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Marco Alibrando, direttore d’orchestra sulla cresta dell’onda

Marco Alibrando, direttore d’orchestra sulla cresta dell’onda

Oggi i nostri riflettori sono puntati su Marco Alibrando che seguiamo da anni e a cui siamo legati da una bella amicizia.Alibrando, messinese classe 1987, studia direzione d’orchestra con A. Fogliani, G. Gelmetti, R. Gessi, L. Köhler, G. Lanzetta, G. Noseda, V. Parisi e D. Renzetti. Si diploma col massimo dei voti e la lode

Oggi i nostri riflettori sono puntati su Marco Alibrando che seguiamo da anni e a cui siamo legati da una bella amicizia.
Alibrando, messinese classe 1987, studia direzione d’orchestra con A. Fogliani, G. Gelmetti, R. Gessi, L. Köhler, G. Lanzetta, G. Noseda, V. Parisi e D. Renzetti. Si diploma col massimo dei voti e la lode in Direzione d’Orchestra e in Composizione al Conservatorio di Milano. Si diploma inoltre in Pianoforte al Conservatorio di Messina.
Debutta a soli 24 anni a Firenze e da quel momento un’intensa attività lo porta a dirigere in prestigiosi Festival quali il Rossini in Wildbad, il Rossini Opera Festival di Pesaro e il Festival di Spoleto.
È direttore musicale VoceAllOpera ed è stato recentemente nominato Primo Direttore del Deutsches Nationaltheater und Staatskapelle Weimar a partire dalla stagione 2025/26.
È stato assistente di Iván Fischer e la Budapest Festival Orchestra e molti altri.

Siamo riusciti a intervistare Marco Alibrando dopo la sua eccellente direzione de La vedova allegra di Lehár a Macerata.

Maestro, parliamo del suo percorso artistico. Sappiamo che ha iniziato col pianoforte. Quando nasce la passione per lo strumento con ottantotto tasti?
Come sia nata esattamente non saprei dirlo. Da piccolo iniziai per gioco a studiare pianoforte. Posso dire però di avere deciso di studiare seriamente musica dopo aver ascoltato la prima Ballata per pianoforte di Chopin suonata da Arthur Rubinstein.

E poi la scelta di virare il percorso e dirigerlo verso la direzione: quando e come è avvenuta?
Mi piaceva fare musica con gli altri e non vedevo l’ora che iniziasse il corso di musica da camera, ma all’epoca iniziava dopo l’ottavo anno di pianoforte, così nel frattempo facevo arrangiamenti per i miei compagni di classe di solfeggio. Si trattava spesso di organici un po’ particolari tipo pianoforte, violino, flauto e trombone! Ma mi divertivo! Poi mi è balenata l’idea di aggiungere un secondo strumento ai miei studi, ma i due strumenti che avevo scelto non avevano un buon docente presso il mio conservatorio, così pensai di “suonarli tutti” facendo il direttore d’orchestra e mi iscrissi al corso di composizione a 16 anni. All’epoca percorso obbligato per poi tentare l’ammissione al corso di direzione d’orchestra.

Agli inizi immaginiamo non sia facile… La ricerca di un’agenzia, l’affiancamento di progetti a incasso quasi zero…
L’unico modo di iniziare a fare concerti come direttore d’orchestra da giovanissimo a Messina era quello di fondare un’orchestra giovanile. Così, con un gruppo di compagni di conservatorio formammo una piccola orchestra da camera e andammo alla ricerca di sponsor per fare il nostro primo concerto a Messina e successivamente a Lipari (Isole Eolie). Poi, i primi due ingaggi da professionista sono arrivati a soli 24 anni grazie a due miei maestri e docenti: Giuseppe Lanzetta, che ha fondato ormai 41 anni fa l’Orchestra da Camera Fiorentina e che aiuta molto i giovani, e Antonino Fogliani, che mi portò per la prima volta in una Fondazione Lirica come assistente e al Festival Rossini in Wildbad come “korrepetitor”, dove venni notato dal Sovrintendente, il quale mi affidò la recita giovani dell’Adina di Rossini nella stagione successiva.

Quest’anno, Maestro, ha finalmente potuto esprimere se stesso, giungendo sulle vette dell’Olimpo operistico, dirigendo anche al Teatro alla Scala di Milano. Quali momenti vuole segnalarci e quali emozioni ha vissuto?
Lo scorso 29 giugno ho realizzato il sogno di tutti i musicisti: debuttare sul palcoscenico del Teatro alla Scala di Milano! Ho avuto il piacere di accompagnare i giovani cantanti solisti dell’Accademia nel loro concerto finale. È una grande responsabilità: per loro è il momento più importante, una vetrina decisiva che arriva al termine di un percorso formativo di due anni, in cui si presentano non solo al pubblico, ma anche agli addetti ai lavori, quali agenti lirici, direttori artistici e casting manager, figure che possono determinare concretamente l’inizio delle loro carriere.
L’orchestra dell’Accademia è composta da giovanissimi musicisti di talento, spesso alle prime esperienze con il repertorio operistico. Anche per loro, e per me, è stata una bella sfida tecnico-musicale: affrontare autori molto diversi tra loro, da Rossini al Verdi maturo, passando per Donizetti, Bizet e Massenet, richiede grande flessibilità e attenzione stilistica. Mi sono sentito un po’ come un fratello maggiore: li ho guidati con affetto e con cura, con la speranza e l’augurio di ritrovarli presto nelle orchestre stabili di tutta Italia.
Nel 2026 tornerò alla Scala, stavolta nella buca d’orchestra – o nel golfo mistico – per il mio debutto in una nuova produzione scenica: “L’elisir d’amore” di Gaetano Donizetti, con la regia di Maria Mauti e le forze artistiche dell’Accademia. È un repertorio che frequento molto e con piacere e non vedo l’ora di lavorare a fondo con la regista, i giovani solisti, l’orchestra e il coro dell’Accademia, soprattutto sul piano stilistico donizettiano.

Sulla cresta dell’onda, a chi sente di dover dire grazie per chi è adesso? E chi ha inciso profondamente sul suo modo di intendere la direzione d’orchestra?
Sicuramente ai miei genitori per tutto il sostegno e la fiducia che hanno avuto in me. Non essendo musicisti, e trattandosi di una carriera difficile, non sempre vista benissimo in Italia, non deve essere stato facile per loro fidarsi, ma evidentemente mi sono meritato la loro fiducia.
Tutti i miei Maestri mi hanno dato tantissimo, ed ho avuto la fortuna di studiare con tanti e molto diversi fra loro. In aggiunta ai maestri citati prima posso dire brevemente che Gianluigi Gelmetti mi ha insegnato il modo di pensare la musica, Gianandrea Noseda la cura del suono e l’importanza del dettaglio, e Iván Fischer a lasciarsi stupire dalla musica come fosse appena stata composta.

Maestro, il suo essere siciliano, ritiene, possa essere un tratto distintivo? In che senso?
Credo che i siciliani abbiano una spiccata capacità di comunicare, sia con i gesti sia con le parole, e siano dotati di grande calore umano. Queste caratteristiche sono molto utili per un direttore d’orchestra.

Sappiamo che è nel direttivo di Voce all’Opera. In che modo porta avanti anche quel progetto?
È un progetto a cui tengo molto poiché so bene quanto è difficile in Italia presentarsi al mondo del lavoro dopo aver terminato gli studi in Conservatorio. Noi tentiamo di colmare questa mancanza mettendo i giovani talenti in condizione di esibirsi in produzioni professionali che li valorizzino e proponendoli ai teatri, che devo dire ci seguono sempre con grande calore, specialmente al Concorso che organizziamo ogni anno per cantanti lirici, registi con relativo team, compositori e librettisti. Insieme al fondatore e direttore artistico Gianmaria Aliverta, a titolo di volontario, faccio di tutto: dal dirigere l’orchestra fino allo smontare le scenografie.

Per portare in scena un’opera come La traviata di Verdi o Lucia di Lammermoor di Donizetti, quali sono gli step che, come direttore, deve seguire e richiedere al cast e agli orchestrali?
Semplicemente uno studio il più approfondito possibile del libretto e della partitura, nel quale portare piano piano tutti gli artisti coinvolti, in quella che io credo essere la lettura più fedele possibile alle volontà del compositore, ovviamente con tutta la flessibilità necessaria in base alle caratteristiche e all’artisticità dei solisti coinvolti.

Cosa può dirci dell’allestimento de La vedova allegra che ha appena diretto? Come ha interpretato la partitura di Lehár?
Abbiamo optato per la versione italiana in tre atti, come da tradizione. Per l’apertura del terzo atto ho strumentato la canzone di Njegus, l’unico ruolo interpretato da un attore e non da un cantante lirico: un personaggio che il bravissimo Marco Simeoli caratterizza anche con qualche divertente inflessione dialettale napoletana. Abbiamo inoltre inserito nove minuti di musiche scoppiettanti dal “Gaîté Parisienne” di Offenbach, che si concludono con il celebre can-can, ovvero il Galop infernal da “Orphée aux Enfers”, il tutto coreografato dal bravissimo Gianni Santucci. Infine, abbiamo voluto rendere un piccolo omaggio a Gustav Mahler che, come ci racconta la moglie Alma nelle sue “Erinnerungen”, apprezzava moltissimo questa partitura, ma non poteva ammetterlo pubblicamente, vittima di un «intellettualismo tanto snobistico», così scrive Alma, lo stesso in cui ero caduto anch’io da adolescente, affascinato com’ero dalla seconda scuola di Vienna.
Non credo quindi che l’operetta sia un genere minore: è semplicemente un’altra cosa. Ha elementi in comune con l’opera, certo, ma segue regole diverse, ha un linguaggio tutto suo e una vocazione alla leggerezza che non va affatto sottovalutata. Non sono uno specialista del genere, anzi “La vedova allegra” è la mia primissima operetta, ma fin dal primo sguardo alla partitura sono rimasto colpito dalla qualità della scrittura orchestrale: brillante, curata, mai banale né dal punto di vista armonico né timbrico. Il cuore musicale di questa partitura pulsa “in tre”: valzer, mazurke, ritmi danzanti ne costituiscono l’anima. Il secondo atto è profondamente intriso di spirito slavo: si apre con una polacca dai colori vivaci, con squilli di tromba che evocano Čajkovskij, viene quasi in mente “Onegin”, e prosegue con un coro costruito su un vocalizzo dalle sonorità magiare, che sfocia poi in una danza popolare balcanica, un “kolo”. Lehár tratta le voci con una leggerezza straordinaria: i cantanti non sono mai costretti a forzare, anche grazie a un’orchestrazione trasparente ed elegante. E naturalmente il suo talento melodico è straordinario: gli spettatori escono sempre dal teatro canticchiando!

I due riferimenti per un allestimento sono il direttore d’orchestra e il regista. Come deve essere la collaborazione tra i due?
Quando si tratta di una nuova produzione, la collaborazione deve essere totale e l’ideale sarebbe quasi fondersi in un’unica persona. È fondamentale andare nella stessa direzione, poiché parola e musica devono essere una sola cosa… Questo è possibile solo attraverso settimane di lavoro insieme, prima di iniziare le prove o addirittura prima di consegnare il progetto definitivo al Teatro.

Lei sta lavorando anche all’estero. Le dinamiche sono identiche all’Italia o è tutto più semplice?
Non saprei. Sicuramente noto che all’estero, per esempio in Germania, Olanda o Francia, la figura dell’artista freelance ha più diritti ed è più considerata che in Italia. Per fortuna, dopo la pandemia, Assolirica, l’unica associazione di categoria che rappresenta i lavoratori freelance della lirica, sta facendo un ottimo lavoro ed è molto tenuta in considerazione dal Ministero, che sta lavorando al suo fianco per migliorare le condizioni lavorative della nostra categoria.

C’è un’opera che non si stanca mai di dirigere e una che vorrebbe presto debuttare?
Sicuramente “Barbablù” di Bartók, poiché è una delle partiture che ho studiato più a fondo, specialmente perché non parlando l’ungherese è stato necessario un lavoro extra con una professoressa di ungherese; e “Falstaff”, uno dei miei libretti preferiti, ed ovviamente la partitura è una miniera d’oro sotto tutti i punti di vista, specialmente da quello armonico e della strumentazione.

I Suoi prossimi impegni?
“Turandot” a Wiesbaden, “Il pirata” a Catania e “L’elisir d’amore” al Teatro alla Scala. In ambito sinfonico concerti in Olanda, nella mia Messina e a Weimar dove dalla stagione 2025/26 sarò Primo Direttore e dirigerò circa cinque produzioni a stagione e diversi concerti.

Annunziato Gentiluomo

[Foto di VIOLAGO (Carnegie Hall, New York); di Arnaldo Colombaroli; e di Agnese Carbone]

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