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Quando sentiamo il bisogno di ritrovare noi stessi

Quando sentiamo il bisogno di ritrovare noi stessi

Il senso del cambiamento tra razionalità, spiritualità e la disciplina di prendersi cura di séSono a Lampedusa, con i piedi nella sabbia, un caffè in mano e il sole che comincia a sorgere. Poco distante, alcuni uomini parlano in un dialetto così stretto che riesco a distinguere soltanto qualche parola, mentre il mare accompagna una

Il senso del cambiamento tra razionalità, spiritualità e la disciplina di prendersi cura di sé
Sono a Lampedusa, con i piedi nella sabbia, un caffè in mano e il sole che comincia a sorgere. Poco distante, alcuni uomini parlano in un dialetto così stretto che riesco a distinguere soltanto qualche parola, mentre il mare accompagna una mattina nella quale, per la prima volta dopo tanto tempo, non ho appuntamenti da rispettare, problemi da risolvere o decisioni da prendere per qualcun altro.

È la mia prima vera pausa dal lavoro dopo un periodo lunghissimo e, mentre osservo ciò che mi circonda, mi domando perché sia necessario allontanarsi dalla propria quotidianità per accorgersi di quanto poco tempo dedichiamo a noi stessi.
Cambiare ambiente modifica la prospettiva dalla quale osserviamo le cose. Le persone sono diverse, i ritmi cambiano, le abitudini vengono interrotte e quello che fino al giorno prima occupava ogni spazio della nostra giornata perde, almeno per qualche ora, la sua centralità.
È in questa distanza che possono emergere domande alle quali, nella vita di tutti i giorni, non concediamo attenzione.

Stiamo vivendo la vita che desideriamo oppure quella che, nel tempo, abbiamo imparato a considerare normale?
Quando il malessere arriva senza una ragione precisa
Ci sono momenti in cui siamo saturi. Di impegni, responsabilità, richieste, relazioni e situazioni che fino a poco tempo prima riuscivamo a gestire senza difficoltà, e che cominciano a richiederci uno sforzo sproporzionato rispetto alla loro importanza.
Avvertiamo un malessere sottile, un nervosismo che sfiora la pelle e si manifesta nei gesti più comuni, rendendoci insofferenti alle domande, alle telefonate, alle interruzioni e perfino alle attenzioni delle persone alle quali vogliamo bene.

Perdiamo la pazienza per cose insignificanti, desideriamo stare soli e, quando riusciamo a ritagliarci un momento di tranquillità, scopriamo di non essere più abituati a trascorrerlo senza dover fare qualcosa.
Non è successo nulla di particolare. Non abbiamo ricevuto una brutta notizia, non abbiamo affrontato una separazione e non esiste un episodio al quale attribuire quella sensazione di disagio.
Eppure, qualcosa è cambiato.
Altre volte la trasformazione nasce da un evento preciso, capace di dividere la nostra esistenza in un prima e in un dopo: un lutto, una malattia, un tradimento, la fine di una relazione o la perdita di un punto di riferimento.
In entrambi i casi, ciò che comincia a vacillare non è soltanto l’organizzazione della nostra vita, ma l’idea che abbiamo costruito di noi stessi e del ruolo che occupiamo nel mondo.
Non sappiamo ancora che cosa desideriamo cambiare. Sappiamo che continuare nello stesso modo comincia a costarci troppo.

La ricerca del significato dell’esistenza attraversa la filosofia, la psicologia e le tradizioni spirituali, perché riguarda una delle domande più profonde dell’essere umano: quale valore attribuiamo alle nostre esperienze e quale direzione desideriamo dare alla nostra vita?
Viktor Frankl, neurologo e psichiatra austriaco, ha dedicato una parte fondamentale del proprio lavoro alla ricerca di senso, sviluppando la logoterapia intorno all’idea che l’essere umano sia motivato anche dal desiderio di trovare un significato alla propria esistenza.
Questa prospettiva non implica che ogni sofferenza abbia una ragione prestabilita o che ogni crisi debba trasformarsi in un’opportunità, ma invita a riflettere sul rapporto tra ciò che ci accade, il significato che gli attribuiamo e le scelte che compiamo.
Possiamo aver raggiunto gli obiettivi professionali che desideravamo, costruito una famiglia, consolidato relazioni e ottenuto risultati dei quali essere orgogliosi, per poi scoprire che ciò che ci rendeva felici dieci anni prima non risponde più alle nostre esigenze.
Non significa aver sbagliato tutto. Significa riconoscere che le persone evolvono e che, con il tempo, possono modificarsi priorità, valori, bisogni e aspettative. Il cambiamento diventa rilevante proprio per questo: ci permette di verificare se il modo in cui viviamo corrisponde ancora alla persona che siamo diventati. Perché comprendere non significa cambiare.

Nella mia attività professionale mi occupo di consulenza aziendale e formazione, analizzando risultati economici, strategie commerciali, organizzazione e comportamenti delle persone che lavorano nelle imprese.
Il mio lavoro parte dai numeri, ma incontra inevitabilmente la dimensione umana, perché un imprenditore può conoscere le criticità della propria azienda e continuare a rimandare una decisione, comprendere l’importanza della delega senza riuscire a rinunciare al controllo oppure investire nella formazione senza modificare i comportamenti che limitano i risultati.
Le strategie e le condizioni di mercato contano, così come le risorse economiche e l’organizzazione. Conta anche la capacità delle persone di tradurre ciò che hanno compreso in decisioni e azioni coerenti. I numeri misurano i risultati. Le persone contribuiscono a determinarli.

Nella vita privata incontriamo difficoltà simili, perché possiamo riconoscere ciò che non funziona in una relazione e continuare a comportarci nello stesso modo, desiderare maggiore libertà e non riuscire a stabilire dei limiti, oppure comprendere il nostro bisogno di riposo e continuare a considerare ogni pausa una perdita di tempo.
Le abitudini offrono stabilità e rendono prevedibile la quotidianità, ma possono anche mantenerci legati a comportamenti che non rispondono più ai nostri bisogni.
Esiste inoltre una dimensione relazionale che non possiamo ignorare: famiglie, coppie e organizzazioni sono sistemi nei quali le persone assumono ruoli, costruiscono aspettative e contribuiscono a mantenere determinati equilibri.
Quando chi ha sempre detto sì comincia a dire no, quando chi ha risolto i problemi di tutti decide di condividere le responsabilità o quando chi ha evitato ogni conflitto comincia a esprimere il proprio punto di vista, anche le persone che lo circondano devono confrontarsi con una situazione nuova.
Il cambiamento individuale può modificare gli equilibri delle relazioni, provocando incomprensioni e resistenze anche quando nasce da un’esigenza legittima.
Per questo non basta decidere di cambiare: occorre imparare a sostenere le conseguenze delle proprie decisioni.

Ho sempre attribuito grande importanza alla razionalità, alla verifica dei risultati, all’analisi dei comportamenti e alla costruzione di metodi capaci di trasformare gli obiettivi in azioni concrete.
La mia attività professionale richiede questo approccio, perché una decisione aziendale deve confrontarsi con dati, risorse, conseguenze economiche e risultati misurabili.
Nel tempo ho compreso quanto sia importante riconoscere anche una dimensione dell’esperienza umana che non si esaurisce nell’analisi razionale.
Possiamo spiegare le cause di un evento senza riuscire ad attribuirgli un significato personale, comprendere perché una relazione sia finita e continuare a soffrire, oppure conoscere le ragioni della nostra stanchezza senza essere capaci di modificare il modo in cui viviamo.

La razionalità ci aiuta a distinguere i fatti dalle interpretazioni, a valutare le alternative e a prendere decisioni consapevoli; la ricerca spirituale può offrire, a chi vi si riconosce, uno spazio nel quale interrogarsi sui valori, sull’identità e sul significato dell’esistenza.
Non è necessario contrapporre queste dimensioni, purché si mantenga chiara la differenza tra ciò che può essere dimostrato scientificamente e ciò che appartiene alla sfera dell’esperienza personale, simbolica o spirituale.

Uno sguardo diverso non richiede di rinunciare alla ragione. Richiede di riconoscere che comprendere un fenomeno e attribuirgli un significato sono operazioni differenti.

Il contributo di Annunziato Gentiluomo: imparare a guardare da un’altra prospettiva
In questo percorso di riflessione occupa un posto particolare Annunziato Gentiluomo, impegnato nella ricerca spirituale, nelle discipline olistiche e nella divulgazione culturale attraverso ArtInMovimento.
Il suo lavoro attraversa ambiti differenti, tra i quali il Reiki, una pratica di origine giapponese che si richiama a una concezione spirituale dell’energia vitale, e propone una riflessione sul rapporto tra consapevolezza, ascolto e dimensione interiore.
Il contributo di una persona che si occupa di questi temi non consiste necessariamente nel fornire risposte definitive, quanto nell’offrire prospettive differenti attraverso le quali interrogarsi sulla propria esperienza.
È questo l’aspetto che considero più interessante del confronto tra razionalità e spiritualità.
Chi, come me, è abituato a lavorare attraverso l’analisi, la pianificazione e la verifica dei risultati può trovare in un punto di vista differente l’occasione per riconoscere domande che non appartengono alla dimensione professionale.
Che rapporto abbiamo con il tempo? Quanto spazio concediamo alle nostre emozioni? Quanto delle nostre scelte nasce da ciò che desideriamo e quanto dalle aspettative alle quali ci siamo abituati a rispondere?
Il confronto con Gentiluomo mi ha portata a riflettere anche su questo: sulla possibilità di considerare la ricerca interiore non come un’alternativa al pensiero razionale, ma come un’altra occasione per interrogarsi sul senso delle proprie esperienze. Non significa aderire a ogni interpretazione spirituale, né praticare necessariamente le discipline di cui si occupa. Significa riconoscere il valore del confronto con chi osserva la realtà attraverso riferimenti differenti dai nostri. Non è cambiato il valore che attribuisco alla razionalità. È cambiata la disponibilità a concedere spazio anche a domande che non richiedono una risposta immediata.

Un incontro, una vacanza, una lettura o una riflessione possono offrirci una prospettiva diversa, far emergere una domanda o permetterci di riconoscere un bisogno che avevamo trascurato.
Il loro effetto sulla nostra vita dipende anche da ciò che accade dopo, quando torniamo agli impegni, alle relazioni e alle abitudini che conosciamo.
È qui che la costanza assume un ruolo fondamentale.
I comportamenti consolidati tendono a ripresentarsi, soprattutto nelle situazioni familiari e nei momenti di pressione, perché costituiscono modalità di risposta che abbiamo ripetuto per anni e che non scompaiono attraverso una decisione isolata.
Per modificarli occorre costruire alternative praticabili, ripeterle nel tempo, riconoscere le difficoltà e adattare il percorso quando le condizioni cambiano.

Nella formazione aziendale questo principio è evidente: una giornata di lavoro può offrire strumenti e nuove prospettive, ma il risultato dipende dalla capacità di applicare quanto appreso, verificarne gli effetti e correggere i comportamenti che non funzionano.
Nella vita personale accade qualcosa di simile, senza dover trasformare il benessere in una prestazione.
Se desideriamo dedicarci più tempo, dobbiamo imparare a proteggerlo. Se vogliamo relazioni differenti, dobbiamo esercitarci a comunicare in modo diverso. Se un momento di riflessione ci permette di riconoscere un bisogno, dobbiamo trovare il modo di tenerne conto anche quando la quotidianità riprende il suo ritmo.
La continuità è importante perché permette alle nuove scelte di confrontarsi con la realtà, superando l’entusiasmo iniziale e diventando parte del nostro modo di vivere. Non significa essere inflessibili, pretendere risultati immediati o colpevolizzarsi quando interrompiamo un’abitudine. Significa riconoscere che ciò che consideriamo importante merita attenzione anche nei giorni ordinari, quando non siamo sostenuti dall’emozione di una scoperta o dall’urgenza di una crisi.
La consapevolezza può nascere in un istante. Il cambiamento richiede il tempo necessario per imparare a vivere in modo coerente con ciò che abbiamo compreso.

Esiste un’altra questione che merita attenzione: la tendenza a considerare il tempo dedicato a noi stessi come qualcosa che dobbiamo giustificare.
Ci concediamo una pausa perché siamo esausti, una vacanza perché abbiamo lavorato abbastanza, un momento di riposo perché abbiamo completato tutti gli impegni.
Finisce così che il benessere personale viene subordinato al raggiungimento di un risultato, come se occuparsi di sé fosse legittimo soltanto dopo aver soddisfatto ogni richiesta esterna.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità richiama l’attenzione sul ruolo che condizioni lavorative, carichi eccessivi e rischi psicosociali possono avere sulla salute mentale, ricordando quanto sia importante intervenire anche sull’organizzazione del lavoro e non soltanto sulla capacità individuale di gestire lo stress.
Prendersi cura di sé non significa imparare a sopportare qualsiasi situazione, né utilizzare la ricerca interiore come uno strumento per adattarsi a condizioni che richiederebbero cambiamenti concreti.
Significa anche riconoscere i propri limiti, rivedere le priorità, chiedere aiuto quando necessario e attribuire al proprio tempo un valore che non dipenda esclusivamente dalla produttività.
Non dobbiamo riposare per lavorare meglio, né occuparci della nostra dimensione interiore soltanto per diventare più efficienti.
La nostra esistenza comprende il lavoro, gli affetti, le responsabilità, le ambizioni e le relazioni, senza esaurirsi in nessuno di questi aspetti.
Forse la ricerca del senso comincia quando smettiamo di domandarci soltanto che cosa dobbiamo fare e iniziamo a interrogarci anche su come desideriamo vivere.

A Lampedusa il sole è sorto, il caffè è finito e gli uomini continuano a parlare in dialetto, mentre intorno a me prende forma una giornata nella quale il tempo sembra avere un significato diverso da quello al quale sono abituata.
Tra qualche giorno tornerò al lavoro, agli appuntamenti, alle responsabilità e a quella parte della mia vita che amo e nella quale investo energie, competenze e attenzione.
Non penso che una pausa possa risolvere ogni difficoltà, né che sia necessario cambiare radicalmente la propria esistenza ogni volta che avvertiamo stanchezza o insofferenza.
Penso che imparare a riconoscere questi segnali, comprenderne le possibili cause e concedersi il tempo di riflettere rappresenti una forma di responsabilità verso se stessi.
L’incontro con una persona, una disciplina o un modo differente di osservare la realtà può aiutarci a formulare domande nuove; spetta poi a noi decidere quali risposte cercare e quali comportamenti modificare.
È questo il punto di contatto che riconosco tra il metodo che applico nel mio lavoro e la ricerca interiore: la consapevolezza acquista valore quando trova spazio nelle scelte quotidiane, attraverso un percorso sostenuto da disciplina, metodo e continuità.
Cambiare non significa necessariamente diventare persone diverse, né rinnegare ciò che abbiamo costruito. Significa imparare a guardare la nostra vita con occhi nuovi e avere la costanza di modificare ciò che non ci rappresenta più.
Maria Giusy Rocco
Consulente aziendale e formatrice – Soluzione2R

Riferimenti bibliografici
Viktor E. Frankl, Uno psicologo nei lager, Organizzazione Mondiale della Sanità, WHO Guidelines on Mental Health at Work (2022).

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