanti e sillabati mantengono una pulizia esecutiva ammirevole. Il risultato è una concertazione che restituisce pienamente lo spirito scintillante dell’opera, sostenendo l’azione scenica e amplificandone l’efficacia comica.

Efficace anche la performance al fortepiano di Mirco Godio che segue con grazia i recitativi.
Di ottimo livello pure la prova del Coro della Schola Cantorum San Gregorio Magno di Trecate, istruito da Elvis Zini. Il coro risponde con chiarezza, compattezza e precisione alle eleganti indicazioni della bacchetta, dimostrando una notevole cura nell’articolazione del testo e nell’equilibrio sonoro. Particolarmente apprezzabile è anche la prestazione scenica: il coro non resta elemento statico, ma si lascia coinvolgere attivamente nella drammaturgia, diventando parte integrante del racconto teatrale e offrendo un contributo determinante alla riuscita complessiva dello spettacolo.
Sul piano vocale, il cast si dimostra compatto e pienamente calato nei rispettivi ruoli. Le pagine d’insieme risultano, inoltre, maestose, precise e di grande impatto.

Mustafà emerge come figura centrale per forza espressiva e presenza scenica. Giorgio Caoduro mette in campo una mimica facciale di straordinaria efficacia, una qualità che sembra innata e perfettamente aderente al personaggio. Il suo è un canto che coinvolge tutto il corpo: l’espressività fisica è disinvolta, naturale, mai gratuita. Anche gesti potenzialmente rischiosi – come lo spogliarsi in scena fino a rimanere in slip – sono risolti con assoluta naturalezza e intelligenza teatrale. Sul palco diventa faro di una bellezza che ipnotizza, che obbliga lo sguardo a non allontanarsi da lui. Vocalmente la prestazione è ineccepibile: un basso-baritono pieno, dalla proiezione notevole, dal fraseggio adamantino e dalla tecnica impressionante, capace di affascinare e disarmare il pubblico ogni volta che entra in scena. La partitura del Bey di Algeri è un abito disegnato in modo perfetto su di lui: gli permette, infatti, di esprimere agilmente i virtuosismi, i colori e le continue sfumature proposte dal “Cigno di Pesaro”.
Assolutamente magistrale l’esecuzione dell’aria del primo atto, Già d’insolito ardore nel petto mi sento, risolta con equilibrio esemplare tra brillantezza buffa e autorevolezza del personaggio: Caoduro evita ogni eccesso caricaturale, costruendo invece un Mustafà credibile, dominante, sicuro di sé, ma già attraversato da sottili incrinature ironiche. Di particolare rilievo anche i grandi pezzi d’assieme, nei quali l’artista dimostra un controllo scenico totale: nei concertati e nei finali d’atto la sua presenza rimane sempre centrale senza mai soverchiare gli altri interpreti, guidando l’azione con sguardi, gesti e accenti vocali di precisione chirurgica.
Nel celebre episodio del battesimo dei pappataci, Caoduro raggiunge uno dei vertici della serata: la gestione del tempo comico, la chiarezza della parola sillabata e la capacità di giocare sul filo dell’assurdo senza perdere nobiltà vocale rendono il momento irresistibile. Qui Mustafà è al tempo stesso carnefice e vittima, dominatore e inconsapevole burattino, e l’interprete riesce a restituire tutte queste ambiguità con intelligenza teatrale rara.
La sua prova conferma una naturale affinità con il repertorio buffo, pur senza scivolare mai nel facile compiacimento: ogni scelta espressiva è sorretta da una solidissima base tecnica e da una profonda consapevolezza stilistica. Quello di Caoduro è un Mustafà di riferimento, capace di unire magnetismo scenico, autorevolezza vocale e un senso del teatro che rende ogni sua apparizione un evento.
Isabella, interpretata da Mara Gaudenzi al debutto in questa produzione, colpisce per l’uso raffinato delle mezzevoci, per il timbro argenteo e per un fraseggio curatissimo, sempre al servizio del testo e dell’espressione. La sua personalità scenica è impressionante: domina il palcoscenico con naturale autorevolezza, rendendo credibile e affascinante ogni sfumatura del personaggio. Sembra davvero un ruolo che le appartiene da sempre, tanto è la sicurezza con cui ne governa tanto la scrittura vocale quanto quella teatrale. Grande lo slancio che caratterizza Pensa alla patria, risolta magistralmente.
Chuan Wang affronta con disinvoltura la partitura tutt’altro che semplice di Lindoro, mettendo in campo una voce luminosa, ben proiettata e di notevole potenza. L’emissione è sicura e la linea di canto ben sostenuta, anche se dal punto di vista scenico il personaggio risulta talvolta meno plastico e incisivo rispetto ad altri colleghi, pur rimanendo sempre coerente e musicalmente affidabile. Intensa e raffinata la resa di Languir per una bella.

Di rilievo anche la performance di Emmanuel Franco, che tratteggia con naturalezza il personaggio chiaroscurale di Taddeo, distinguendosi per un’emissione calda, ben proiettata e per un fraseggio chiarissimo, sempre intelligibile. Molto ben resa è Ai capricci della sorte con la giusta ironia autocelebrativa.

Al debutto nel ruolo, Paola Leoci offre una Elvira convincente per squillo, simpatia e intelligenza interpretativa. Riesce a delineare con chiarezza l’evoluzione del personaggio: da figura inizialmente respinta e marginalizzata a donna che, con consapevolezza e determinazione, riconquista la propria posizione. La resa vocale è solida e ben rifinita, sostenuta da una presenza scenica fresca e comunicativa.
Buona anche la prova di Lorenzo Liberali, che veste con grande opportunità i panni di Haly. La vocalità rotonda e pastosa del baritono pavese si accompagna a un fraseggio elegante e ben scolpito, rendendo il personaggio efficace sia musicalmente sia teatralmente.

L’unico vero appunto riguarda la dizione italiana di Danbi Lee nei panni di Zulma, ruolo che debutta. Vocalmente l’interprete si dimostra valida, con una voce rotonda e ben proiettata, ma l’articolazione del testo risulta poco curata, penalizzando in parte l’efficacia comunicativa del personaggio. Un aspetto migliorabile che, tuttavia, non compromette la solidità complessiva della sua prova.

Nel complesso, l’equilibrio tra direzione musicale, compagine orchestrale, coro e cast vocale contribuisce in modo decisivo a fare di questa versione de L’italiana in Algeri un esempio riuscito di teatro musicale rossiniano, vivace, coerente e di alto livello interpretativo.
In conclusione, una produzione di altissimo livello, intelligente e coinvolgente, che conferma come L’italiana in Algeri sappia ancora oggi entusiasmare quando è affidata a una squadra affiatata e a una visione teatrale chiara e rispettosa dello spirito rossiniano.
Annunziato Gentiluomo














