Il biglietto da visita di Enrico Macrì è la presentazione più fedele, di ciò che è stato, nella sua vita terrena e nella sua vita spirituale. Scarno, essenziale, senza fronzoli. Così come era stata la Sua vita e quella della Sua famiglia. Scevra da ogni lusso, umile, modesta, rispettosa di tutto e tutti, dedicata agli
Il biglietto da visita di Enrico Macrì è la presentazione più fedele, di ciò che è stato, nella sua vita terrena e nella sua vita spirituale.
Scarno, essenziale, senza fronzoli. Così come era stata la Sua vita e quella della Sua famiglia. Scevra da ogni lusso, umile, modesta, rispettosa di tutto e tutti, dedicata agli altri. Dio gli aveva dato il privilegio di farlo nascere in una famiglia agiata che Gli poteva permettere di studiare. Ed Egli aveva pensato, che tale preziosissimo privilegio, nella Calabria di allora, profondamente intrisa di miseria e ignoranza, doveva essere messo a frutto, per onorare Dio, aiutando gli altri e dedicando la metà della Sua vita alla rinascita del Santuario di Polsi, peraltro coadiuvato dal fratello sacerdote Antonio, le cui spoglie riposano nella Chiesa Maria SS. Assunta di Cirella di Platì.
All’Arciprete Antonio Giampaolo, che formulò la domanda di pronunciare elogio funebre nei solenni funerali che ebbero luogo nella chiesa di Cirella, il Vescovo di Gerace, Monsignore Francesco Saverio Mangeruva rispose che non soltanto concedeva volentieri il permesso, ma lo esortò eziandio che ne descriva delicatamente e con santa unzione la vita intemerata, le singolari virtù, l’abnegazione, lo zelo, onde per tanti anni compì il doppio ufficio di Arciprete e di Superiore del rinomato Santuario. Rammemori pure, come dovere, i miglioramenti, o meglio la trasformazione che apportò a quel luogo, sacro alla SSa. Vergine, dica delle tante opere compiute in circa sei lustri, soprattutto del tempio e di quanto visibilmente concorre all’accrescimento e splendore del culto e della divozione alla Gran Madre di Dio. Ma non tengasi pago però delle nude descrizioni e quelle che la semplice vista ricorderà per anni ed anni ai devoti fedeli; ma indaghi ed esponga a comune edificazione ed esempio la ferventissima divozione da cui era predominato e mosso, l’abnegazione, l’austerità con se stesso le sante verità che gliene informavano lo spirito, e lo inducevano ad eremitica vita e a tante ammirabili opere.
Enrico Macrì era nato il 16 ottobre del 1837, a Cirella di Platì, da Nicola Macrì e da Teresa Reitano, ambedue di onestissimo sangue. Si spense, a Polsi, il 23 gennaio del 1899.
A dieci anni si decorava dell’abito del nuovo levita. A sedici anni, quando il cuore si apre ai dolci e nobili affetti, quando la mente si rallegra e vola sulle ali della vergine fantasia, quando allo spirito si mostra la ragione delle cose, e meglio si rivela al Signore, entrava nel seminario Diocesano di Gerace.
L’allora vescovo Lucia, ebbe modo di apprezzare la tendenza all’ordine e all’economia del novello seminarista e, pertanto gli affidò il Seminario.
Sempre diletto ai Superiori che ne ammiravano la perfezione di un animo equilibrato conseguiva il suddiaconato nel 19 marzo 1840, e il diaconato al 17 dicembre dello stesso anno.
Monsignor Teta Vescovo di Oppido, non solito ad insignire della stola sacerdotale se non le persone degne per virtù di mente e di cuore, lo invitava, appena all’età di ventitré anni ad ascendere la prima volta sull’altare di Dio ad offrirvi l’ostia di propiziazione e di pace.
Nel 1864, alla morte del compianto Arciprete Gianpaolo, si recò a San Luca, per sostituirlo.
Su San Luca incombeva, allora, il pesante giogo di quella maledizione di Dio che chiamossi feudalismo e che, malgrado le provvide leggi scaturite dalla rivoluzione francese rimaneva ancora, spettro pauroso ed agghiacciante in pochi paesi della piccola Calabria. Enrico Macrì, di tempra non dissimile a quella del suo predecessore, proseguì l’opera demolitrice di una tirannide sconfinata per quanto abbietta, pigmea e microcefala; e ciò per emancipare da una schiavitù, contraria alle leggi del vangelo, il gregge a lui affidato.
Ma l’ordine del Metropolitano Arcivescovo Ricciardi a cui era pervenuta la notizia dell’abilità del Sacerdote Macrì lo inviò a Molochio, terra della diocesi di Reggio.
Verso i primi di luglio dell’anno 1869, Monsignor Vicario Gaetano Scaglione lo indusse a prendere la direzione del convento di Polsi. Quel Santuario alle falde del freddo Aspromonte onore e decoro della… diocesi, per la moltitudine delle persone, che vi convengono di ogni paese a piegare il ginocchio d’innanzi alla taumaturga immagine della Vergine Maria, che col suo puro e dolce sorriso chiama a se i devoti sprezzante i pericoli di un alpestre e faticoso viaggio,… per l’insipienza dei Rettori, piegava in un declivio vergognoso di regresso, minacciava concludersi nella soppressione o nella estinzione.
Enrico Macrì, dunque, si prefisse di riedificare ciò che era stato distrutto dai suoi predecessori.
Egli si premurò di pagare 20 e più mila lire di debiti contratti dalle precedenti pessime amministrazioni; con la pazienza, che è figlia del genio, non permise più che i creditori stendessero la mano usuraria nel recinto della Vergine della montagna.
Giacché Polsi, tra due grossi torrenti, era quasi inaccessibile ai devoti costretti a mettere a rischio la vita in quei dirupi, Egli provvide a realizzare 10 e più km di strade e due ponti.
Compì un dispendioso restauro delle mura del crollante edifizio, scabre, sgretolate e corrose dal tempo. Corredò il convento e la chiesa il palazzo vescovile, di attrezzi, arredi, “organi e campane ed argentee pissidi e turibuli, che sarebbe troppo lungo da enumerare,… col frutto dell’infaticabile economia decora il Sacro recinto reso per opera sua dovizioso e ricco.”
Tutto ciò è produzione del genio economista che induce la prosperità in quel luogo dove non era conosciuta che l’indigenza. È là dove non sorgeva che qualche casa diruta annerita dal tempo e crollante, oggi biancheggiano ben molti palagi; al pellegrino che giunge in mezzo alla maestà vetusta del Convento, allieta la vista uno splendido villaggio.
L’opera più stupenda rimane la splendida restaurazione del tempio e la coronazione della taumaturga immagine: due corone d’oro furono solennemente poste sul capo della Vergine e del Bambino, il 3 settembre 1881, da Monsignor Mangeruva.
Con zelo indefesso sempre continuo e crescente, ambiva alla gloria del Santuario. La povertà dei mezzi non gli mise sgomento; l’invidia, la gelosia, la malignità non lo spaventarono mai…Fu uomo di integri costumi di sana coscienza e di leali sentimenti. Egli alla coltura ecclesiastica accoppiava la coltura scientifica che gli adornava i discorsi e gli abbelliva le espressioni. All’energia e alla costanza del carattere egli accoppiava la pietà e la espansione del cuore: era franco, era giusto, era leale, era pio.
In sul romito, algente Santuario di Polsi; colà, dove nella maggior parte dell’anno sibilano impetuosi i venti, dove spesse son le procelle, dove atri ungoli tolgono all’anelo sguardo il bell’azzurro del nostro cielo, dove le nevi autunnali seguite dalle invernali e primaverili ancora, se non son perenni come le alpine, certo non sciolgonsi che agli inoltrati tepori della dolce stagione, Enrico Macrì trascorse 6 lustri, esprimendo ferventissima divozione, singolari virtù, abnegazione, zelo, e ispirandosi al pensiero dell’Apostolo, espresso scrivendo a Timoteo: Bonum certamen certavi, cursus consummavi, fidem servavi. – Ho gareggiato in una bella gara, ho concluso la mia corsa, ho mantenuto la mia fede.
Ad Enrico Arciprete Macrì
Nel trigesimo di sua morte
Sul lungo, aperto, bianco e niveo dosso,
Ove l’erto Appennin riposa il piede,
Del contrafforte ultimo a ridosso,
Polsi beata fra la valle siede,
Ed io da riverenza al nome mosso
Di Lui, che il serto de la gloria diede,
E mai venale cupidigia ha scosso,
Porto il tributo di mia salda fede.
Ogni angolo di cui la via si abbella,
Con l’ara e il tempio, che torreggia adorno,
È opra che di Lui parla e favella.
Ora al suo spirto, che vi aleggia attorno,
Pago dell’opra sua stupenda e bella,
Mando una prece in questo mesto giorno.
S. Ilario del Jonio, 20 Febbraio 1899.
Avv. Fortunato Speziali
Prof. Ing. Antonella Reitano
Tratto dall’Archivio di famiglia e da “In memoria dell’arciprete Enrico Macrì, superiore di Polsi”, Tipografia Unione, Radicena, 1901, pp. 1-94.


















