Venerdì scorso, 23 ottobre, il Teatro Carlo Felice ha accolto Le nozze di Figaro di Wolfgang Amadeus Mozart, riproponendo un allestimento di elegante impronta classica, nato dalla produzione originale del Teatro Real di Madrid in coproduzione con l’Asociación Bilbaína de Amigos de la Ópera e presentato anche dalla Fondazione Teatro Regio di Torino. Una messinscena
Venerdì scorso, 23 ottobre, il Teatro Carlo Felice ha accolto Le nozze di Figaro di Wolfgang Amadeus Mozart, riproponendo un allestimento di elegante impronta classica, nato dalla produzione originale del Teatro Real di Madrid in coproduzione con l’Asociación Bilbaína de Amigos de la Ópera e presentato anche dalla Fondazione Teatro Regio di Torino. Una messinscena sontuosa, nella quale la cura dei dettagli visivi e l’attenzione alla caratterizzazione dei personaggi costituiscono gli elementi portanti di un impianto complessivamente godibile, pur con qualche limite nella gestione dello spazio scenico e, di conseguenza, nella resa acustica delle voci.
La regia di Emilio Sagi, ripresa da Matteo Anselmi, trova nelle scene di Daniel Bianco, nei costumi di Renata Schussheim e nelle luci di Eduardo Bravo, riprese da Vladi Spigarolo, una cornice visiva di notevole qualità. L’impianto scenografico, elegante e armonioso, restituisce il mondo aristocratico nel quale si consuma la giornata di follia raccontata da Mozart e dal suo librettista Lorenzo Da Ponte, senza rinunciare a una vivacità cromatica e a una certa leggerezza teatrale.

L’allestimento si distingue per la sua compostezza formale, ma non scade nella rigidità di una ricostruzione meramente illustrativa. Sagi, forte della bellezza e della pertinenza del lavoro delle maestranze, costruisce una regia frizzante, attenta soprattutto alla dimensione psicologica e relazionale dei protagonisti. Le dinamiche tra padroni e servitori, i giochi di seduzione, le schermaglie amorose e i continui ribaltamenti di ruolo trovano spazio in una lettura che cerca di valorizzare la complessità umana di ciascun personaggio, restituendo quella straordinaria combinazione di comicità, malinconia e intelligenza che rende Le nozze di Figaro una delle opere più moderne del repertorio settecentesco.
Non mancano tocchi spagnoleggianti, coerenti con l’identità visiva della produzione, che si manifestano con particolare evidenza nella coreografia di Nuria Castejón. Le sequenze di flamenco, ben impostate e armonizzate con la messinscena, aggiungono colore e movimento, senza apparire del tutto estranee all’universo teatrale proposto.
La regia, tuttavia, mostra un limite non trascurabile: in diversi momenti, soprattutto nel primo atto, i cantanti risultano collocati troppo indietro rispetto al proscenio. Una scelta che finisce per penalizzare la percezione della loro emissione vocale, rendendo meno immediata la comunicazione con la sala. Non si tratta necessariamente di una questione di volume o di potenza sonora: è soprattutto la posizione scenica, poco favorevole, a ostacolare la piena proiezione delle voci verso il pubblico. In un’opera in cui la parola, la rapidità dei dialoghi e la precisione degli incastri vocali sono determinanti, questo aspetto si avverte con particolare evidenza.
Sul podio dell’Orchestra del Teatro Carlo Felice, Jordi Bernàcer affronta la partitura mozartiana con cuore e passione, coniugando autorevolezza e delicatezza. La sua lettura privilegia la dimensione teatrale della musica, seguendo con attenzione il gioco delle relazioni e la mutevolezza degli stati d’animo che attraversano l’opera.
In Le nozze di Figaro la direzione deve sostenere una macchina drammaturgica di straordinaria precisione: recitativi, arie, duetti ed ensemble concorrono a un flusso narrativo nel quale il ritmo comico non può prescindere dalla sottigliezza psicologica. Bernàcer mostra sensibilità nel seguire questo equilibrio, cercando di non appesantire la scrittura e di rispettare la naturalezza del fraseggio mozartiano. Alla brillantezza richiesta dai momenti più movimentati si affiancano una cura e un’attenzione che consentono alla partitura di conservare la propria ricchezza espressiva.
La sua direzione si distingue per partecipazione e consapevolezza stilistica, accompagnando il palcoscenico senza rinunciare alla nobiltà del dettato musicale. Ne emerge una lettura che guarda a Mozart non soltanto come al maestro della perfezione formale, ma come a un compositore capace di sondare le contraddizioni dell’animo umano attraverso una musica di sorprendente immediatezza.
Nel complesso, l’Orchestra del Teatro Carlo Felice risponde positivamente alla guida del direttore, contribuendo alla tenuta musicale della serata. Una menzione particolare merita Sirio Restani al fortepiano, la cui performance si rivela eccellente: il suo intervento accompagna i recitativi con eleganza, precisione e appropriatezza stilistica, sostenendo il dialogo teatrale con quella discrezione che, nel repertorio mozartiano, è tutt’altro che secondaria.
Buona, nel complesso, anche la prova del coro, istruito da Giulio Magnanini, che contribuisce con efficacia alla costruzione dell’insieme scenico e musicale.
Sul versante interpretativo, la compagnia offre una serie di prove convincenti, distinguendosi per la qualità delle individualità e per la capacità di restituire le diverse sfumature dei personaggi. Il risultato è un mosaico nel quale nobiltà, ironia, sensualità e inquietudine convivono, secondo quella straordinaria intuizione mozartiana che trasforma una commedia degli equivoci in un ritratto articolato della società e dei suoi rapporti di potere.
Nei panni del Conte di Almaviva, Roberto de Candia appare perfettamente a proprio agio, sia vocalmente sia sul piano attoriale. La voce, dotata di una bella lama e di una proiezione incisiva, restituisce con efficacia l’autorità del personaggio, ma anche la sua inquietudine e la sua progressiva perdita di controllo. Il Conte è un aristocratico abituato a esercitare il proprio potere, convinto di poter piegare gli altri alla propria volontà; de Candia ne mette in luce la sicurezza esteriore e le incrinature interiori, conferendo alla figura una presenza scenica credibile e ben definita.
Carmela Remigio, come Contessa di Almaviva, si distingue per la nobiltà della vocalità e per la leggiadria con cui attraversa la partitura. La sua interpretazione restituisce la dignità di una donna ferita, sospesa tra il dolore per il tradimento subito e il desiderio di recuperare un rapporto che non è ancora del tutto perduto. La Contessa non è soltanto la vittima di un marito infedele: è una figura di grande consapevolezza emotiva, capace di trasformare la sofferenza in una forma di superiorità morale. Remigio ne interpreta con sensibilità la delicatezza e la malinconia, preservandone l’eleganza anche nei momenti di maggiore intensità espressiva.
Daniela Cappiello dà vita a una Susanna spiritosa, frizzante e ricca di verve. La cantante mette in campo uno smalto vocale interessante e una tecnica valida, accompagnati da una presenza scenica vivace, che restituisce la prontezza intellettuale di una donna capace di orientarsi con lucidità in una situazione complessa. Susanna non è un semplice ingranaggio della commedia: è spesso la mente più rapida e concreta dell’intera vicenda, capace di smascherare le ipocrisie e di guidare gli eventi con intelligenza. Cappiello ne coglie efficacemente la freschezza e l’ironia. Molto belli i duetti con la Contessa, nei quali emerge una buona intesa interpretativa e si delinea una solidarietà femminile che rappresenta uno degli aspetti più interessanti dell’opera.
Vito Priante, Figaro, offre una prova raffinata e brillante. Eccellente la vocalità, così come il fraseggio, curato e incisivo, che gli consente di dare risalto alle sfumature della scrittura mozartiana. Il suo Figaro possiede la necessaria scaltrezza, ma non si esaurisce nella dimensione del servo arguto che cerca di avere la meglio sul padrone: è un personaggio concreto, ironico, talvolta impulsivo, che affronta con intelligenza e determinazione le contraddizioni del mondo in cui vive. Priante ne valorizza la vivacità senza rinunciare alla finezza musicale, offrendo una prova di notevole interesse.
José María Lo Monaco è un Cherubino assolutamente nella parte. Il ruolo sembra calzargli naturalmente, anche per la comodità con cui attraversa l’intera partitura nel proprio registro. La sua interpretazione restituisce l’irrequietezza adolescenziale del paggio, sospeso tra desiderio, confusione sentimentale e scoperta di sé. Cherubino è una creatura in perenne trasformazione, incapace di dare un nome alle proprie emozioni e proprio per questo irresistibile nella sua autenticità. Lo Monaco ne asseconda la natura con disinvoltura, senza forzature, contribuendo alla freschezza teatrale dell’insieme.
Di grande efficacia anche Sonia Ganassi, che veste magnificamente i panni di Marcellina. Brio e disinvoltura caratterizzano una prova nella quale il personaggio emerge con personalità, senza ridursi a una semplice figura di contorno. Marcellina è una donna determinata, abituata a difendere i propri interessi e a muoversi con sicurezza nelle dinamiche sociali; Ganassi ne coglie la vivacità, restituendole una presenza scenica pienamente riconoscibile.
Alex Martini è un Bartolo composto e preciso, capace di inserirsi con misura nel meccanismo comico dell’opera.
Enrico Iviglia, nei panni di Basilio, mette in evidenza la propria eleganza interpretativa, il bel timbro e un fraseggio raffinato, elementi che contribuiscono a delineare con chiarezza un personaggio ambiguo e opportunista, sempre pronto a sfruttare le circostanze a proprio vantaggio.

Completano il cast Gianluca Moro, soddisfacente nel ruolo di Don Curzio; Chiara Maria Fiorani, convincente come Barbarina; e Stefano Marchisio, che interpreta Antonio con efficacia. Si tratta di ruoli meno estesi, ma indispensabili all’economia teatrale dell’opera, il cui equilibrio dipende anche dalla precisione con cui ogni personaggio secondario contribuisce al succedersi degli equivoci e alla loro risoluzione.
La recita del Carlo Felice conferma il valore di un allestimento che trova nella raffinatezza delle scene, nella ricchezza dei costumi e nella cura delle luci i propri punti di forza. Emilio Sagi costruisce una lettura vivace, attenta alle relazioni tra i personaggi e arricchita da una componente coreografica ben integrata, mentre Jordi Bernàcer affronta la partitura con partecipazione, autorevolezza e sensibilità.
Il cast si distingue per la qualità delle singole prove: dal Figaro raffinato di Vito Priante alla Susanna brillante di Daniela Cappiello, dalla nobiltà espressiva della Contessa di Carmela Remigio alla presenza incisiva del Conte di Roberto de Candia, fino alle caratterizzazioni efficaci degli altri interpreti. Un insieme che trova nella varietà delle personalità e nella cura del fraseggio una delle sue risorse principali.
Rimane, tuttavia, una criticità che meriterebbe attenzione in eventuali riprese: la collocazione arretrata dei cantanti, particolarmente evidente nel primo atto, che non favorisce la proiezione vocale verso la platea. Una questione di disposizione scenica più che di potenza sonora, ma non per questo meno rilevante. In Mozart, dove la chiarezza della parola e la trasparenza degli intrecci vocali sono essenziali, la relazione fisica tra interpreti e pubblico costituisce una componente fondamentale dell’esperienza teatrale.

Al netto di questa riserva, Le nozze di Figaro al Carlo Felice si presenta come una produzione di buona qualità, sostenuta da un impianto visivo elegante, da una direzione musicale partecipe e da una compagnia capace di restituire la ricchezza umana e musicale del capolavoro mozartiano. Una giornata di follia che continua a parlare al presente, perché dietro gli intrighi amorosi, le gelosie e i travestimenti si nasconde una riflessione sempre attuale sul potere, sulla libertà e sulla complessità delle relazioni umane.
Annunziato Gentiluomo
















