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Antonimina, la festa della memoria: il 10 agosto torna la sagra tra ricotta calda, suppularia e antichi sapori

Antonimina, la festa della memoria: il 10 agosto torna la sagra tra ricotta calda, suppularia e antichi sapori

Il 10 agosto 2026 Antonimina, piccolo centro dell’entroterra della Locride, torna a raccontarsi attraverso i suoi sapori, le sue tradizioni e quella particolare dimensione comunitaria che, nei paesi calabresi, accompagna da sempre le feste popolari.La sagra Mangiandu e scojandu (Mangiando e Digerendo) non è soltanto una serata dedicata al cibo. È un’occasione per riaprire il

Il 10 agosto 2026 Antonimina, piccolo centro dell’entroterra della Locride, torna a raccontarsi attraverso i suoi sapori, le sue tradizioni e quella particolare dimensione comunitaria che, nei paesi calabresi, accompagna da sempre le feste popolari.
La sagra Mangiandu e scojandu (Mangiando e Digerendo) non è soltanto una serata dedicata al cibo. È un’occasione per riaprire il libro della memoria, riportare sulle tavole preparazioni legate alla vita quotidiana di un tempo e trasformare ricette semplici, nate spesso dalla necessità e dall’economia domestica, in patrimonio condiviso.

In questo senso, una festa gastronomica come quella di Antonimina assume anche un valore antropologico: il cibo diventa racconto. Racconta il rapporto con la terra, con l’allevamento, con il lavoro contadino e con le stagioni; racconta la capacità delle famiglie di utilizzare ogni ingrediente disponibile e, soprattutto, racconta una comunità che prova a mantenere vivo il proprio patrimonio culturale.
Il cuore della manifestazione sono alcuni prodotti e preparazioni profondamente legati alla tradizione antoniminese, prodotti che trasformano la tavola imbandita come luogo della memoria.
Tra i protagonisti c’è la ricotta calda, uno degli alimenti simbolo della cultura pastorale e casearia del territorio. La sua semplicità racchiude un mondo fatto di latte, lavoro e conoscenze tramandate nel tempo.
Altro elemento caratteristico è la suppularia, preparazione della tradizione locale che trova nel pane caldo la propria base e che può essere arricchita con olio, origano e formaggio, peperoni arrostiti oppure con quelli che vengono indicati localmente come i carnazzi, ovvero parti e residui della lavorazione del maiale.
Sono piatti che parlano di una cucina contadina nella quale nulla doveva essere sprecato. Una cucina povera soltanto in apparenza, perché capace di trasformare ingredienti semplici in preparazioni ricche di gusto e di identità.

Accanto a queste specialità trovano spazio altri piatti della tradizione: pomodori e melanzane ripieni, pasta con le melanzane “bottunate”, preparazioni a base di melanzane intagliate e farcite con pane, formaggio, aglio e prezzemolo, poi fritte e immerse nel sugo, oltre alla pasta con la carne e alle polpette di maiale fritte.
E, come in ogni festa popolare che si rispetti, non mancano i dolci tipici.
Una cucina nata dalla necessità che diventa identità
Osservare questi piatti significa anche comprendere qualcosa della storia sociale del territorio.
La cucina tradizionale calabrese è, infatti, il risultato di una lunga elaborazione collettiva. Le ricette sono state tramandate soprattutto oralmente, attraverso madri, nonne e famiglie, e hanno spesso seguito il ritmo delle stagioni e delle disponibilità.

La carne del maiale, ad esempio, era tradizionalmente legata alla macellazione invernale e permetteva di conservare e utilizzare nel tempo diverse parti dell’animale. Le verdure dell’orto, invece, entravano quotidianamente nella cucina domestica e venivano preparate in molti modi diversi.
Il pane, il formaggio, l’olio, le verdure, la carne: elementi apparentemente ordinari diventano così gli ingredienti di una memoria collettiva.
La sagra li porta fuori dalle case e li mette al centro della piazza, trasformando il patrimonio gastronomico familiare in una festa pubblica.

C’è poi un altro significato che va oltre la gastronomia. In un’epoca nella quale molti piccoli centri devono confrontarsi con lo spopolamento e con la progressiva perdita di alcune consuetudini comunitarie, organizzare una manifestazione significa anche creare un’occasione di incontro.
La sagra diventa uno spazio nel quale generazioni diverse possono ritrovarsi, un vero e proprio presidio della comunità. Gli anziani riconoscono sapori e gesti della propria infanzia; i più giovani possono entrare in contatto con una parte della storia del paese che rischierebbe altrimenti di rimanere confinata alla memoria familiare.
È proprio questo uno degli obiettivi dichiarati dagli organizzatori: mantenere vivo il paese e valorizzarne la cultura, i prodotti e le tradizioni.

Non si tratta, dunque, semplicemente di “riproporre” piatti antichi. Il tentativo è quello di fare della tradizione una risorsa contemporanea, capace di creare socialità e di dare visibilità al territorio. Infatti gli stand sono ubicati lungo le stradine del paese: ciò obbliga i presenti a godere degli anfratti del borgo allietati dalle armonie tradizionali del tamburello e della fisarmonica.

La manifestazione ha alle spalle una storia ormai significativa, una storia che viene da lontano
Come racconta Girolamo Pelle nell’intervista che segue, l’iniziativa è arrivata alla sua sedicesima edizione. Nata nei primi anni Duemila grazie a un gruppo di giovani, ha conosciuto una lunga pausa per poi essere ripresa nel 2023 attraverso l’incontro tra alcuni dei vecchi organizzatori e una nuova generazione di ragazzi.

Quel gruppo di giovani che, nel 2002, diede vita all’iniziativa era composto anche dai soci fondatori dell’Associazione Culturale ViViAntonimina, un’esperienza nata dalla volontà di tanti ragazzi di mettersi in gioco e di contribuire alla vita sociale e culturale del paese. A distanza di tanti anni, quello spirito non si è spento: è cambiato il volto dei protagonisti, ma resta la stessa voglia di fare e di custodire una tradizione che appartiene all’intera comunità.
Oggi sono soprattutto i giovani volenterosi che fanno parte della Pro Loco a raccogliere questa eredità. Lo fanno nonostante le difficoltà, i tempi sempre più stretti e le tante energie che una manifestazione di questo tipo richiede. Portare avanti la sagra significa infatti affrontare un lavoro organizzativo enorme, spesso svolto nel silenzio e con grande fatica, mettendo a disposizione tempo, energie e passione senza dimenticare il valore di ciò che si sta costruendo per il paese.
È grazie a questo impegno che la manifestazione può continuare a vivere. La sagra non è soltanto il risultato di una serata di festa, ma il frutto di una continuità fatta di volontariato, collaborazione e senso di appartenenza: prima i giovani del 2002, oggi i ragazzi della Pro Loco, uniti dalla volontà di non lasciare spegnere una parte importante della memoria di Antonimina.
Da allora la sagra è tornata a rappresentare uno degli appuntamenti attraverso i quali Antonimina si presenta all’esterno.
La continuità, in questo caso, non significa ripetere semplicemente una formula. Significa rimettere in circolo persone, conoscenze, ricette, musica, lavoro volontario e senso di appartenenza.

La festa si inserisce, inoltre, nel più ampio calendario dell’estate della Locride, un periodo nel quale praticamente ogni paese propone iniziative, spettacoli e manifestazioni.
La ricchezza dell’offerta è certamente un valore, ma può diventare anche una difficoltà per gli organizzatori e per il pubblico, soprattutto quando eventi diversi finiscono per sovrapporsi.
Il tema sollevato da Pelle nell’intervista riguarda proprio la necessità di una maggiore programmazione e collaborazione. Non necessariamente una questione di volontà da parte delle amministrazioni, quanto piuttosto di tempi e di coordinamento.
In estate, infatti, ogni comunità cerca di organizzare il proprio momento di festa e spesso le date disponibili sono poche. Il risultato è che diverse iniziative possono trovarsi a competere nella stessa sera per pubblico, volontari, musicisti e attenzione.

È una questione che riguarda molti piccoli centri e che apre una riflessione più ampia sul futuro degli eventi locali: forse la valorizzazione del territorio passa anche dalla capacità di costruire un calendario condiviso, nel quale le diverse comunità possano sostenersi invece di sovrapporsi.

Alla fine, però, il senso di una sagra rimane quello più semplice e più autentico: ritrovarsi. Antonimina così racconta se stessa.
Una tavola imbandita, un prodotto della tradizione, una ricetta preparata secondo gesti antichi possono diventare il punto di partenza per una conversazione, un incontro, un ricordo.
Ed è forse proprio qui che si trova il valore più profondo della festa di Antonimina: nel mettere insieme passato e presente, memoria e socialità, cucina e territorio.
Il 10 agosto, dunque, non è stato soltanto una serata dedicata ai sapori, ma è stata una piccola rappresentazione della comunità: ciò che è stata, ciò che ancora conserva e ciò che prova a trasmettere alle generazioni future.

Girolamo Pelle, la sagra Mangiandu & Scojandu è arrivata alla sedicesima edizione. Come nasce questa iniziativa?
Siamo arrivati alla sedicesima edizione. È partita tutto nei primi anni Duemila, grazie a un gruppo di ragazzi, tra cui Sandro Tropeano, che è stato l’artefice e, diciamo, il direttore artistico dell’iniziativa.
La manifestazione è andata avanti per un bel periodo, ottenendo ottimi risultati. È stata sempre una delle serate più importanti e ha avuto un grande successo.
Poi è rimasta ferma per diversi anni. Nel 2023 ci siamo riuniti nuovamente, insieme ad alcuni dei vecchi organizzatori, e abbiamo coinvolto anche nuovi ragazzi. Ci siamo messi al lavoro per riproporre l’evento, che ormai è conosciuto e apprezzato anche al di fuori del paese.
Da allora, sono tre anni che abbiamo ripreso la manifestazione e abbiamo avuto risultati molto positivi.

Qual è l’obiettivo principale della sagra?
L’obiettivo lo abbiamo ripetuto tante volte negli slogan e nei confronti con altri giornalisti: cercare di mantenere vivo il paese e valorizzare la nostra cultura, i nostri prodotti e, più in generale, Antonimina e il suo territorio.

Quali sono le specialità che caratterizzano maggiormente la sagra?
Il fulcro della sagra sono soprattutto la ricotta calda e la suppularia.
La suppularia, in pratica, è pane caldo che può essere condito con olio, origano e formaggio, oppure con i peperoni arrostiti o con quelli che noi chiamiamo carnazzi, cioè i resti della lavorazione del maiale che si faceva tradizionalmente durante l’inverno.
Sono tutte tradizioni che cerchiamo di portare avanti.
Naturalmente, durante la serata vengono preparate anche tante altre specialità: pomodori ripieni, melanzane ripiene, pasta con le melanzane “bottunate” e altre preparazioni della nostra cucina.
La melanzana viene intagliata e farcita con pane, formaggio, aglio e prezzemolo, poi fritta e messa nel sugo. Ci sono poi la pasta con la carne, le polpette di maiale fritte e, naturalmente, i dolci tipici.

Oltre alla parte gastronomica, cosa avete organizzato quest’anno dal punto di vista artistico?
Quest’anno abbiamo dovuto fare qualche passo indietro. Abbiamo avuto tempi molto ristretti per diversi aspetti organizzativi che abbiamo dovuto affrontare e abbiamo avuto poco tempo per prepararci al meglio.
Anche per quanto riguarda la musica, purtroppo, abbiamo avuto qualche difficoltà. Non siamo riusciti a organizzare tutto come avremmo voluto.

Si sente la necessità di una maggiore collaborazione tra i Comuni, soprattutto considerando che in estate ci sono tanti eventi che finiscono per sovrapporsi?
Questo è sicuramente un problema, ma secondo me non è tanto un problema dei Comuni quanto dei tempi molto ristretti che abbiamo.
L’estate nella Locride è fortissima dal punto di vista degli eventi e ogni paese cerca di organizzare la propria serata. Alla fine le date sono quelle e ognuno cerca di fare il proprio.
Purtroppo è un disagio per tutti, perché magari nella stessa sera ci sono tantissime altre iniziative in giro e questo inevitabilmente si fa sentire.


Grazie a Girolamo Pelle per il racconto e per il lavoro svolto insieme agli altri organizzatori per mantenere viva questa tradizione.
Annunziato Gentiluomo

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