E dopo un paio di mesi, faccio ritorno al Tempio di Anima Universale. Quando riesco a organizzarmi, ho proprio piacere di farmi nutrire dalle Divine Istruzioni di Swami Roberto e della sua energia. Dopo la benedizione per i 30 anni di Barbara e Marco sotto la tenda di Davide, il Maestro di Leinì si è
E dopo un paio di mesi, faccio ritorno al Tempio di Anima Universale. Quando riesco a organizzarmi, ho proprio piacere di farmi nutrire dalle Divine Istruzioni di Swami Roberto e della sua energia.
Dopo la benedizione per i 30 anni di Barbara e Marco sotto la tenda di Davide, il Maestro di Leinì si è focalizzato, ieri, 7 giugno, su un episodio che ha al centro una donna egiziana, Agar, una figura biblica chiave, menzionata nei capitoli 16 e 21 della Genesi, nota come la prima donna a cui Dio si rivolge direttamente e che attribuisce un nome a Dio definendolo Dio della visione (Genesi 16,13). Agar diede un figlio, Ismaele, ad Abramo proprio come Sara che partorì Isacco: quest’ultima la volle allontanare per evitare che anche Ismaele fosse erede accanto al proprio, e il primo patriarca, dispiaciuto, assecondò la richiesta, accertata da Dio stesso.

Abramo adunque si levò la mattina, e prese del pane e un otre d’acqua, e li diede ad Agar, ponendoglieli sopra le spalle; e le diede il fanciullo, e la mandò via. Ed ella se ne andò, e si smarrì nel deserto di Beer-Sceba.
E quando l’acqua dell’otre venne meno, ella lasciò il fanciullo sotto a uno degli alberi.
E andò, e si pose a sedere dirimpetto, lontano quanto un tiro d’arco; perciocché ella disse: Che io non vegga morir il fanciullo. Così si pose a sedere dirimpetto, ed alzò la voce, e pianse.
E Iddio udì la voce del fanciullo; e l’Angelo di Dio chiamò Agar dal cielo, e le disse: Che hai, Agar? non temere; perciocché Iddio ha udita la voce del fanciullo nel luogo dove egli è.
Levati, togli il fanciullo, e tientelo per la mano; perciocché io farò di lui una gran nazione.
E Iddio le aperse gli occhi, ed ella vide un pozzo d’acqua; e andò, e riempì l’otre d’acqua, e diede da bere al fanciullo.
E Iddio fu col fanciullo; ed egli crebbe, e dimorò nel deserto, e divenne arciero.
E dimorò nel deserto di Paran; e sua madre gli prese moglie del paese d’Egitto. [Genesi 21,14–21]


Agar, come è scritto nel passo, si era smarrita nel deserto di Beer-Sceba, in Israele, proprio come capita oggi a tanti di smarrarsi in questa società caotica, aggressiva, illogica e stanca. Questa donna vagò per giorni col bimbo in braccio e quando non ci fu più acqua nell’oltre depose il bambino sotto un cespuglio, si sedette a circa 100 mt da lui e iniziò a piangere. Non voleva vedere il figlio morire e pensò che Dio le avesse voltato le spalle. Questo senso di abbandono è umano e capita a molti. Tale profonda solitudine, il sentirsi quasi orfani alberga spesso soprattutto in chi è fragile. Quella mamma egiziana era disperata perché non poteva fare nulla per il suo piccolo che stava rischiando la vita. A un certo punto, però, accadde l’incredibile: Dio le aprì gli occhi. Agar alzò la testa e vide un pozzo. Andò a riempire l’otre, fece bere il figlioletto e così furono salvi entrambi.
Tale racconto è un contenitore di diverse Divine Informazioni: Dio avrebbe potuto materializzare un pozzo, ma non lo fa perché l’insegnamento è il lavoro sulla mente che il Padre invita i suoi figli a fare. Non vuole stupire con la straordinarietà, ma vuole far capire come il chiudersi nel dolore fa perdere di vista ciò che si nasconde dietro l’esperienza o fa evitare di accorgersi che la soluzione della situazione è proprio innanzi, di fronte. Il fissarsi sulle proprie necessità, sui proprio problemi influenza alla fine lo sguardo con cui si osserva: il singolo guarda altrove, dando molto per scontato. Allontana dall’essere autenticamente presenti, dall’essere focalizzati nel qui e ora, la chiave per poter vivere pienamente la vita e rendersi conto di tutte le sue sfumature e le infinite possibilità che offre. Nulla è lasciato al caso: nella matrix in cui siamo immersi ogni incontro, questione o problema è foriero di significato. Sta all’uomo carpirlo, mediante la mente intuitiva e integrarlo attraverso la sapienza del cuore.


Swami esorta i presenti a permettere a Dio di aprire i loro occhi spirituali, Ajna chakra, il terzo occhio, l’occhio di Shiva che vede oltre.
E il Maestro di Leinì si fa più metaforico. Associa il peso dei problemi quotidiani a una maglia bagnata. Quelle sofferenze sono concrete e pesanti, il loro peso è tangibile. Quando si vive quella pesantezza si è anestetizzati alla presenza di Dio. La mente è troppo impegnata a lamentarsi e a decodificare sul proprio corpo quello che sta vivendo. Proprio per questo va pulita attraverso la vibrazione di mantra come questi: Il mio Dio mi è sempre vicino. Sono io che, a volte, sono distratto dalle mie ansie e Signore, apri i miei occhi spirituali affinché io veda la Luce della Tua Provvidenza che provvede per me in ogni mia difficoltà e crisi interiore.


Dio c’è, c’è sempre. Un Padre paziente non può essere sordo al richiamo del figlio. Bisogna quindi smascherare l’illusione dell’apparente lontananza di Dio dal proprio quotidiano, del suo mutismo: quella falsa credenza apre le porte al deserto dell’anima, un deserto in cui si smarrisce la direzione o si dischiude il cammino verso l’ateismo che nega l’eternità della proprio essenza, che conduce nell’oblio l’essere spirituale che è in ognuno.


Il Padre aspetta che tu ti accorga della Sua Divina Presenza. Per farlo devi aprire gli occhi, rifiugiarti in Lui perchè Lui è il tuo luogo sicuro, che ti salva e ti libera. Non basta sapere questa Verità col cervello, ma bisogna fare un lavoro interiore per integrarla, evidenzia Swami Roberto. E ricorre a un’altra similitudine: l’ape non calcola rotte, non studia mappe, ma torna sempre all’alveare perché ha una propria capacità innata di orientarsi che la porta verso la sicurezza. Al pari delle api anche noi uomini siamo dotati di questa innata capacità di seguire la rotta verso la Bellezza, verso il Bene, verso la Gioia, verso Dio, ma tale abilità si trova spesso sotto strati di rumore. I pensieri, le preoccupazioni, le distrazioni, le paure, le ansie e le urgenze sono reali, tangibili, ovattano quella competenza. E così si offre il fianco a Maya che ti fa credere che tu sia solo e che Dio sia solo un racconto, e che riesce ad allontanarti dalla sede del potere, da Dio. La pratica spirituale serve a riattivare la capacità di vedere oltre la materia e puntare sempre verso Dio che è il Potere dei Poteri. Se si riesce, con volontà, a trascendere la materia e a posizionare la propria mente in Dio, allora grandi cose possono manifestarsi. La Legge di Attrazione, da quell’istante, entrerà pienamente nella vita di ciascuno, si potrà realizzare tutto e il successo sarà assicurato. Tutto sarà in discesa perché la Luce dischiuderà e traccerà il cammino da intraprendere, seguirà ogni passo.


Come semplice pratica quotidiana da fare anche a giorni alterni, Swami consiglia di prendersi tre minuti ogni giorno per stare con se stessi. Dopo aver chiuso gli occhi, bisogna visualizzare mentalmente un luogo che dona pace, entrarci e sedersi comodamente: allora nel silenzio si deve ripetere il nome di Gesù, meglio in aramaico Yeshua, con devozione, sentimento, amore, portando l’intenzione di aprire i propri occhi a Dio, e quindi al potere e alla speranza, reiterando quando accorso ad Agar. È opportuno fare così giacché, per ben tre volte (numero della Trinità e della perfezione), nella Bibbia è riportato che chi pronuncerà il nome di Dio sarà salvato, sarà liberato dall’illusione di non avere il potere del Padre.


Un’altra magnifica lezione. Parole semplici, ma illuminanti. Istruzioni che lavorano nel nostro inconscio e che ci rendono sempre più coscienti della nostra grandezza. Grazie, Divino Amore! Grazie, Swami!
Annunziato Gentiluomo














