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Gorizio Lo Mastro, misticamente fotografo delle ombre

Gorizio Lo Mastro, misticamente fotografo delle ombre

Oggi i nostri riflettori sono puntati su Gorizio Lo Mastro, fotografo nato a Calvi Risorta (CE), il 16 novembre 1974.Docente di arte e immagine a Vercelli, si appassiona alla fotografia digitale astratta. I suoi scatti gli valgono l’appellativo di fotografo delle ombre. Le sue opere infatti sono in grado di creare, con rigore formale e

Oggi i nostri riflettori sono puntati su Gorizio Lo Mastro, fotografo nato a Calvi Risorta (CE), il 16 novembre 1974.
Docente di arte e immagine a Vercelli, si appassiona alla fotografia digitale astratta. I suoi scatti gli valgono l’appellativo di fotografo delle ombre. Le sue opere infatti sono in grado di creare, con rigore formale e concettuale, un nuovo linguaggio scarnificato e ridotto ai minimi termini.
Ciò che l’artista pone di fronte allo spettatore è un mondo completamente rivisitato, astratto ed estemporaneo, reso con una tavolozza di colori intensi, che creano un’atmosfera sospesa e intima.
Una produzione artistica che possiamo definire cosmica, frutto della rappresentazione di una realtà a sé stante, distinguibile tra tutte, espressione di una tecnica eccelsa e di uno stile particolare e personale.
Lo Mastro ha iniziato ad esporre da poco, ma le sue ombre hanno fatto il giro del mondo riscuotendo consenso di pubblico e critica: Atene e Praga (Istituto di Cultura Italiana), Barcellona e Parigi, Berlino e Bruges, Londra, Bucarest, Montecarlo, Mosca, Los Angeles, New York, Miami, Dubai e Pechino sono soltanto alcune città che hanno ospitato i suoi lavori.
In Italia ha esposto a Milano, Roma, Firenze, Bologna, Venezia, Palermo, Genova, Vercelli e Napoli dove ha partecipato a due mostre in memoria del celebre attore Massimo Troisi.
Una sua opera, sempre dedicata all’attore partenopeo, è stata inserita nel libro Il mio verbo preferito è evitare di Stefano Veneruso, edito dalla Rizzoli.
William Ward, uno dei giornalisti e corrispondenti inglesi più illustri del panorama internazionale, scrive: Di Lo Mastro colpisce sempre l’ eleganza formale esteriore di ogni sua composizione che richiama in molti momenti i grandi maestri del ventesimo secolo del genere, da Man Ray ad Erwin Blumenfeld entrambi giganti delle immagini trascendentali.

Vediamo cosa ci racconta questo interessante fotografo

Gorizio, com’è iniziato il Suo percorso artistico?
Il mio percorso è nato in silenzio, nell’ombra appunto. Fin da piccolo sentivo un richiamo verso ciò che sfuggiva alla luce diretta: le linee sul muro, il riflesso di una tenda mossa dal vento, la sagoma di un volto riflessa in una pozzanghera. Fotografare per me è sempre stato un modo per catturare l’invisibile, ciò che si rivela solo a chi sa aspettare. Non è stato un inizio clamoroso, ma piuttosto un lento emergere di consapevolezza che quello sguardo obliquo sul mondo era il mio modo di esistere.

Nella Sua formazione artistica, c’è qualcuno a cui è riconoscente per qualche motivo?
Sì. Devo molto alla mia insegnante di arte delle scuole medie, la professoressa Castaldo, che un giorno mi disse: “Tu non guardi, tu ascolti con gli occhi”. Quelle parole mi hanno accompagnato per anni. E poi, nel mio percorso più maturo, sono grato ai grandi maestri dell’ombra: da Mario Giacomelli a Bill Viola, passando per Tarkovskij. Ma anche a chi mi ha contrastato: il dubbio, l’incomprensione, perfino il rifiuto hanno affinato la mia visione.

La fotografia digitale… Cosa c’è alla base della Sua sperimentazione e cosa Le permette di esprimere?
La fotografia digitale mi ha offerto un territorio liquido e sconfinato in cui l’ombra non è assenza di luce, ma materia da scolpire. È come se la realtà perdesse rigidità, permettendomi di entrare dentro l’immagine, smontarla e riassemblarla secondo un’urgenza interiore. Non mi interessa il realismo, ma la verità poetica. Il digitale è il mio pennello fatto di pixel e memoria.

Quali sono i temi su cui ama cimentarsi?
Il doppio. Il vuoto. L’identità che si sgretola. Il silenzio. E soprattutto, il concetto di soglia: tra sogno e veglia, tra visibile e invisibile, tra presenza e assenza. L’ombra è sempre una soglia, mai una fine. È in quel confine che si nasconde la verità emotiva delle cose.

Per Billy Elliot danzare era elettricità, mentre per Lei, Gorizio, sperimentare con la fotografia digitale cos’è?
Per me è una vertigine. È come camminare sull’orlo di un cratere. Ogni immagine mi chiede di lasciare qualcosa di me, di togliermi una maschera. Sperimentare è un atto di coraggio: significa rinunciare a ogni certezza e lasciarsi sorprendere da ciò che emerge. È un dialogo con l’inconscio.

Si sono date tante definizioni di arte. La Sua qual è?
Per me, arte è ferita che sa cantare. È la trasformazione di una mancanza in una rivelazione. È quando il dolore o la meraviglia diventano linguaggio. L’arte non consola, ma accompagna.

“Fotografo delle ombre” è definito e mi pare ci sia del surrealismo nel suo modo di creare, una sorta di magia interiore che plasma il materico … Cosa mi sa dire a riguardo?
Mi riconosco in questa definizione. Le mie ombre non sono mai mere silhouette: sono presenze, archetipi, eco. Il surrealismo, più che una corrente, è per me uno stato dell’anima. Cerco sempre quel punto in cui la realtà si sfalda e lascia intravedere un oltre. È lì che nasce la mia immagine: dalla materia trasfigurata da uno sguardo interiore.

Due eventi importanti L’hanno vista protagonista – un’esposizione al Carrousel du Louvre di Parigi e la recente mostra Ego, Nessuno e Centomila presso il Museo del Mar di Santo Pola ad Alicante. Cosa hanno rappresentato per Lei?
Due momenti simbolici. Parigi è il sogno che si fa materia: esporre al Carrousel du Louvre è stato un varco aperto sul mondo. Alicante, invece, ha rappresentato il momento più intimo: “Ego, Nessuno e Centomila” è una riflessione sulla frantumazione dell’identità, un lavoro in cui mi sono spogliato di ogni orpello. Due tappe, due metamorfosi.

Vincere il Primo Premio Internazionale Arte Milano, ricevuto dalle mani del noto critico Vittorio Sgarbi al Teatro dal Verme, è stato un trampolino di lancio per la Sua carriera artistica?
Sì, ma non nel senso tradizionale. Quel premio mi ha dato legittimità agli occhi del sistema, certo. Ma ciò che ha significato davvero per me è stata la possibilità di sentirmi finalmente riconosciuto nella mia diversità. Il prof. Sgarbi ha colto nel mio lavoro un’urgenza autentica, e quella stretta di mano è stata anche una conferma interiore.

Quanto, a Suo avviso, la spiritualità personale condiziona, influenza ed è presenza nella produzione artistica di un creativo? E nella Sua?
È tutto. Ma non parlo di religione. La spiritualità è quello spazio segreto dove il gesto artistico prende forma. È la sorgente, il mistero. Senza spiritualità, l’arte diventa mestiere o ornamento. Nel mio caso, è un dialogo con l’ombra, che è anche una forma di preghiera laica.

Quanto un artista, e Lei in particolare, è libero di esprimersi e creare e quanto è condizionato dal mercato e dalla politica?
La libertà assoluta non esiste, ma esiste la coerenza. Il mercato propone, la politica talvolta impone, ma l’artista ha la responsabilità di non tradire la propria visione. Io ho scelto di restare in equilibrio su un crinale: ascoltare senza prostituirmi. È difficile, ma possibile.

Tra voi artisti ci sono momenti di confronto e di crescita?
Sì, quando c’è autenticità. Ci si riconosce in uno sguardo, in una parola sussurrata davanti a un’opera. I momenti più fertili non sono nei vernissage, ma nei silenzi condivisi in uno studio, o in una notte passata a parlare di ombre e luci. L’arte, quando è vera, unisce.

Maestro, se può, può segnalarci quali sono i Suoi prossimi impegni? Dove è possibile ammirare la Sua arte?
Nei prossimi mesi sarò impegnato in una serie di tappe che considero cruciali. Ad agosto parteciperò ad un evento espositivo a Palazzo d’Adda , Varallo, con un’opera incentrata sul tema del viaggio. Inoltre, dopo le esperienze di Dubai e Pechino, l’Art Continental Tour mi vedrà approdare, in autunno, a Venezia e Montecarlo: proprio a Montecarlo, lo scorso anno, ho ricevuto la Palma d’Oro per le arti visive, un riconoscimento che porto nel cuore. A novembre sarò al Teatro Ariston di Sanremo con un’opera che intende un omaggiare la voce di una cantante che ammiro da sempre: Mietta.
È un’opera a cui tengo molto anche perché è stata realizzata un collaborazione con un Artista geniale e poliedrico: lo stilista di fama mondiale Gianni Tolentino che apprezzo e stimo moltissimo.

Gorizio, data la Sua narrazione, non posso esimermi dall’invitarLa come giurato della sezione Art Movies per la sesta edizione del Life Beyond Film Festival, l’unico cinefest al mondo sulle visioni della vita oltre la vita. Posso contare su di Lei?
Ne avevo sentito parlare e mi aveva incuriosito. Quindi posso solo rispondere che vi partecipo con vivo interesse. Per me è un enorme piacere e un onore misurarmi con l’arte del cinema, evoluzione della fotografia, soprattutto quando il fine dell’immagine è proprio sondare il mondo sensibile.

Annunziato Gentiluomo

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