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Un cast brillante per il Macbeth al Carlo Felice di Genova

Un cast brillante per il Macbeth al Carlo Felice di Genova

La rappresentazione di Macbeth di Verdi di domenica 24 maggio al Carlo Feslice di Genova ha potuto contare su un cast assolutamente all’altezza, capace di sostenere con autorevolezza una partitura che possiede in sé una forza drammatica e una “dinamo naturale” difficilmente neutralizzabile. Le pagine d’insieme, in particolare, risultano compatte, potenti, ben amalgamate, confermando la

La rappresentazione di Macbeth di Verdi di domenica 24 maggio al Carlo Feslice di Genova ha potuto contare su un cast assolutamente all’altezza, capace di sostenere con autorevolezza una partitura che possiede in sé una forza drammatica e una “dinamo naturale” difficilmente neutralizzabile. Le pagine d’insieme, in particolare, risultano compatte, potenti, ben amalgamate, confermando la solidità del lavoro musicale, e la compattezza della compagina corale del teatro genovese, istruita da Claudio Marino Moretti, che ha saputo rispondere in modo chiaro alla propria funzione, arricchendo e colorando con cura la recita.

Se la componente musicale convince, di cui parleremo in seguito, nel complesso, la messinscena lascia invece più di una perplessità. La regia di Fabio Ceresa appare non sempre coerente, spesso sovraccarica di segni e simboli che finiscono per risultare ridondanti e confusivi. Emblematico il drappo rosso, che di volta in volta vorrebbe rappresentare la strategia diabolica, il sangue, il destino ineluttabile: un simbolo reiterato fino all’eccesso, la cui funzione diventa ambigua, soprattutto quando viene improvvisamente gettato dallo spirito di Banco senza che se ne comprenda il senso drammaturgico. Allo stesso modo, la scena dell’attentato a Banco risulta poco chiara: il dialogo col figlio collocato a distanza, la simulazione dei pugnali mentre il personaggio esprime il proprio terrore sembrano voler visualizzare i suoi pensieri interiori, ma l’intento registico non emerge con sufficiente chiarezza.

Discutibili anche alcune scelte più marcatamente simboliche o coreografiche. In primis, la coreografia iniziale delle tre streghe, firmata da Mattia Agatiello, poco incisiva; la morte di Duncan, che dopo essersi spogliato si lascia cadere evocando immagini estranee all’opera, tra la morte di Floria Tosca e le movenze del Cristo risorto; e la presenza di uno spirito in scena che talvolta dovrebbe rappresentare Macbeth stesso, pur senza alcuna somiglianza o riconoscibilità.

Nel complesso, nella messinscena c’è semplicemente troppo: la gravidanza dello spettro, l’uso di una luce di fondo che mette costantemente in ombra il proscenio, la morte di Macbeth, avvenuta per una sorta di suicidio, poco leggibile, collocata in una sorta di confine simbolico che interagisce con le streghe – streghe che a un certo punto finiscono per ricordare più le zingarelle de La traviata che creature infernali. Anche i movimenti coreografici del coro non riescono a restituire quella spettralità perturbante che l’opera richiederebbe.

La lettura registica sembra infine indulgere in una chiave eccessivamente psicoanalitica, culminante nella discutibile introduzione di una divinità africana con cui Macbeth dialoga, elemento estraneo che appesantisce ulteriormente una costruzione già sovraccarica, e costellata da richiami all’utero nel gioco di luci dello sfondo.

Le scene di Tiziano Santi a volte costringono a movimenti scenici non fluidi, occupando spesso l’intero palcoscenico. Magnifici i costumi di Giuseppe Palella mentre molto discutibili le luci di Cristian Zucaro: troppo spesso i solisti sono in controluce e poco valorizzati.

Sul podio Sesto Quatrini guida l’Orchestra e il Coro del Teatro Carlo Felice con professionalità, ma non senza riserve: la direzione, in particolare nel primo atto, appare stanca, poco tesa, quasi riluttante a lasciarsi trascinare fino in fondo dalla tensione insita nella scrittura verdiana. La macchina musicale funziona, ma non sempre vibra.

Sul piano vocale e interpretativo emerge con forza la Lady Macbeth di Jennifer Rowley, autentico fulcro della serata. Il soprano statunitense affronta il ruolo con piena consapevolezza della sua natura anomala nel catalogo verdiano: una parte che rifiuta la bellezza “canonica” del suono per privilegiare incisività drammatica, controllo del colore e precisione dell’accento. La voce, naturalmente luminosa e ben proiettata, non perde mai consistenza nemmeno nei passaggi più estremi della tessitura, e si mantiene salda tanto nelle invettive declamate quanto nei momenti di maggiore cantabilità.

Il fraseggio è uno dei punti di forza della sua interpretazione: scolpito, intelligente, sempre funzionale al senso della parola. Nella scena del sonnambulismo, la Rowley evita ogni compiacimento virtuosistico, lavorando invece su una progressiva rarefazione del suono, su mezzevoci ben appoggiate e su una linea che resta sempre sotto controllo, restituendo una Lady Macbeth interiorizzata, corrosa dall’ossessione e non semplicemente isterica. L’autorità scenica, unita a una gestione vocale così consapevole, rende il personaggio completo, complesso e memorabile.

George Gagnidze offre un Macbeth di grande solidità teatrale. La sua è una presenza scenica naturale, sorretta da una lunga esperienza nel repertorio verdiano e verista, che gli consente di abitare il personaggio senza forzature. Vocalmente, il timbro è scuro, ben centrato, con un’emissione che privilegia la chiarezza dell’accento e la proiezione diretta. Il fraseggio è accurato e mai generico, e l’interprete dimostra una buona capacità di modulare la linea vocale nei momenti di maggiore introspezione, evitando l’eccesso declamatorio.

Se in alcuni passaggi la voce potrebbe osare una maggiore varietà di colori, soprattutto nei momenti di dubbio e tormento interiore, il risultato complessivo resta pienamente convincente: un Macbeth autorevole, coerente e vocalmente adeguato alle asperità della scrittura verdiana, che trova nella relazione con Lady Macbeth uno dei suoi punti di maggiore efficacia drammatica.

Di notevole rilievo anche il Banco di Abramo Rosalen, che impone il personaggio con una vocalità ampia, pastosa e omogenea su tutta l’estensione. La voce scende con naturalezza nei gravi senza mai perdere sostegno, mentre gli acuti risultano rotondi e ben appoggiati, qualità non sempre scontate in un ruolo che richiede nobiltà di canto e autorevolezza morale. Rosalen cura con attenzione la linea melodica, evitando ogni rigidità, e restituisce un Banco di forte impatto, tanto sul piano vocale quanto su quello scenico, dove dimostra energia e presenza.

Tra i ruoli di fianco, spicca senza riserve il Macduff di Vasyl Solodkyy, interprete capace di dare rilievo a un personaggio spesso sacrificato. La vocalità è luminosa, ben proiettata, sostenuta da un’emissione pulita e da un fraseggio chiaro, che trova il suo momento più alto nell’aria Ah, la paterna mano, risolta con sensibilità e slancio lirico, senza indulgere in effetti veristici estranei allo stile. La presenza scenica è naturale e convincente, contribuendo a rendere Macduff una figura realmente alternativa al potere oscuro di Macbeth.

Positiva anche la prova di Leonardo Cortellazzi nel ruolo di Malcolm: il tenore valorizza il personaggio con una linea vocale elegante, ben controllata, e una caratterizzazione chiara, evitando di renderlo una figura anonima. La vocalità, ben timbrata e correttamente proiettata, consente a Malcolm di emergere con dignità all’interno del tessuto drammatico.

Meno convincente, come già osservato, la Dama di Lady Macbeth di Kamelia Kader: la voce appare spesso ingolata, artificiosamente scurita, poco libera nell’emissione e penalizzata da una linea che fatica a distendersi. Il risultato è una resa vocalmente compressa, che non riesce a valorizzare appieno un ruolo breve ma significativo sul piano atmosferico.

Di buon livello gli interventi dei ruoli minori: Tiziano Tassi offre un Domestico di Macbeth dalla vocalità pastosa e ben sostenuta; efficaci i contributi di Luciano Leoni (Medico/Sicario), Bernardo Pellegrini (Araldo) e Loris Purpura (Prima Apparizione). Molto ben scandite e musicalmente precise le voci bianche di Lucilla Romano e Eliana Uscidda, Seconda e Terza Apparizione, che contribuiscono con chiarezza e intonazione alla riuscita delle scene più visionarie.

In conclusione, un Macbeth musicalmente solido, sostenuto da interpreti di valore e da una Lady Macbeth memorabile, ma penalizzato da una regia che, nel tentativo di dire tutto, finisce per dire troppo, offuscando la chiarezza drammatica di uno dei capolavori più cupi e implacabili di Verdi.
Annunziato Gentiluomo

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