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Un sublime “Oreste” conclude il festival Tra Mito e Storia

Un sublime “Oreste” conclude il festival Tra Mito e Storia

Il Festival del Teatro Classico Tra Mito e Storia continua a impressionare positivamente per la qualità, l’originalità e la varietà della programmazione proposta. Si può dire che quest’anno il tuffo nel mito, proposto dal festival, frutto della sinergia tra il GAL Terre Locridee, l’Associazione Cultura e Territorio, l’Accademia di Musica Lettere e Arti Senocrito, il MIC – Parco Archeologico

Il Festival del Teatro Classico Tra Mito e Storia continua a impressionare positivamente per la qualità, l’originalità e la varietà della programmazione proposta.

Si può dire che quest’anno il tuffo nel mito, proposto dal festival, frutto della sinergia tra il GAL Terre Locridee, l’Associazione Cultura e Territorio, l’Accademia di Musica Lettere e Arti Senocrito, il MIC – Parco Archeologico di Locri Epizefiri con il patrocinio del Comune di Portigliola e il contributo del Nuovo Imaie, è stato a dir poco olimpico.

Lo spettacolo Oreste di Euripide, sempre ospitato dal Teatro Greco Romano di Locri Epizefiri, è stato la ciliegina sulla torta, veramente un gran finale, dopo l’impattante Odisseo Superstar, capace di travolgere gli spettatori con la sua energia, l’intensa performance de Le interviste impossibili dedicate alla poetessa Saffo, lo straordinario Omaggio a Billie Holiday dell’Ada Montellanico Quartet e il brillante Volpone interpretato magistralmente da Edoardo Siravo e Francesca Bianco.

Delle quinte rosse funzionali, il cui colore rimanda al sangue versato durante la guerra di Troia a causa di Elena e al matricidio di Oreste, e un letto mobile in ferro da sala operatoria, per sottolineare l’infermità mentale del figlio di Agamennone, formano le scene essenziali e assolutamente asservite alla narrazione, scene che portano la firma di Katia Titolo. La tensione drammatica non ha mai inflessioni, è sempre tenuta alta. Il lavoro del regista Alessandro Machìa è stato manicheo nei movimenti scenici e negli ingressi, praticamente perfetti; nelle interazioni tra i personaggi in cui il corpo diventava ponte di significato; e nella caratterizzazione dei ruoli. La rilettura del testo di Euripide è stata attenta e precisa, con guizzi di originalità sempre pertinenti. Nella pièce, prodotta dall’Associazione Culturale Laros, la contemporaneità ha incontrato la classicità, permettendo a quest’ultima di emergere con tutta la sua intensità. Il dramma esistenziale di Oreste e la questione politica fanno da sfondo all’analisi particolareggiata sulla famiglia, sulla giustizia, sulla colpa e sui condizionamenti della religione sulla libertà individuale, temi sempre attuali. Nella rilettura, a tratti cruenta, di Machìa, cavalcando la vis provocatoria di Euripide, diventa labile il confine tra colpa e redenzione e si fa forte la funzione catartica.

La piéce ha contato su un immersivo e riempitivo il sound design di Giorgio Bertelli, sugli assolutamente pertinenti costumi di Annalisa Di Piero che rendono omaggio alla miscela di antico e moderno, e sulle luci di Giuseppe Filipponio che danno profondità alla scena, nutrendo la vis patetica del testo teatrale.

Un bel cast ha retto tale tensione scenica sublime e strepitosi sono parsi Marco Imparato e Alessandra Fallucchi rispettivamente Oreste ed Elettra.

Imparato ha rasentato la perfezione nel rendere la complessità di Oreste, frutto degli istinti di vendetta, della reinterpretazione dell’omicidio della madre Clitennestra, del desiderio di vivere e non far ricadere le sue colpe sulla sorella Elettra nei confronti della quale ha un amore che rasenta il patologico, e del suo voler liberarsi dal giogo dei capricci degli dei e di Apollo in primis. Una padronanza dello strumento vocale e soprattutto un’espressività corporea spaventosi che arrivano dritti allo spettatore che rimane ipnotizzato dal suo incedere.

Alessandra Fallucchi ha reso i tanti volti di Elettra con notevole intensità drammatica e una presenza scenica impressionante. Ha saputo essere sorella, complice, amica, figlia e stratega con una liricità disarmante. L’espressività del volto, la modulazione della voce e la propensione all’interazione con l’altro sono state leve che hanno permesso naturalmente all’attrice di onorare il ruolo e ottenere il plauso spontaneo del pubblico.

Giulio Forges Davanzati è stato un Pilade dinamico, vitale, scenicamente efficace. Ha affiancato i due fratelli con energia e determinazione, mostrando destrezza, agilità e prestanza fisica notevoli. Magnifica la sua mimica facciale ed eccellente il suo controllo della parola.

Claudio Mazzenga ha vestito con opportuna compostezza i panni di Menelao. Chiara e profonda la sua emissione di voce, ben pausato il suo dire ed efficace in termini di presenza scenica. Quindi anche lui convince nel rendere un personaggio che certo non spicca per valore e coraggio.

Pino Quartullo ha interpretato con cura tanto il rigore di Tindaro, nonno materno di Oreste che condanna per il matricidio, quanto il vezzoso Apollo, che dopo aver spinto il figlio di Agamennone a compiere il crimine per vendicare il padre, interviene come deus ex machina per imporgli una fragile riconciliazione e un matrimonio forzato con Ermione. Tale scelta registica ha creato un potente cortocircuito visivo e simbolico, evidenziando come l’autorità terrena e quella divina siano due volti della stessa medaglia, e come la libero arbitrio sia veramente marginale.

Silvia Degrandi ha vestito i panni di Elena in modo un po’ ingessato. Nonostante il ruolo non fosse ben valorizzato dal testo, avremmo desiderato un dinamismo maggiore.

Molto convincente e sempre nella parte Alessandro Giorgi nei panni di Friglio e di un Cittadino. Calato nelle sue parti si è allineato efficacemente al dramma che si stava consumando, dimostrando padronanza ed espressività.

Alessia Ferrero ha ben interpretato il ruolo di Ermione e della Cittadina. Nonostante delle leggere ingenuità, dovute alla giovanissima età, ha dato il suo contributo alla riuscita dello spettacolo

Valeria Cimaglia ha vestito i panni di Corifea con accuratezza e con controllo. Importante la sua presenza scenica che non è mai ecceduta in forzature impertinenti. Ottimo l’utilizzo della declamazione e buona la sua espressività.

Stefania Bassino ha ben rappresentato il Coro con altre colleghe che l’accompagnavano. La sua performance è stata regolare.

In sintesi uno spettacolo crudo e spietato, ben interpretato e reso col giusto ritmo. Un magnifico unicum irripetibile in quanto parte della pièce è stata vissuta dagli attori senza luci e amplificazioni, a causa di un abbassamento di tensione che non si è potuto risolvere. Si è goduto, quindi, di una tragedia greca a tutti gli effetti al centro del quale la parola e il testo, quindi un’esperienza teatrale intensa e coinvolgente di cui Euripide si sarebbe sicuramente compiaciuto.

Annunziato Gentiluomo

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