Oggi i nostri riflettori sono puntati su un basso di solida scuola, rara nobiltà timbrica e profonda intensità interpretativa: Dante Muro. Artista capace di unire a una vocalità scura, avvolgente e di stentorea proiezione una spiccata verve scenica e una raffinata intelligenza teatrale, Muro si distingue per la capacità di infondere nei personaggi che incarna
Oggi i nostri riflettori sono puntati su un basso di solida scuola, rara nobiltà timbrica e profonda intensità interpretativa: Dante Muro. Artista capace di unire a una vocalità scura, avvolgente e di stentorea proiezione una spiccata verve scenica e una raffinata intelligenza teatrale, Muro si distingue per la capacità di infondere nei personaggi che incarna – dai severi patriarchi verdiani ai monumentali ruoli buffi o seri del repertorio mozartiano e pucciniano – uno spessore umano e psicologico di rara intensità. Un artista coerente, un cantante in cui il rigore esecutivo sposa una naturale propensione alla ricerca interiore e alla condivisione della bellezza.
Dante, la tua vocalità imponente, la profondità dei tuoi gravi e il tuo carisma scenico lasciano sempre il segno nello spettatore. Cosa ti succede quando sei sul palco e canti?
Quando salgo sul palcoscenico accade qualcosa di particolare: per certi versi smetto di appartenere soltanto a me stesso. La voce diventa uno strumento attraverso il quale prendono forma emozioni, pensieri e contraddizioni che appartengono al personaggio che sono chiamato a interpretare.
Non ho mai considerato il canto una semplice esibizione di capacità vocali. La voce, per quanto importante, è un mezzo, non il fine. Ciò che mi interessa davvero è riuscire a comunicare qualcosa che vada oltre il suono, raggiungere quella dimensione nella quale un’emozione individuale può diventare universale.
Sul palcoscenico cerco soprattutto la verità, quella sincerità interpretativa che permette allo spettatore di riconoscere qualcosa di sé nella vicenda rappresentata.
Naturalmente tutto questo deve poggiare su una preparazione tecnica e musicale rigorosa. La libertà interpretativa non può prescindere dalla disciplina, così come l’emozione non dovrebbe mai diventare un pretesto per trascurare la qualità del canto.
Credo che il nostro compito non sia semplicemente quello di impressionare il pubblico, ma di coinvolgerlo, di farlo riflettere e, quando possibile, di emozionarlo.
Quando percepisco che questo dialogo silenzioso si è creato, allora sento di aver dato un senso al mio lavoro.
Partendo dalla tua voce di basso ricca di armonici, scura e rotonda, quali sono i tre ruoli che ti porti nel cuore e perché?
Se dovessi scegliere tre personaggi che porto particolarmente nel cuore, direi Timur, Filippo II e Colline. Tre figure molto diverse tra loro, ma accomunate da una profonda umanità e, per ragioni differenti, legate anche alla mia sensibilità e al mio vissuto.
Timur, nella Turandot di Puccini, rappresenta per me una delle espressioni più toccanti dell’amore paterno, della fragilità e della dignità umana. È un uomo anziano, cieco, privato del proprio regno, che tuttavia conserva una straordinaria capacità di amare. La sua forza risiede proprio nella vulnerabilità, in quella nobiltà d’animo che non ha bisogno di imporsi. È un personaggio che richiede grande sensibilità, perché ogni frase deve nascere da un sentimento autentico, mai dall’esibizione vocale.
Filippo II, nel Don Carlo di Verdi, occupa invece un posto particolarissimo nel mio cuore, per ragioni che vanno ben oltre la musica e il teatro.
Ho debuttato questo ruolo in uno dei momenti più drammatici della mia vita, mentre mia sorella stava morendo.
Fu difficilissimo. Affrontare un personaggio di tale complessità, che richiede una concentrazione assoluta e una profonda partecipazione emotiva, mentre nella vita privata stavo attraversando un dolore così grande, rappresentò una prova umana prima ancora che artistica.
Non voglio raccontare quell’esperienza come se la musica fosse stata una consolazione o una via di fuga. Non lo fu. Ci sono momenti nei quali il dolore rimane dolore, e nessuna forma d’arte può cancellarlo.
Eppure dovevo salire su quel palcoscenico, dare voce a Filippo, confrontarmi con la sua solitudine, con la sua impotenza di uomo prima ancora che di sovrano.
La sua grande aria, «Ella giammai m’amò», assunse inevitabilmente un significato particolare. Non perché la vicenda del personaggio coincidesse con la mia, ma perché in quel momento conoscevo personalmente il peso della sofferenza e dell’impotenza di fronte a qualcosa che non potevo cambiare.
Non so se quell’esperienza abbia reso diversa la mia interpretazione agli occhi del pubblico. So certamente che ha segnato profondamente me.
Da allora Filippo II non è soltanto uno dei grandi personaggi del repertorio verdiano che ho avuto il privilegio di interpretare. È legato indissolubilmente a una delle pagine più dolorose della mia esistenza.
Colline, ne La bohème, rappresenta invece una dimensione diversa, ma altrettanto preziosa: quella dell’amicizia, della generosità e della capacità di donare senza chiedere nulla in cambio.
La sua «Vecchia zimarra» è una pagina che amo particolarmente per la semplicità con cui Puccini riesce a raccontare un gesto di autentica solidarietà. Non ci sono grandi proclami, soltanto la discreta nobiltà di un uomo che sceglie di privarsi di qualcosa per aiutare un’amica. Ricordo anche che questa semplice, ma magnifica aria, mi ha dato anche grandi soddisfazioni in una prestigiosa tournée in cui piu volte mi è stato chiesto di bissare.
Forse è proprio questo ciò che mi affascina maggiormente di questi tre personaggi: ciascuno, a suo modo, ci mette di fronte alla vulnerabilità dell’essere umano.
E credo che il teatro, quando riesce a raccontare questa verità, raggiunga una delle sue espressioni più alte.


Quali sarebbero invece i ruoli da basso che vorresti sperimentare o approfondire nel prossimo futuro?
In questo periodo sto dedicando particolare attenzione a due personaggi che mi affascinano profondamente, per ragioni molto diverse: Mefistofele, nell’opera di Arrigo Boito, e Don Giovanni di Mozart, che sto tornando a studiare e approfondire nel ruolo del titolo.
Mefistofele rappresenta una sfida straordinaria, non soltanto sul piano vocale, ma soprattutto su quello interpretativo. È una figura complessa, ironica, provocatoria, nella quale convivono il grottesco, il demoniaco e una sorta di lucida consapevolezza delle contraddizioni umane.
Mi interessa particolarmente la possibilità di costruire un personaggio che non sia una semplice rappresentazione del male, ma un’intelligenza inquietante, capace di osservare e mettere a nudo le debolezze dell’uomo.
Don Giovanni, invece, è un universo teatrale che non smette mai di interrogarmi. È un personaggio che sfugge alle definizioni, nel quale convivono libertà, seduzione, egoismo, vitalità e una profonda ambiguità morale.
Tornare a studiarlo oggi, con una diversa maturità artistica e umana, significa anche rimettere in discussione alcune prospettive interpretative. Credo che certi personaggi cambino insieme a noi, o forse siamo noi a imparare a guardarli con occhi differenti.§
In entrambi i casi, ciò che mi interessa non è soltanto affrontare una nuova sfida vocale, ma approfondire quella dimensione psicologica e teatrale che considero essenziale nel nostro mestiere.§
Non ho mai pensato che un ruolo debba essere affrontato semplicemente perché la voce lo consente. Bisogna anche avere qualcosa da raccontare attraverso quel personaggio.


Partendo dalla tua esperienza, quanto è importante nella formazione di un cantante – e in particolare di una corda di basso, che richiede un lavoro di maturazione e stabilizzazione dell’emissione particolarmente complesso – la figura del proprio insegnante e perché?
È fondamentale. Ma credo sia necessario distinguere tra chi insegna semplicemente una tecnica e chi è capace di accompagnare la formazione di un artista.§
La voce è uno strumento straordinario perché non è separato dal nostro corpo, dalla nostra mente e dalla nostra identità. Lavorare sulla voce significa inevitabilmente lavorare anche sulla persona.
Nel caso del basso, poi, la maturazione richiede spesso tempi lunghi, pazienza e una particolare attenzione agli equilibri dell’emissione. La profondità del suono non deve mai essere ricercata artificialmente, così come la potenza non deve essere confusa con la forza.
Un buon insegnante dovrebbe avere soprattutto la capacità di ascoltare, di riconoscere la natura autentica di una voce e di proteggerla dalle ambizioni premature.
Credo anche che il più grande insegnamento consista nel rendere progressivamente autonomo l’allievo. Un maestro autentico non crea una copia di sé, ma aiuta un artista a scoprire la propria identità.
E questo richiede competenza, sensibilità e una qualità oggi non sempre sufficientemente considerata: l’umiltà.
Spesso la vita di un artista lirico si intreccia con altre passioni o professioni che alimentano lo sguardo sul mondo. Qual è il tuo “luogo” di equilibrio e come si nutre la tua arte al di fuori del palcoscenico?
Il mio equilibrio lo ritrovo innanzitutto nella famiglia, che rappresenta per me un riferimento fondamentale, e negli amici veri. Non sono molti, ma con il tempo ho imparato che la qualità dei rapporti conta infinitamente più della quantità.
Credo che l’amicizia autentica sia una delle forme più preziose di libertà: poter essere semplicemente se stessi, senza ruoli da interpretare, senza dover dimostrare nulla e senza quelle convenzioni che spesso accompagnano la nostra vita professionale.
E poi c’è una mia grande passione: la cucina, che amo profondamente, quasi quanto la musica.
A prima vista possono sembrare due mondi lontani, ma io trovo che abbiano moltissimo in comune. Entrambi richiedono sensibilità, tecnica, conoscenza, creatività e soprattutto la capacità di trovare un equilibrio.
In cucina, come nella musica, non basta conoscere gli ingredienti o possedere una buona tecnica. Bisogna saperli combinare, rispettarne la natura, comprenderne le sfumature e, soprattutto, metterci qualcosa di personale.
Anche un piatto, in fondo, può raccontare una storia, evocare un ricordo o suscitare un’emozione. E mi piace pensare che preparare qualcosa per le persone alle quali voglio bene sia un altro modo di comunicare e condividere.
C’è poi un aspetto che considero particolarmente importante: la cucina mi permette di ritrovare una dimensione concreta, quotidiana, lontana dalle tensioni e dalle aspettative del palcoscenico.
Non tutto nella vita deve essere una prestazione o un risultato da raggiungere. A volte la felicità si trova proprio nelle cose più semplici: una tavola apparecchiata, una buona conversazione, il piacere di stare insieme alle persone giuste.
Con il tempo ho imparato ad apprezzare sempre di più questi momenti.
Forse perché, dopo aver trascorso tanta parte della vita a interpretare personaggi e raccontare le emozioni degli altri, sento quanto sia importante custodire uno spazio nel quale poter essere, semplicemente, me stesso.
Dante, tra i riconoscimenti e i premi ricevuti nel corso della tua carriera, ce n’è uno che ti è rimasto particolarmente nel cuore e perché?
Tra i riconoscimenti ricevuti nel corso degli anni, ce n’è uno al quale sono particolarmente legato, e risale ai miei esordi.
Fu quando vinsi per la prima volta una borsa di studio legata a Maria Chiara, ad Adria, ed ebbi anche l’opportunità di esibirmi in concerto alla sua presenza.
Conservo un ricordo molto intenso di quell’esperienza, non soltanto per il riconoscimento in sé, ma per ciò che rappresentava in quel particolare momento della mia vita.
Ero agli inizi, con tanti sogni, entusiasmo e inevitabilmente anche molte ingenuità. Ricevere un riconoscimento in un contesto legato a una figura così importante del nostro panorama lirico rappresentò per me un incoraggiamento straordinario.
Quando si è giovani, e si sta ancora cercando di comprendere quale possa essere il proprio posto nel mondo della musica, certi momenti assumono un significato che va ben oltre il loro valore formale.
Con il passare degli anni ho imparato che una carriera non può essere misurata soltanto attraverso premi, riconoscimenti o successi professionali. Ciò che rimane davvero sono spesso le emozioni, gli incontri e le esperienze che hanno contribuito alla nostra crescita.
Quella borsa di studio appartiene proprio a questa categoria di ricordi.
Forse perché, ripensandoci oggi, rivedo anche il giovane cantante che ero allora, con tutte le sue speranze, le sue aspettative e quella fiducia quasi assoluta nel valore dello studio e del merito.
Una fiducia che la vita ha certamente reso più consapevole, ma che, fortunatamente, non è riuscita a cancellare.


Quali sono secondo te le caratteristiche determinanti oggi per un giovane basso per farsi notare nel mondo dell’opera e distinguersi nel panorama internazionale?
Innanzitutto una solida preparazione tecnica e musicale. Senza queste fondamenta è molto difficile costruire una carriera duratura.
Ma non basta possedere una bella voce. Occorrono cultura, conoscenza delle lingue, sensibilità teatrale, capacità di lavorare con gli altri e, soprattutto, una personalità artistica riconoscibile.
Il mondo dell’opera è cambiato profondamente. Oggi ai giovani cantanti viene spesso chiesto di essere pronti molto presto, di affrontare repertori impegnativi e di rispondere a esigenze produttive sempre più pressanti.
Il rischio è quello di confondere la visibilità con il valore e la rapidità del successo con la solidità di una carriera.
A un giovane basso consiglierei soprattutto di non avere fretta. Le voci gravi hanno spesso bisogno di una maturazione particolare, e anticipare determinate tappe può compromettere equilibri costruiti con anni di studio.
Bisogna saper dire di no, anche quando un’opportunità appare allettante. Ma bisogna anche imparare a riconoscere le occasioni importanti, perché non tutte si ripresentano.
Lo dico anche pensando alla mia esperienza personale. Agli inizi ero molto sognatore e credevo che lo studio, il talento e la serietà professionale fossero sufficienti per costruire il proprio percorso. Con il tempo ho compreso che, pur essendo indispensabili, queste qualità devono accompagnarsi anche alla conoscenza delle dinamiche del nostro ambiente.
E poi occorre coltivare qualcosa che nessuna agenzia, nessun concorso e nessuna strategia di comunicazione possono sostituire: una propria necessità espressiva.
Perché una voce può impressionare, ma è una personalità artistica autentica a lasciare un segno.
La tua è una storia di coerenza e di grande amore per il canto. Per questo ti chiedo, come sei riuscito a mantenere la dignità del Belcanto e la tua integrità, e non farti schiacciare dalle logiche commerciali del mercato lirico?
Credo che l’integrità artistica non sia una qualità che si possa proclamare, ma qualcosa che si cerca di dimostrare quotidianamente attraverso le proprie scelte.
Sono sempre stato una persona schietta e diretta, nel bene e nel male, pur cercando di accompagnare questa mia natura con la diplomazia e il rispetto per gli altri. Questo atteggiamento, in alcune circostanze, mi ha probabilmente penalizzato; in altre mi ha permesso di scegliere con maggiore consapevolezza le persone e gli ambienti con i quali condividere il mio percorso.
Se guardo ai miei esordi, riconosco di essere stato molto sognatore. Credevo, forse ingenuamente, che il talento, lo studio, il sacrificio e la serietà professionale fossero sufficienti per costruire una carriera. Non avevo ancora compreso fino in fondo quanto il nostro mondo fosse condizionato anche da dinamiche che non sempre hanno a che fare con il valore artistico.
Con il tempo ho imparato che il merito è fondamentale, ma purtroppo non sempre determinante.
Non voglio però attribuire al sistema la responsabilità di tutto. Ho commesso anch’io degli errori, dettati soprattutto dall’inesperienza, e non ho difficoltà a riconoscerli o a chiedere scusa quando necessario. Anche alcune rinunce, con la consapevolezza di oggi, probabilmente le valuterei diversamente.
Ma non considero l’esperienza una ragione sufficiente per diventare cinici.
Continuo a credere nella qualità, nella preparazione, nel rispetto della musica e nella dignità del nostro mestiere. Semplicemente, oggi so che a questi valori devono accompagnarsi una maggiore conoscenza delle dinamiche professionali, lucidità nelle decisioni e capacità di tutelare il proprio lavoro.
La diplomazia non deve diventare opportunismo, così come la schiettezza non deve trasformarsi in ostinazione.
Ho cercato di mantenere questo equilibrio, non sempre riuscendoci, ma senza rinunciare alla mia identità.
Perché il Belcanto, prima ancora di essere una disciplina musicale, rappresenta per me una forma di rispetto: verso la voce, la parola, la partitura, il pubblico e, inevitabilmente, verso se stessi.
Ritengo che la formula Nemo propheta in patria ti calzi a pennello. Ti si può apprezzare più all’estero che in Italia, infatti. Come mai, secondo te?
È una riflessione che mi accompagna da tempo, ma alla quale preferisco rispondere senza generalizzazioni e, soprattutto, senza risentimento.
L’Italia è la patria di una tradizione operistica straordinaria, un patrimonio che tutto il mondo ci riconosce e che abbiamo il dovere di custodire e valorizzare. Tuttavia, non sempre questa ricchezza culturale si traduce in un sistema capace di riconoscere e sostenere adeguatamente i propri artisti.
All’inizio della mia carriera ero convinto che lo studio, il talento, la preparazione e la serietà professionale appunto rappresentassero le condizioni fondamentali per essere apprezzati. Con il tempo ho compreso che, pur essendo indispensabili, queste qualità non sempre bastano.
Esistono dinamiche organizzative, relazionali ed economiche che possono incidere profondamente sulle opportunità di un artista. Ignorarle sarebbe ingenuo; considerarle l’unica spiegazione di ogni difficoltà sarebbe altrettanto sbagliato.
All’estero ho avuto modo di confrontarmi con realtà e sensibilità differenti, trovando occasioni di riconoscimento e di crescita professionale che hanno arricchito il mio percorso.
Non credo, però, che si debba contrapporre sistematicamente l’estero all’Italia. Anche nel nostro Paese esistono eccellenze, professionisti illuminati e istituzioni che svolgono un lavoro prezioso.
Forse ciò di cui avremmo maggiormente bisogno è una cultura della valorizzazione artistica più aperta, meno condizionata dalle consuetudini e più attenta alla continuità dei percorsi professionali.
Non ho mai pensato che il riconoscimento mi fosse dovuto. Ho sempre creduto, piuttosto, che dovesse essere il risultato del lavoro e della qualità.
Oggi sono certamente meno ingenuo rispetto agli esordi, ma non ho smesso di credere nel valore del merito. Sarebbe triste se l’esperienza ci insegnasse soltanto a rinunciare ai nostri ideali.
E naturalmente rimane il desiderio di poter condividere sempre più spesso la mia arte anche nel Paese al quale appartengo. Non per una questione di rivalsa, ma perché cantare nella propria terra conserva un significato umano e affettivo particolare.
Dante, guardando al futuro e ai tuoi prossimi impegni, dove e quando potremo ascoltarti in teatro nei mesi a venire?
I prossimi mesi si preannunciano particolarmente interessanti, anche per la varietà delle esperienze musicali e teatrali che mi attendono.
Entro la fine del 2026 sarò impegnato in Italia con il Requiem di Mozart, Un ballo in maschera di Verdi e un progetto al quale tengo particolarmente: i Winterreise di Franz Schubert, proposti nella versione per voce di basso.
Quest’ultimo appuntamento rappresenta per me un’esperienza di grande interesse artistico. Il ciclo schubertiano richiede un rapporto estremamente intimo con la parola, con il suono e con il silenzio. È un viaggio interiore nel quale non ci si può nascondere dietro la teatralità o l’imponenza vocale. Ogni sfumatura deve nascere da una necessità espressiva autentica.
Il 2027 mi vedrà, per ora, invece impegnato in diversi ruoli operistici: Don Alfonso nel Così fan tutte, Don Giovanni nell’omonima opera mozartiana, Padre Guardiano nella Forza del destino, Lodovico in Otello e Banco nel Macbeth di Verdi.
Sono personaggi molto differenti, che richiedono sensibilità interpretative e vocali diverse, e proprio questa varietà costituisce uno degli aspetti più stimolanti del mio lavoro.
È inoltre prevista una masterclass in Portogallo dedicata alla dizione italiana ed all’interpretazione nel canto lirico, un’esperienza alla quale guardo con particolare interesse.
Credo che il rapporto tra parola e musica sia fondamentale nella formazione di un cantante. La dizione non è semplicemente una questione di corretta pronuncia, ma uno strumento espressivo essenziale: la parola deve vivere nel suono e contribuire alla costruzione del personaggio.§
Trasmettere questa consapevolezza ai giovani interpreti rappresenta per me una responsabilità, ma anche una preziosa occasione di confronto.
Continuo a vivere ogni nuovo impegno con curiosità e con il desiderio di imparare, perché credo che il momento in cui un artista smette di interrogarsi sia anche quello in cui rischia di smettere di crescere.
E la scrittura… che ruolo svolge nella tua vita?
La scrittura rappresenta per me un’altra dimensione della mia vita artistica e intellettuale, un modo diverso, ma altrettanto importante, di vivere la musica e la cultura.
Collaboro con diverse testate, occupandomi prevalentemente di critica musicale, recensioni e approfondimenti culturali. È un’attività che mi appassiona perché mi permette di osservare il nostro mondo anche da una prospettiva differente rispetto a quella dell’interprete.
Conoscere il palcoscenico dall’interno, averne vissuto le difficoltà, le responsabilità, le soddisfazioni e talvolta anche le contraddizioni, credo mi offra strumenti utili per comprendere e valutare ciò che ascolto e vedo.
Ho sempre avuto un principio molto semplice: scrivo ciò che vedo e ciò che sento, nel bene e nel male, senza condizionamenti.
Quando riconosco qualità e valore artistico, sono il primo a esserne felice e a sottolinearli. Quando invece qualcosa non mi convince, ritengo altrettanto doveroso esprimerlo, naturalmente argomentando il mio giudizio.
Mi è capitato che alcune recensioni abbiano suscitato malumori o creato qualche tensione. Fa parte del gioco, anche se continuo a pensare che una critica sincera, competente e costruttiva dovrebbe essere accolta come un’opportunità, non come un’offesa. In certi casi, forse, ci sarebbe persino da ringraziare chi ha il coraggio di esprimere un’opinione autentica, anziché rifugiarsi in una comoda approvazione di circostanza.
Non ho mai sentito la necessità di moderare il mio pensiero per convenienza, anche perché credo di aver sempre cercato una forma diplomatica e rispettosa per esprimere le mie osservazioni. Essere diretti non significa essere offensivi, così come essere diplomatici non significa necessariamente essere accomodanti.
Naturalmente la critica non è una verità assoluta. È un giudizio che deve nascere dall’ascolto, dalla preparazione, dall’esperienza e soprattutto dall’onestà intellettuale. E chi esercita la critica deve essere disposto, a sua volta, ad accettarla.


Non mi interessa scrivere per compiacere qualcuno, né tantomeno per demolire il lavoro altrui. Mi interessa contribuire, per quanto possibile, a una riflessione seria sulla musica e sulla cultura.
Credo che una critica argomentata, anche quando è severa, possa essere molto più utile di un elogio privo di convinzione.
In fondo, canto e scrittura sono due modi differenti di esprimere la stessa esigenza: comunicare qualcosa in cui credo.
E se c’è un principio che cerco di rispettare in entrambe le attività è proprio questo: non rinunciare mai alla sincerità, ma nemmeno al rispetto.
Perché la critica, quando è esercitata con coscienza, non dovrebbe servire a ferire, ma a far riflettere. E possibilmente a far crescere.
Annunziato Gentiluomo




















