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Un’originale e universale versione de “Pagliacci” al Rendano di Cosenza

Un’originale e universale versione de “Pagliacci” al Rendano di Cosenza

Ieri al Teatro Rendano di Cosenza è andata in scena una versione “universale” di Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, capace di farci riflettere sull’amore, sulla gelosia e sulle degenerazioni a cui questi sentimenti possono portare. Al centro dell’opera vi è quel grido disperato che solo chi ama può emettere, quella tensione che nasconde la paura di perdere l’amato, di rimanere

Ieri al Teatro Rendano di Cosenza è andata in scena una versione “universale” di Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, capace di farci riflettere sull’amore, sulla gelosia e sulle degenerazioni a cui questi sentimenti possono portare. Al centro dell’opera vi è quel grido disperato che solo chi ama può emettere, quella tensione che nasconde la paura di perdere l’amato, di rimanere soli e di assistenza allo sgretolarsi dei propri sogni. Da tali riflessioni si muove la regia di Gianmaria Aliverta che, in modo chirurgico, fa emergere il dramma psicologico di tutti i personaggi e soprattutto quello di Canio, puntando alla radice del suo folle gesto che non giustifica, ma che ci invita a comprendere. Libera l’opera verista dal contesto storico-temporale dov’è il compositore napoletano l’ha pensata, e l’ambienta in un set cinematografico che coinvolge una compagnia di professionisti, famosi al pubblico. Con delle scene essenziali – una scalinata posta a destra, un paio di postazioni con lo specchio per il trucco, degli appendiabiti a giorno, un tavolino e due sedie, la classica sedia del regista e un grande faro alla sinistra del palco -, firmate da Francesca Donati, il regista milanese riesce a trascinarci in quel set, creando atmosfere intense e contrapponendo il magnifico quadro lunare di Nedda e Silvia, espressione della più autentica ribalta goffmaniana, alla luminosità quasi accecante dell’ira incontenibile di Canio, davanti a un pubblico incredulo, manifestazione della più pura ribalta del suddetto sociologo canadese.

Ad Aliverta si riconosce altresì il merito di aver saputo tenere insieme le masse, facendo in modo che ciascuno dei presenti, figuranti compresi, consapevolizzasse il proprio ruolo, e di aver fatto dialogare forme d’arte diverse, dando spazio alle coreografie di Filippo Stabile, su cui hanno ballato i danzatori della Compagnia Create Danza. Quella del primo atto, ilare e provocatoria, ha contribuito ad alleggerire, senza risultare necessaria però, la seconda, invece, ha saputo raccontare il dramma del trio amore, aggiungendo emotività in modo pulito e organico. Bella l’idea del manifesto orizzontale che scende dal soffitto sullo sfondo a destra del palco e interessanti le interazioni tra i protagonisti e il pubblico presente, che si è estesa energicamente anche agli spettatori in sala. Assolutamente coerenti con l’intenzione regista i costumi di Matteo Corsi ed eccellente il lavoro del Light designer Andrea Rizzitelli, atto a seguire e dare profondità all’azione scenica.

La direzione del maestro Giancarlo Rizzi è stato scrupolosa e attenta. La sua bacchetta si muoveva con fare nervoso giacché la sua partecipazione al dramma è stata totale. L’Orchestra Sinfonica Brutia, compagine che continua a convincerci per precisione ritmica, di tocco e di suono di insieme, ha seguito magistralmente le sue indicazioni, offrendo una lettura potente della partitura di Leoncavallo. Inoltre Rizzi si è distinto per una cura maniacale al rapporto fra buca e cantanti, sempre a sostegno di quest’ultimi, messi in condizione di dare il meglio.
Notevole la prova del Coro lirico Siciliano, diretto da Francesco Costa, che si è ben distinto per compattezza e per come si è fatto plasticamente guidare dal regista. Due dei suoi coristi Emanuele Collufio e Fabio Napoletani nelle piccole parti solistiche hanno entrambi dimostrato una bella lama, una voce proiettata e un’ottima presenza scenica. Bisogna menzionare anche la prova del Piccolo Coro di voci bianche del Rendano, diretto da Maria Carmela Ranieri, che ha contribuito alla buona riuscita della recita.

Passando al cast, senza nulla togliere agli altri, due sono state le stelle che hanno regalato luce alla serata. Mi riferisco al soprano trentino, naturalizzato a Genova, Serena Gamberoni e al baritono palermitano Andrea Piazza, il cui duetto è stato il momento più complesso, intenso e meglio reso di tutto l’allestimento: abbiamo visto rappresentati i sogni, le speranze e la possibilità di una vita migliore in modo egregio, sotto l’egida del vero amore.

Nello specifico la Gamberoni ha vestito i panni di Nedda/Colombina in modo appassionato, facendo emergere una verve drammatica e un’intensità emotiva rari, e colorando tutti gli anfratti del suo personaggio. Si è sempre distinta per una tecnica perfetta e per una lama luminosa, ma con questa rinnovata forza interpretativa ha raggiunto un fascino veramente notevole.
Piazza, dal canto suo, sfoggia una classe realmente straordinaria per un giovane della sua età. La sua bellezza, che non lascia indifferenti, passa in secondo piano rispetto alle doti tecniche e alla sua grande musicalità. Una voce pastosa, importante, ben proiettata dialoga armoniosamente con una consapevolezza espressiva, propria di un attore levigato: questi due elementi gli consentono di esprimere tutte le sfumature del suo personaggio, in particolare quella del giovane sognante che si perde negli occhi di colei che ama.

Aquiles Machado appare vocalmente stanco. Mentre scenicamente regge bene il complesso personaggio di Canio, occupando con pienezza la scena e interagendo con sicurezza con gli altri attanti, dal punto di vista musicale a volte manca della fermezza e della rotondità, proprie del suo ruolo.
Marcello Rosiello è un valido Tonio/Taddeo. Convincente fin dalle prime battute del prologo, si muove con coerenza, progettando diabolicamente il funesto epilogo finale. È lui, infatti, a istigare Canio, rappresentando il deus-ex-machina, mosso dalla vendetta per il rifiuto di Nedda. Buona vocalità e solida tecnica, gli consentono di risolvere con garbo e pertinenza il suo personaggio.
Stefano Colucci veste con poca energia i panni di Beppe/Arlecchino. Scenicamente ancora immaturo – ci colpisce il suo non fluido uso delle mani – e vocalmente, nonostante il bel colore della sua voce, ancora da perfezionarsi: il suo appoggio, infatti, non è sempre solido.

In sintesi comunque un gran bello spettacolo, prodotto dal Rendano… La direttrice artistica Chiara Giordano ha vinto anche questa sfida, proseguendo con coerenza il fil rouge del rapporto fra maschile e femminile, prima con Carmen di Bizet e ora con Pagliacci, opere che affrontano il drammatico tema del femminicidio.
Oggi la seconda e ultima recita dell’opera di Leoncavallo alle ore 18.00: ne consigliamo chiaramente la visione.
Annunziato Gentiluomo

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