Sulle scene del Teatro Regio di Torino è riapparsa, sotto la direzione di Francesco Lanzillotta, l’opera I Puritani, una delle più belle composizioni di Vincenzo Bellini, morto il 23 settembre 1835, quando non aveva ancora compiuto il trentaquattresimo anno di vita. Anche in questo capolavoro, come può dirsi della Norma, della Sonnambula, e di altre
Sulle scene del Teatro Regio di Torino è riapparsa, sotto la direzione di Francesco Lanzillotta, l’opera I Puritani, una delle più belle composizioni di Vincenzo Bellini, morto il 23 settembre 1835, quando non aveva ancora compiuto il trentaquattresimo anno di vita. Anche in questo capolavoro, come può dirsi della Norma, della Sonnambula, e di altre sue opere, il canto attrae e commuove, ed è sempre assecondato dalle mirabili seduzioni dello strumentale e dallo splendore della linea melodica.

Le notizie dello strepitoso successo di questo melodramma, quando fu presentato per la prima volta nel Teatro Italiano di Parigi, furono trasmesse anche a Torino, e la «Gazzetta Piemontese», di cui in quel tempo era direttore Felice Romani, il librettista prediletto dal musicista catanese, in data 4 febbraio 1835, sul n. 26, p. 1, apparve la seguente cronaca, in cui si legge che l’opera, essendo ricca di molte bellezze, avrebbe avuto di sicuro «una vera, e durevole popolarità».
La trascriviamo, avvertendo che il contenuto è qui riprodotto come figura nel testo originale:
TEATRO ITALIANO DI PARIGI
I Puritani; Musica di Bellini.
Grande si era l’aspettazione per l’Opera andata in scena sabbato 24; però le speranze del Compositore, e quelle de’ suoi molti amici, si trovarono al di sotto dell’esito. Quest’esito fu un compiuto trionfo: basti dire, che il Maestro fu chiamato, durante la rappresentazione, a ricevere gli applausi dell’uditorio, onore questo che è senz’esempio sulle scene di Parigi. Quantunque a non avere inteso che una sola rappresentazione, sia difficile giudicare partitamente della musica, si può per altro dire fin d’ora, che essa è ricca di tanta bellezza, da assicurarle una vera, e durevole popolarità. La mossa dell’introduzione è solenne e patetica, come si addice alla scena ed al soggetto: il canto severo, ma robusto de’ soldati, che viene subito dopo, e ’l coro di donne che vi s’intreccia deliziosamente, benchè lunghetto, piacque molto, e riuscì di ottimo effetto. Segue una bell’aria di Tamburini, la quale, a rappresentazione più inoltrata, sarebbe stata più applaudita… tanta era la tema del pubblico di prorompere ad imprudente incoraggimento! L’elegante duetto che sussegue, tra Lablache e la Grisi, fu applaudito con minor riservatezza: il pubblico già si sentiva più rinfrancato di giudizio e caldo di entusiasmo. Una stretta, eseguita dalle signore Grisi e Amigo, e Tamburini e Lablache, nella quale la Grisi ha un incantevole a solo, che eseguì con grazia e precisione, fu molto applaudita, ed ebbe l’onore della replica: applaudita fu parimenti la soave e graziosa Aria, che Rubini cantò dopo il Quartetto. Ma il maggior trionfo si fu il Duetto tra Tamburini e Lablache, il quale riuscì di un effetto davvero portentoso. Se ne domandò a una voce la replica, e questa fu applaudita con nuovo ed indicibile trasporto. Un grido universale si levò in tutto il teatro,Bellini, si gridava, Bellini. Lablache e Tamburini, usati quali sono a siffatte strepitose chiamate, uscirono sul proscenio, argomentando per se le non ben distinte acclamazioni; ma accortisi subitamente del maggior desiderio degli spettatori, si ritirarono, tornando poi poco appresso a presentare l’insigne Maestro. Bellini accolse modestamente gli applausi, i quali si prolungarono per qualche tempo, fra continue acclamazioni, e fra lo sventolar festivo de’ fazzoletti. Dei Cantanti e delle parti principali meglio non si può dire, se non che si mostrarono dessi medesimi; che un’unione di voci così stupende mai non si udì in verun teatro, e che Bellini sarebbe veramente fortunato, se l’Opera sua fosse altrove eseguita con tanta maestria ed effetto.

Possiamo ora ben credere che quella sera gli appassionati ascoltatori dei Puritani abbiano provato quel particolare diletto estetico che scaturisce spontaneo quando si ascolta un’autentica opera d’arte. Ciò accade più spesso in un buon teatro di musica, in cui di solito agiscono valide compagnie di canto, che sanno trasmettere agli spettatori emozioni indimenticabili. Ne dà esempio l’entusiasmo, e quasi il delirio, con cui questo capolavoro belliniano fu accolto a Parigi allorquando fu recitato per la prima volta. Qualche mese dopo a Londra i Puritani, affidati agli stessi esecutori, riscossero un successo analogo, e furono applauditi finanche da colei che era già destinata a diventare la futura regina Vittoria.
In Italia l’opera fu eseguita, ma con minore fortuna, il 26 dicembre 1835, proprio nel giorno di Santo Stefano, che allora dava inizio alla tradizionale stagione “di Carnevale”. Successe un fatto che ha dell’incredibile, e procurò a questa meravigliosa opera un esito davvero infelice. Gli Eredi Bellini, l’editore Eugène Troupenas e il Teatro Italiano di Parigi, comproprietari, affidarono all’editore Giovanni Ricordi la distribuzione dello spartito ai teatri in Italia, e subirono anch’essi del danno nella vendita delle partiture a causa della concorrenza sleale di Pasquale ed Epimaco Artaria, che, non autorizzati, offrivano i Puritani a prezzo più vantaggioso.
I fratelli Artaria, non nuovi in tal genere di falsificazioni, ebbero l’ardire di stampare un falso spartito dei Puritani, che a Milano fu acquistato e rappresentato nel Teatro alla Scala, e così successe anche a Parma nel Nuovo Teatro Ducale, e in altri teatri meno importanti dell’Alta Italia. Le cronache di quegli spettacoli documentano che quell’opera, non conforme a quella eseguita a Parigi, non piacque affatto, e ben preso si scoprì che fu raffazzonata da un tal Cesare Pugni, operista di scarsissimo merito. Essendo già noto che l’opera aveva avuto grandissimo successo a Parigi e a Londra, gli spettatori intuirono l’inganno, e si domandarono increduli: «è poi quest’opera del Bellini sì o no?».
Il responsabile di quel grave pasticcio, ovvero della partitura adulterata, spinto forse dall’indigenza, fece un torto gravissimo a Bellini, danneggiando la sua buona reputazione. Lo ripagò infatti con molta ingratitudine perché il maestro siciliano, che lo aveva incontrato e aiutato a Parigi, vedendolo in povertà e con una numerosa famiglia a carico, gli «aveva fatto copiare le partizioni dei Puritani per Palermo e Napoli» per fargli guadagnare del denaro. Accadde poi che costui, […]
profittando della cognizione dell’Istrumentazione che avea potuto acquistare copiando gli esemplari suindicati, e con l’appoggio dei differenti pezzi che si trovavano stampati a Parigi accozzò una specie di Spartito e lo vendette all’editore artaria di Milano ed è sopra di questo miscuglio che si son dati i Puritani tanto a Parma quanto a Milano senza alcun successo.
Di questo spiacevole avvenimento, siccome di tante altre curiosità ed episodi tristi e lieti, ricavati da molteplici documenti e da antiche cronache teatrali, si parla in un interessante volume di recente pubblicazione, impreziosito da una garbata prefazione del Prof. Constantine P. Carambelas-Sgourdas di Atene.
Il volume in questione, di Carmelo Neri, si intitola: Vincenzo Bellini – Memorie storiche e lettere allo zio Ferlito, integrato “In appendice” da Il testamento di Francesco Florimo. Altre notizie sull’autore anzidetto e sulla genesi di questo nuovo lavoro su Bellini sono rintracciabili in un’intervista pubblicata qui.
Sicuramente si tratta di un volume interessante per gli addetti ai lavori, per gli appassionati di Bellini o per i curiosi che cercano “disperatamente” nuovi stimoli.
Maria Giusy Rocco















