Il Teatro Regio di Torino ci ha regalato un allestimento fantasmagorico per un’opera complessa ed emotivamente intensa: l’Hamlet di Ambroise Thomas è stata onorata da un cast favoloso, una direzione dinamica e una regia super pertinente, capace di evidenziare le specificità dell’opera rispetto alla pièce teatrale di Shakespeare, sottolineandone la chiave romantica e approfondendo il tormento
Il Teatro Regio di Torino ci ha regalato un allestimento fantasmagorico per un’opera complessa ed emotivamente intensa: l’Hamlet di Ambroise Thomas è stata onorata da un cast favoloso, una direzione dinamica e una regia super pertinente, capace di evidenziare le specificità dell’opera rispetto alla pièce teatrale di Shakespeare, sottolineandone la chiave romantica e approfondendo il tormento interiore del protagonista, mosso dal conflitto tra il senso del dovere e la ribellione, tra agire e subire.


La regia di Jacopo Spirei ha sicuramente fatto centro rispetto al suo obiettivo e la rappresentazione del dramma del giovane che si misura col potere è veramente raffinata. Risulta evidente come Hamlet si trovi a confrontarsi con l’iniquità del tempo, con la ferocia e l’arrivismo di chi è privo di scrupoli e farebbe di tutto, compreso il fratricidio, per raggiungere fama e riconoscimenti. Il contesto, in cui l’azione si muove, rimanda a un mondo gotico, in totale decadenza, ed è in quest’ambientazione che prende l’avvio un vero e proprio viaggio interiore denso di simboli, dal fasto inquietante del salone dell’incoronazione al caos del banchetto, alla presenza del cavallo a dondolo atto a identificare l’infanzia spensierata che finisce sotto il peso dell’età adulta, la presenza di Hamlet e Ophélie bambini quando muovevano i primi passi di una conoscenza che li avrebbe portati a un attimo dal matrimonio, fino al climax finale, dove Hamlet si ritrova, quasi incredulo, re di un mondo ormai in rovina, dopo l’usurpazione dello zio, ucciso per sua mano.


Spirei, la cui cura della gestione degli spazi è stata maniacale ed eccelsa la mobilizzazione delle masse, ha potuto contare sulle scene monumentali di Gary McCann che si componevano e ricomponevano, definendo luoghi e profondità sempre nuovi, dove nulla era sovrabbondante o privo di valore. I magnifici costumi di Giada Masi sono stati capaci di definire, con forza, l’identità dei personaggi, contribuendo a nutrire l’intenzione registica di approfondire l’aspetto psicologico di ogni attore, mentre le attente luci di Fiammetta Baldiserri hanno amplificato il contrasto tra grandiosità e inquietudine, dando profondità e “ambient” a quanto proposto. Ha svolto un ruolo importante anche la coreografia, firmata da Ron Howell, che offre dinamismo in linea con l’evoluzione personale di ciascuno.


Jérémie Rhorer dirige l’Orchestra del Regio, compagine sempre pronta e di livello, con grande raffinatezza, esaltando le atmosfere contrastanti dell’opera di Thomas, danno risaltando a tutta la ricchezza espressiva della partitura e al romanticismo di cui è intrisa. Riesce a rappresentare tutti i colori presenti, evidenziando, con assoluta pertinenza, i dissidi dell’uomo, i sensi di colpa, la miseria, la fragilità dell’umana condizione, i grandi sentimenti, quali l’amore e l’amicizia, e i valori universali tra cui la giustizia, la famiglia, la fiducia e il rispetto dell’altro e degli impegni presi.


Eccellente la prova del Coro del Teatro Regio di Torino che domina la scena con garbo e delicatezza, sostenendo i solisti, senza mai oscurarli, e imponendosi per precisione e compattezza di suono.


Il cast, con dei naturali distinguo, è stato assolutamente all’altezza dell’opera, non deludendo le aspettative, un cast esaltato dal pubblico che, in particolare alla fine, si è lanciato in copiosi applausi di apprezzamento.


Tra tutti siamo stati ipnotizzati dalla performance di Sara Blanch che ha vestito i panni dell’angelica e tragica Ophélie, in modo superlativo riuscendo a rendere una delle scene di follia più famose nella storia dell’opera con una tecnica impressionante, con un’emissione di voce superlativa, con un eccellente fraseggio, senza mai perdere in tensione emotiva, dimostrando una conoscenza di sé, un controllo di voce e una capacità di interpretazione veramente rari. Nonostante un’apparente freddezza che cela invece la manifestazione sorda di un dolore controllato, è stata, in sintesi capace, grazia alla sua lama argentea e al ricorso a mezze voci paradisiache a offrire tutte le sfumature del complesso personaggio.


John Osborn è stato capace di incarnare pienamente il tormentato principe di Danimarca, offrendoci, con eleganza, lo spaccato interiore di Hamlet, lacerato internamente dalla disgrazia accorsagli e dalla consapevolezza della stessa, nascosta da una pubblica follia, conveniente a chi preferisce non mettersi in discussione ed entrare in contatto con la propria coscienza. Una vocalità luminosa, una validissima tecnica, una convincente verve scenica e una straordinaria intensità espressiva gli consentono di risolvere al meglio il suo ruolo.


Eccellente anche la prova di Clémentine Margaine che è stata capace, con una voce ben proiettata e piena, una canna strepitosa e con un piglio scenico non indifferente, di dare spessore al ruolo ambiguo di Gertrude, divisa tra l’essere al tempo stesso complice di un omicidio, moglie fedifraga, madre discutibile e controllante, sovrana e grande stratega.
Riccardo Zanellato ha vestito con garbo i panni del re usurpatore Claudius, senza mai sorprendere. La sua esecuzione è stata regolare: a volte, avremmo desiderato maggiore intensità drammatica che abbiamo riscontrato più scenicamente che vocalmente.


Julien Henric è stato un Laërte vigoroso, aitante, dinamico: la sua notevole lama e l’ottima proiezione del suono gli permettono di riempire la scena e far risaltare la sua presenza.
Alastair Miles ha interpretato con pienezza i panni dello spettro del defunto re: la regia, con l’ausilio di pannelli luminosi, crea per lui dei contesti a sé stanti che convertono le sue apparizioni in camei di originale bellezza.
Completano il cast Alexander Marev, nei panni di Marcellus, Tomislav Lavoie che interpreta Horatio, Nicolò Donini che è Polonius, Janusz Nosek e Pierre-Antoine Chaumien nei ruoli dei becchini. Tutti hanno onorato la propria parte, offrendo un pertinente contributo alla riuscita dell’opera.


Sicuramente spettacolare, dunque, l’Hamlet del duo Rhorer-Spirei che sottolinea lo spessore della programmazione del Regio di Torino. Una prima mondiale che non bisogna perdere e che ho avuto l’onore di gustare con una persona a me importante, i cui occhi stupiti rendevano omaggio alla bellezza di un allestimento che arriva a tutti, anche a chi non è propriamente un intenditore di opera lirica. Proprio in questo risiede il valore universale della musica e la grandezza dell’opera lirica. Un’orchestrazione così coinvolgente per un dramma shakespeariano senza tempo, reso con maestria a Torino, rendono tale appuntamento operistico, ancora in scena domenica 25 e martedì 27 maggio, un evento da non mancare.


Annunziato Gentiluomo
[Foto di Daniele Ratti e Mattia Gaido]















