Il dittico formato da Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, proposto sabato 24 ottobre al Teatro Regio di Torino nell’ambito del Festival del Verismo, mette a confronto due opere emblematiche del teatro musicale di fine Ottocento, accomunate dalla forza delle passioni, dall’irruenza dei sentimenti e da una drammaturgia nella quale l’amore,
Il dittico formato da Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, proposto sabato 24 ottobre al Teatro Regio di Torino nell’ambito del Festival del Verismo, mette a confronto due opere emblematiche del teatro musicale di fine Ottocento, accomunate dalla forza delle passioni, dall’irruenza dei sentimenti e da una drammaturgia nella quale l’amore, la gelosia, l’onore e la vendetta conducono a esiti tragici.

Due titoli che, per intensità emotiva e immediatezza teatrale, richiedono una regia capace di valorizzare la tensione drammatica senza sovraccaricarla di segni, immagini e sovrastrutture. È proprio sul piano visivo e registico che la serata torinese solleva le maggiori perplessità, mentre la componente musicale, sostenuta dalla direzione di Andrea Battistoni e da un apparato corale di ottimo livello, offre risultati complessivamente apprezzabili.
Entrambe le opere condividono una base scenica rotante, elemento portante di un impianto visivo che, pur assicurando dinamismo e possibilità di trasformazione dello spazio, non sempre sembra trovare una corrispondenza convincente nella necessità drammaturgica. A ciò si aggiunge un’eccessiva insistenza sulla dimensione religiosa, che attraversa entrambi gli allestimenti e finisce, in più occasioni, per appesantirne la lettura.
Cavalleria rusticana: una religiosità ridondante
La regia di Daniele Menghini per Cavalleria rusticana appare discutibile soprattutto per la sovrabbondanza di elementi simbolici e figurativi, che tendono a occupare la scena anche quando il dramma richiederebbe concentrazione, essenzialità e intimità.
La presenza della Vergine Maria si impone fin dall’inizio, diventando progressivamente una costante visiva che culmina nell’ornamentazione della statua come Addolorata. Una scelta che insiste sulla dimensione devozionale fino a renderla preponderante, senza che se ne percepisca sempre una reale necessità teatrale. Paradossalmente, proprio durante la preghiera di mamma Lucia la statua risulta assente: un’incongruenza che lascia perplessi all’interno di un allestimento tanto insistente sul versante religioso.
Anche la gestione delle masse non convince pienamente. Il coro appare statico in più riprese e, durante la preghiera di Santuzza, arriva addirittura a disporsi in linea sul proscenio, con un effetto che irrigidisce l’azione invece di sostenerne la tensione. Lo stendardo dell’Ecce Homo, esposto in prima fila, contribuisce ulteriormente a un apparato iconografico già ridondante.

La sensazione è che la scena sia costantemente affollata, persino nei momenti più intimi, quando la presenza di troppe figure finisce per confondere la lettura dell’azione e sottrarre solennità alla musica e al dramma. Angeli disseminati ovunque, persino appesi e presenti in costume, concorrono a un immaginario sovraccarico. Tra le trovate più singolari, l’arcangelo Gabriele prende vita durante l’intermezzo e offre un giglio a Santuzza, che lo accoglie come fosse un bambino in fasce. Un’immagine che, invece di approfondire la lacerazione interiore della protagonista, rischia di spostare l’attenzione verso una dimensione illustrativa e quasi devozionale.
Non meno discutibile il costume da scheletro indossato da Alfio nel finale, davvero fuori luogo rispetto alla temperatura drammatica della vicenda. Anche l’abito di Santuzza appare estraneo all’universo visivo complessivo: un costume che non dialoga con il resto dell’allestimento, nel quale convivono antichi Romani, popolani, angeli e uomini vestiti secondo una tradizione siciliana evocata in modo discontinuo. La pluralità di riferimenti, anziché generare una stratificazione di significati, produce così una certa confusione stilistica.
Il risultato è una Cavalleria rusticana nella quale l’eccesso di presenze e di simboli finisce per indebolire proprio ciò che dovrebbe essere centrale: l’umanità ferita dei personaggi, la violenza delle convenzioni sociali e l’ineluttabilità di un conflitto che si consuma in una comunità apparentemente semplice, ma attraversata da tensioni profonde.

Sul piano musicale, la direzione di Andrea Battistoni è nel complesso ben scandita e attenta alla partitura. La lettura risulta precisa, con un buon rapporto con la buca e una conduzione che sostiene adeguatamente il palcoscenico. In alcuni passaggi, tuttavia, il discorso musicale sembra quasi trascinarsi, come se il direttore si compiacesse di quanto sta realizzando, concedendosi tempi e indugi che rischiano di attenuare la tensione narrativa. Rimane comunque una prova consapevole, curata e complessivamente solida.
Ottima la compagine corale, sia per quanto riguarda le voci bianche, istruite da Claudio Fenoglio, sia per il coro degli adulti, diretto da Gea Garatti Ansini. La performance si distingue per compattezza, coesione e dinamismo vocale: un insieme ben preparato, capace di offrire sostegno alla partitura e di restituire con efficacia il respiro collettivo della vicenda. Una qualità musicale che merita di essere sottolineata anche a fronte delle perplessità suscitate dalla gestione scenica delle masse.

Sul versante vocale, la Santuzza di Ekaterina Semenchuk si impone per una vis di notevole efficacia e per una linea di canto aderente alla partitura. Il soprano offre una prova di grande personalità, affrontando il personaggio con autorevolezza e presenza scenica. Si sarebbe forse desiderata maggiore enfasi nel passaggio «Battimi, insultami, t’amo e perdono, ma è troppo forte l’angoscia mia», uno dei momenti in cui la lacerazione della protagonista avrebbe potuto emergere con più marcata intensità, soprattutto in contrapposizione all’ingresso di Lola con «Fior di giaggiolo». Nel complesso, resta un’interpretazione di peso, sostenuta da una vocalità imponente e da una solida consapevolezza drammatica.
Angelo Villari, tenore di grande esperienza, veste i panni di Turiddu con vigore, grinta e una proiezione sempre pertinente. La sua interpretazione è energica, ben inserita nel contesto drammatico, e si distingue per l’ottimo fraseggio, che contribuisce a delineare un protagonista credibile e vocalmente incisivo.

Elena Zilio rende con grande compostezza il ruolo di mamma Lucia. La bella vocalità e il notevole controllo dello strumento le consentono di affrontare la parte con misura, evitando forzature e restituendo al personaggio una dignità austera.
Simone Piazzola veste con convinzione i panni di Alfio. Pur con una vocalità non del tutto aderente alle esigenze del ruolo, riesce a risolverlo con efficacia, sostenuto da una presenza scenica credibile.
Veta Pilipenco è una Lola più che regolare, nella quale la gradevolezza dell’immagine prevale sulla piena incisività della prestazione vocale: più bella che brava.

Nel complesso, il cast offre contributi di diversa consistenza, con alcune prove di sicuro rilievo, ma la ricchezza delle personalità vocali non trova sempre una corrispondente valorizzazione nella cornice registica.
Pagliacci: il teatro nel teatro e il peso dell’iconografia religiosa
Con Pagliacci, affidato alla regia di Francesco Micheli, si cambia universo narrativo, ma non si abbandona del tutto la tendenza a caricare la scena di significati ulteriori. Anche qui la presenza della dimensione religiosa risulta ingombrante, imponendosi con una frequenza che rischia di condizionare la lettura del dramma.
L’ambientazione di matrice pinocchiesca introduce un immaginario fiabesco e popolare, nel quale Arlecchino è vestito da gatto e i saltimbanchi contribuiscono a dare movimento all’azione in maniera pertinente. È una scelta che, almeno sul piano della dinamica scenica, trova momenti di efficacia, offrendo un contesto vivace al gioco teatrale che costituisce il cuore dell’opera di Leoncavallo.
La trovata per cui tutti i componenti del pubblico sono angeli, compreso Silvio, si inserisce invece in quella sovrabbondanza simbolica già riscontrata in Cavalleria rusticana. Il ricorso reiterato all’immaginario religioso finisce per attenuare la crudezza della vicenda, nella quale la finzione teatrale si incrina progressivamente fino a lasciare emergere una violenza terribilmente concreta.
Il finale con le scarpette rosse appare stucchevole sul piano estetico, ma conserva una significativa valenza sociale. È un’immagine che richiama una questione dolorosamente attuale e che, pur nella sua insistenza visiva, introduce una riflessione sulla violenza e sulla vulnerabilità, aprendo uno spazio di lettura che va oltre il destino individuale dei protagonisti.

La direzione di Andrea Battistoni si rivela in Pagliacci ben scandita, ritmata e coinvolgente. La conduzione sostiene con efficacia l’alternanza tra la dimensione spettacolare della compagnia girovaga e l’esplosione del dramma personale, conferendo alla partitura una buona tenuta teatrale.
Anche in quest’opera i due cori funzionano molto bene, confermandosi un apparato di grande sostegno per i solisti. La compattezza dell’insieme e la capacità di inserirsi nel flusso dell’azione contribuiscono alla riuscita musicale della rappresentazione, offrendo una base solida alla costruzione drammatica.

Martin Muehle è un Canio preciso e convincente, dotato di una canna vocale di notevole interesse. Sa muoversi sulla scena con naturalezza e mantiene una presenza credibile lungo tutto l’arco del personaggio. La sua interpretazione restituisce con efficacia il progressivo deteriorarsi dell’equilibrio tra uomo e attore, tra gelosia privata e rappresentazione pubblica.
Carolina López Moreno offre una Nedda incisiva, nella quale tutte le sfumature del personaggio trovano una resa accurata. Il soprano si distingue per maestria interpretativa, naturale eleganza e leggiadria, qualità che le permettono di coniugare la dimensione più libera e vitale della protagonista con la sua fragilità. Una prova di notevole efficacia, capace di evitare una lettura univoca del personaggio.
Fabián Veloz è un Tonio coinvolgente. Affronta il Prologo con compostezza e precisione, mostrando una bella lama vocale e uno strumento pastoso, di buona consistenza. La sua presenza contribuisce a dare risalto alla funzione metateatrale del personaggio, che introduce il pubblico nel delicato rapporto tra finzione e realtà.

Matteo Falcier è un Peppe particolarmente riuscito, plastico nel movimento scenico e musicalmente ben centrato. La sua aria – O Colombina – è proposta con una ritmica impeccabile e con i giusti colpi, mentre la voce luminosa e ben proiettata si accompagna a un fraseggio eccellente. Una prova brillante, nella quale qualità vocali e precisione esecutiva si integrano con naturalezza.
Convincente anche Joshua Hopkins nei panni di Silvio. La bella voce, dalla lama argentea e dallo squillo sicuro, trova un terreno particolarmente favorevole nel duetto con Nedda: le voci di Hopkins e López Moreno si amalgamano bene, dando vita a un dialogo musicale piacevole e ben equilibrato.
Un valore aggiunto viene infine da Lorenzo Battagion e Leopoldo Lo Sciuto, rispettivamente Primo e Secondo contadino, che si distinguono per la timbrica e la chiarezza espressiva. Anche nei ruoli di minore estensione, la cura del fraseggio e la qualità dell’emissione contribuiscono a completare positivamente il quadro vocale della serata.

Un dittico tra luci musicali e ombre registiche
La recita del 24 ottobre al Teatro Regio di Torino restituisce un dittico nel quale la qualità musicale si confronta con scelte sceniche non sempre convincenti. In entrambe le opere, l’impianto rotante costituisce la struttura portante, ma la sovrabbondanza di presenze, simboli e richiami religiosi tende a sottrarre spazio alla centralità del dramma umano.
In Cavalleria rusticana, la regia di Daniele Menghini appare appesantita da una religiosità insistita, da una gestione talvolta statica delle masse e da costumi che non sempre trovano una coerenza stilistica. In Pagliacci, Francesco Micheli propone un universo pinocchiesco più dinamico, sostenuto dalla presenza dei saltimbanchi, ma anche qui il ricorso agli angeli e ad alcune immagini finali rischia di sovraccaricare la narrazione.


A tenere saldo il dittico è soprattutto il versante musicale: la direzione di Andrea Battistoni, precisa e coinvolgente, e l’eccellente apporto dei cori rappresentano punti di forza comuni alle due opere. Sul fronte dei solisti, emergono personalità vocali di rilievo, da Ekaterina Semenchuk e Angelo Villari in Cavalleria rusticana a Martin Muehle, Carolina López Moreno, Fabián Veloz e Matteo Falcier in Pagliacci.
Il Verismo, nella sua essenza, non ha bisogno di essere spiegato attraverso una moltiplicazione di segni: vive nella verità delle passioni, nella concretezza dei rapporti umani e nella violenza delle contraddizioni sociali. È proprio quando la scena si fa troppo affollata che questa verità rischia di arretrare. Eppure, grazie alla solidità musicale e alle prove di diversi interpreti, il dittico conserva momenti di indubbio interesse, lasciando emergere, al di là delle perplessità registiche, la forza ancora viva di due capolavori del teatro musicale italiano.
Annunziato Gentiluomo














