L’allestimento di Aida, proposto dal Coro Lirico Siciliano al Teatro Greco di Siracusa, giovedì scorso, e firmato da Salvo Dolce e Filippo Arlia, è stato sicuramente visivamente impattante e drammaturgicamente imponente. L’eliminazione della buca davanti al proscenio ha attivato un’immediata immersione del pubblico che ha partecipato in modo totale al dramma che si andava consumando.
L’allestimento di Aida, proposto dal Coro Lirico Siciliano al Teatro Greco di Siracusa, giovedì scorso, e firmato da Salvo Dolce e Filippo Arlia, è stato sicuramente visivamente impattante e drammaturgicamente imponente. L’eliminazione della buca davanti al proscenio ha attivato un’immediata immersione del pubblico che ha partecipato in modo totale al dramma che si andava consumando. Grande attenzione alla valorizzazione degli spazi scenici archeologici, cornice naturale alla narrazione.
Salvo Dolce ha curato nel dettaglio i movimenti delle grandi masse (circa trecento tra artisti del coro, professori d’orchestra, corpo di ballo, figurazioni, maestranze tecniche e creative), illustrando i diversi momenti, le battaglie tra Etiopi ed Egizi, e le varie cerimonie con grande accuratezza. Le coreografie di Sarah Lanza, in tal senso, hanno svolto un ruolo fondamentale, creando dinamicità e ipnotizzando i presenti.



Il fuoco è un elemento fortemente caratterizzante la messinscena: super presente nelle anfore e nelle performance, e anche nelle video installazioni, che hanno trasformato una scena statica e spoglia che porta la firma di Andrea Santini, basicamente formata da una scalinata a cui si accede alla porta di un tempio, in fluttuanti paesaggi, arricchiti da splendidi i giochi di luce, curati da Gabriele Circo, e valorizzati dai contributi digitali di Michele Falasconi, che attualizzavano, di volta in volta, l’ambientazione.


Grande importanza hanno avuti i danzatori del corpo di ballo e i performers della Compagnia Joculares che hanno colorato la scena per almeno il 60% dell’opera, dall’inizio in cui si rappresentano la disperazione e la sorpresa, al finale quando dei cigni neri trascinano i due amanti nell’oltre. Desideriamo segnalare la scena degli specchi, caratteristica del II atto: evidenzia l’ambiguità dell’incedere di Amneris nei confronti di Aida, interessata a conoscere chi fosse realmente l’amante della seconda. L’immagine del mezzosoprano viene distorta dal riflesso degli specchi appunto per rappresentare l’opacità del suo agire equivoco.


Anche se a volte, a nostro gusto, il palcoscenico è sembrato troppo pieno, non abbiamo mai riscontrato nessun elemento confusivo: infatti, i solisti hanno potuto esprimersi senza difficoltà, essendo sempre ben identificabili al pubblico. Si può ipotizzare che, per attimi, si coprissero i monitor, complicando gli attacchi dei coristi e dei solisti che non vedevano le indicazioni del direttore d’orchestra: probabilmente uno stress in più che richiedeva loro di attenzionare maggiormente la situazione.


Sicuramente rilevanti i costumi futuristici firmati da Domenico Franchi, che se da una parte evocavano un oriente arcaico e solenne, in totale armonia con la dimensione mitica dell’opera, dall’altro consentono un’ambientazione non necessariamente locale, traslata in una sorta di non luogo, dove la storia di Aida, Radamès e Amneris poteva tranquillamente consumarsi.
Solenne e ben puntata la direzione di Filippo Arlia, che ha guidato, con attenzione e cura, l’Orchestra Filarmonica della Calabria, che ha seguito le istruzioni del suo nocchiere, dando prova di grande compattezza e di notevole omogeneizzazione di suono. Anche la performance del Coro Lirico Siciliano, istruito dal M. Francesco Costa, è stata assolutamente all’altezza. Dei coristi abbiamo apprezzato le belle modulazioni, i crescendo e i leggerissimi molto ben realizzati e una significativa plasticità scenica.


Passando al cast, bisogna premettere, per onestà intellettuale, che per i cantanti la giornata calda e l’alto gradiente di umidità non certo hanno reso facile le loro esecuzioni: a nostro avviso, tutti hanno dato il meglio affinché lo spettacolo fosse il più gradevole possibile.


Detto ciò, sicuramente la star della serata è stata Veronica Simeoni che ha magistralmente vestito i panni di Amneris, pennellando a dovere tutti gli anfratti del complesso personaggio. Una lama luminosa, un’espressività corporea speciale, una mimica facciale intensa, un’ottima tecnica, un eccellente fraseggio e un’estensione importante le hanno permesso di colorare i centri e svettare fra gli acuti di una partitura verdiana tutt’altro che semplice.


Pumeza Matshikiza è stata una convincente Aida. Il suo stare in scena a qualcuno è parso poco espressivo mentre noi l’abbiamo trovato intimamente composto, atto a rappresentare superbamente la storia della protagonista, al contempo principessa etiope in incognito, serva di Amneris, prigioniera degli Egizi, amante segreta di Radamès, cospiratrice contro gli Egizi, figlia di Amonasro e poi suicida per amore e per senso di colpa. Sono stati il suo volto e la sua voce intensa e magnetica a parlare per lei. Abbiamo apprezzato molto la sua interpretazione, caratterizzata da grande rotondità, solida tecnica, morbidezza espressiva, manifestata attraverso bei filati e armoniche mezze voci.


Walter Fraccaro ha interpretato scenicamente il ruolo di Radamès con impeto e forza. A volte la sua voce, però, è parsa stanca, priva del suo solito smalto. In alcuni momenti, addirittura, senza mai cadere in problemi di intonazione, sembrava spingere col suo strumento, come se non si sentisse per questioni tecnico-acustiche o come se temesse di non riuscire a superare l’orchestra.
Ad impreziosire l’allestimento segnaliamo la performance di Badral Chuluunbaatar che ha tratteggiato con cura il personaggio di Amonasro, dandogli colore e personalità. Una voce rotonda la sua, ben proiettata e con un bello squillo.


Un po’ ingessato è parso Deyan Vatchkov, il Re d’Egitto. Avremmo gradito da lui una maggiore profondità vocale, una solennità espressiva più intensa, una pastosità diversa.


Buona la resa di Sultonbek Abdurakhimov nei panni del gran sacerdote Ramfis, al pari di quella di Federico Parisi (il messaggero), che si distingue anche per una bella presenza scenica, e di quella di Leonora Ilieva (la sacerdotessa).
Nel complesso dunque uno spettacolo emotivamente intenso e immersivo, capace di far dialogare il linguaggio lirico e quello musicale con l’anima senza tempo dei teatri antichi.


Dopo la recita di ieri, 26 luglio, al Teatro Greco di Tindari, Aida sarà ancora godibile il 29 luglio al Teatro Antico di Taormina. Non dimentichiamo che quella eseguita è l’edizione critica a cura di Anselm Gerhard, che restituisce al pubblico l’opera così come concepita originariamente da Verdi, arricchita dal corale “palestriniano” dell’Atto III, pagina inedita, finora esclusa dalle rappresentazioni tradizionali. La rappresentazione taorminese sarà tradotta simultaneamente nella Lingua dei Segni Italiana (LIS), nell’ambito del percorso di accessibilità e inclusione promosso dal Coro Lirico Siciliano, in collaborazione con l’associazione Sicilia, turismo per Tutti, presieduta da Bernadette Lo Bianco, per abbattere le barriere sensoriali e rendere la lirica un patrimonio davvero per tutti.
Annunziato Gentiluomo













