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Un inizio del VI Life Beyond Life Film Festival intenso ed emozionante

Un inizio del VI Life Beyond Life Film Festival intenso ed emozionante

C’è una soglia oltre la quale il linguaggio smette di spiegare e inizia semplicemente a tremare. La sensazione lasciata dal concerto inaugurale del sesto Life Beyond Life Film Festival di ieri, 14 maggio, a Torino, vive esattamente lì: in quel punto rarissimo in cui musica, cinema, memoria e presenza umana smettono di occupare spazi separati

C’è una soglia oltre la quale il linguaggio smette di spiegare e inizia semplicemente a tremare.

La sensazione lasciata dal concerto inaugurale del sesto Life Beyond Life Film Festival di ieri, 14 maggio, a Torino, vive esattamente lì: in quel punto rarissimo in cui musica, cinema, memoria e presenza umana smettono di occupare spazi separati e iniziano a respirare insieme.  

Ed è impossibile raccontare questa serata senza partire da Annunziato Gentiluomo. Perché ciò che colpisce di lui è la capacità rara di dare respiro alle cose che crea. Alcune persone costruiscono eventi culturali. Annunziato costruisce organismi vivi, dentro cui musica, immagini, spiritualità, antropologia e relazioni umane trovano una continuità naturale, quasi inevitabile.

Durante tutta la serata si percepiva una regia emotiva estremamente precisa. Le parole accompagnavano la musica senza interromperne il flusso. I cortometraggi aprivano spazi interiori che il pianoforte raccoglieva, trasformandoli nuovamente in esperienza fisica.

Tutto sembrava seguire un unico respiro narrativo.

Esattamente come Carmelo Spoto respirava insieme al pianoforte, Annunziato sembrava respirare insieme al festival stesso.

Quando Carmelo Spoto si è seduto al pianoforte, la prima impressione era quella di una concentrazione quasi trattenuta. Postura composta. Mani attente. Movimento controllato. Lo studio rigoroso della materia musicale. Poi, lentamente, qualcosa ha iniziato a trasformarsi. Brano dopo brano il corpo ha cominciato a seguire la musica in maniera sempre più evidente. Il busto accompagnava le frasi musicali. Le spalle assorbivano tensione e rilascio. Le mani passavano da una delicatezza quasi intima a un impatto fisico pieno, verticale, soprattutto nei passaggi lisztiani più drammatici.

Ma il dettaglio più potente arrivava dallo sguardo. A un certo punto Carmelo ha iniziato a sollevare gli occhi verso la platea, quasi cercando un dialogo con il pubblico in sala. Ed è stato lì che il concerto ha cambiato dimensione. Non c’era più distanza tra interprete e ascolto. La musica attraversava contemporaneamente il pianista e la sala.

Nelle prime file le persone avevano smesso perfino di cambiare posizione sulla sedia. In alcuni momenti spariva qualsiasi rumore. Restavano soltanto il respiro del pianoforte, i silenzi tra una frase musicale e l’altra e quella tensione emotiva sospesa che raramente si riesce a creare in maniera così autentica.

E più il concerto avanzava, più Carmelo sembrava ingrandirsi dentro ciò che stava suonando.

Liszt, in questo senso, rappresenta una delle prove più severe per qualsiasi pianista. Velocità, precisione, controllo, resistenza fisica, tensione continua. Eppure durante Vallée d’Obermann, La Campanella, Liebestraum e Mephisto Waltz il virtuosismo prendeva continuamente direzione narrativa ed emotiva.

Ogni accelerazione costruiva tensione. Ogni sospensione apriva spazio. Ogni slancio tecnico trasportava dentro un’immagine, un’atmosfera, uno stato umano.

Il pianoforte diventava paesaggio, vertigine, memoria.

E tutto questo arrivava con forza anche a chi non possiede strumenti tecnici per leggere la musica classica. La percezione della sala era fisica. Le note sembravano avere peso, temperatura, consistenza.

Il dialogo costruito dal festival tra musica e cinema amplificava ulteriormente questa esperienza.

Particolarmente intenso Treinta y dos, il cortometraggio spagnolo di Carlota Beltrán González costruito intorno a una scacchiera, a un lutto e a un cavallo bianco di legno che continua misteriosamente a muoversi. Il cuore del racconto vive proprio lì: nella continuità invisibile dei legami. Nel modo in cui alcune presenze continuano ad accompagnare il cammino umano attraverso intuizioni, dettagli minuscoli, movimenti quasi impercettibili della realtà.
Guardando quel cortometraggio il pensiero è andato inevitabilmente a mia madre, scomparsa dodici anni fa. E in quel momento il cavallo bianco della scacchiera ha assunto un significato immediatamente concreto. Perché alcune esperienze arrivano con una chiarezza profonda che precede perfino le spiegazioni. A volte il cavallo di legno sulla scacchiera si muove davvero. E servono occhi capaci di accorgersene.

Torno a casa piena di gratitudine per quanto ho potuto esperire e respirare…
Maria Giusy Rocco

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