Il Festival Verismo del Teatro Regio di Torino prosegue con una delle sue riscoperte più attese: dal 27 ottobre al 22 novembre va in scena La bohème di Ruggero Leoncavallo, per la prima volta al Regio. Un debutto particolarmente significativo proprio al Teatro Regio, dove nel 1896 ebbe la sua prima assoluta La bohème di
Il Festival Verismo del Teatro Regio di Torino prosegue con una delle sue riscoperte più attese: dal 27 ottobre al 22 novembre va in scena La bohème di Ruggero Leoncavallo, per la prima volta al Regio.
Un debutto particolarmente significativo proprio al Teatro Regio, dove nel 1896 ebbe la sua prima assoluta La bohème di Puccini, composta negli stessi anni e a partire dal medesimo soggetto: Scènes de la vie de bohème di Henri Murger. Leoncavallo guarda però a quel mondo da una prospettiva diversa: più fedele alla struttura corale di Murger, sposta il centro della vicenda dalle singole figure di Mimì e Rodolfo alla comunità dei giovani artisti e al rapporto libero e irrequieto tra Marcello e Musette.
Sul podio dell’Orchestra e del Coro del Teatro Regio sale il Direttore musicale Andrea Battistoni, alla guida di tutti e quattro i titoli del Festival Verismo. Il Coro del Teatro Regio è istruito da Gea Garatti Ansini. La regia è affidata a Francesco Micheli, che con questo Festival debutta al Regio; le scene sono di Davide Signorini, i costumi di Giada Masi, i movimenti coreografici di Matteo Ceccarelli, le luci di Gianni Bertoli, la drammaturgia di Michele Panella. Stefania Panighini è assistente alla regia, Laura Pigazzini assistente alle scene, Francesca Sartorio assistente ai costumi.
Per Francesco Micheli, l’opera di Leoncavallo è innanzitutto un racconto sulla giovinezza degli artisti: una stagione luminosa e irripetibile destinata a consumarsi rapidamente. «I bohémiens sono un vero e proprio “Friends ante litteram”: un gruppo di ragazzi che condivide amicizie, precarietà, ambizioni e il desiderio di vivere fuori dalle convenzioni, in quello che diventa uno spazio di incontro, creatività e appartenenza, oggi diremmo un “centro sociale”».
È proprio questa dimensione corale e anticonformista a restituire oggi all’opera una sorprendente attualità. Leoncavallo porta sulla scena giovani artisti squattrinati che trasformano la precarietà in uno stile di vita, oppongono alle convenzioni borghesi la libertà dei rapporti, la solidarietà e l’irriverenza, e cercano di costruire uno spazio nel quale poter essere sé stessi. Lo spettacolo segue simbolicamente le stagioni della vita. Si apre nell’esplosione vitale del Café Momus, dove i bohémiens ridicolizzano la nobiltà in una grande farsa collettiva; progressivamente, però, quella giovinezza si incrina fino all’autunno della disillusione, quando la soffitta diventa il deposito delle ambizioni perdute. La parabola di una generazione diventa così una riflessione sulla fragilità dei desideri e sul tempo che trasforma le persone e le loro aspirazioni.


Anche musicalmente questa Bohème rivela un Leoncavallo ben più complesso dell’autore identificato quasi esclusivamente con Pagliacci. La partitura attraversa registri diversi, dalla leggerezza dell’operetta e del pastiche settecentesco a una scrittura cromatica, appassionata e a tratti brutale. «Nella Bohème di Leoncavallo troviamo un autore raffinatissimo», osserva Andrea Battistoni, «capace di un eclettismo che intreccia l’eleganza settecentesca a un linguaggio cromatico al passo con i linguaggi europei del tempo».
La presenza di Bohème di Leoncavallo a Torino è rarissima: l’ultima rappresentazione risale al 1905, al Teatro Vittorio Emanuele, sotto la direzione di Tullio Serafin. La riscoperta del titolo è uno dei cardini del Festival Verismo, il progetto con cui il Teatro Regio apre la Stagione 2026/2027: quattro opere di Mascagni e Leoncavallo, quattro nuovi allestimenti, un unico direttore d’orchestra e due registi impegnati nella costruzione di una visione drammaturgica comune. Accanto ai due capisaldi Cavalleria rusticana e Pagliacci, La bohème e Iris mostrano infatti il volto meno conosciuto dei due compositori e la loro capacità di confrontarsi con le trasformazioni artistiche e sociali di fine Ottocento.

Il cast è interamente al debutto nei rispettivi ruoli e riflette anche la diversa distribuzione vocale scelta da Leoncavallo rispetto a Puccini. i tenori Matteo Lippi/Arseny Yakovlev vestono i panni di Marcello, Anna Goryachova/Lamia Beuque (Musette), il baritono Alessandro Luongo è Rodolfo, Francesca Dotto/Sara Cortolezzis (Mimì), Simone Del Savio/Ramiro Maturana (Schaunard), Francesco Salvadori (Colline), Matteo Peirone (Barbemuche), Pablo Gálvez (Il visconte Paolo), Manuela Custer (Eufemia), Manuel Pierattelli (Gaudenzio), Roberto Covatta (Durand), Nicola Pamio (Un becero), l’artista del Regio Ensemble Adrian Autard (il signore del primo piano), Daniela Valdenassi/Laura Realbuto (la vecchia), Alessandro Agostinacchio/Wankyung Park (l’impiegato), Caterina Borruso (la moglie dello speziale), Alejandro Escobar/Marino Capettini (lo speziale), Ilaria Lucille De Santis/ Lyudmyla Porvatova (Prima figlia dello speziale) e Roberta Garelli/ Maria Di Mauro (Seconda figlia dello speziale).
La produzione è accompagnata dall’esposizione nel Foyer del Toro di preziosi documenti tra i quali sono esposti i bozzetti e i figurini originali della prima assoluta dell’opera a Venezia nel 1897, insieme a oggetti e documenti legati al compositore, tra cui la bacchetta personale e un autografo. I materiali sono stati prestati per l’occasione dal Museo “Ruggiero Leoncavallo” di Montalto Uffugo, cui va il ringraziamento del Teatro Regio.

Il Festival prosegue fino al 22 novembre e comprende anche Cavalleria rusticana, Pagliacci e Iris. Nell’ultimo fine settimana di ottobre e nei primi due di novembre sarà possibile assistere all’intero ciclo nell’arco di tre giorni consecutivi.
Sicuramente un interessante investimento per il Regio di Torino per dare lustro a un materiale musicale che per anni è stato poco valorizzato dalla critica.
Francesca Lucà
















