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Nothing is, but what is not?: la Mostra di Venezia tra fantasmi, sogni e realtà.

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Venezia, 03/09/2014. Il mondo del cinema internazionale alberga ancora qui: attori, registi, produttori, esercenti, troupe televisive, editorialisti si precipitano da ogni dove, dall’America hollywoodiana al Giappone. Destinazione è la culla del primo cinema, del grande cinema: Venezia, l’Italia, l’Europa del “cinema d’autore”. E così, tra uno spritz e un altro, i cinefili hanno modo di vivere il loro sogno, di respirare l’aria soffocante della mostra, di esibire all’ingresso un semplice badge e varcare la soglia della realtà, di giocare la loro partita con la vita: entrare in un mondo platonico, nella grande caverna; accettare l’inganno, professare la fede dell’arte (la…

Venezia, 03/09/2014. Il mondo del cinema internazionale alberga ancora qui: attori, registi, produttori, esercenti, troupe televisive, editorialisti si precipitano da ogni dove, dall’America hollywoodiana al Giappone. Destinazione è la culla del primo cinema, del grande cinema: Venezia, l’Italia, l’Europa del “cinema d’autore”. E così, tra uno spritz e un altro, i cinefili hanno modo di vivere il loro sogno, di respirare l’aria soffocante della mostra, di esibire all’ingresso un semplice badge e varcare la soglia della realtà, di giocare la loro partita con la vita: entrare in un mondo platonico, nella grande caverna; accettare l’inganno, professare la fede dell’arte (la willing sospension of disbelief); nondimeno persuadersi che le ombre sul “grande schermo” della caverna, proprio come le scene di una pellicola, lungi da ogni idea metafisico, sono reali. Eccome se lo sono. E non importa quanto di irreale e magico le avvolga. E’ vero: l’arte, il cinema in particolare, è un sogno, e il più bello di tutti; non per questo però dovrebbe non appartenerci, non essere reale, non essere umano. Dopotutto, Qualcuno disse che siamo fatti “della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”. Beh, una cosa è certa: Venezia lo è.

Gli ultimi a sbarcare al Lido Santa Maria non sono tra i piu sconosciuti. In occasione della presentazione della versione director’s cut dei due volumi di “Nymphomaniac” (di L. Von Trier), il pubblico del red carpet ha accolto a suon di urla e applausi Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård e Uma Thurman; ma il mese di settembre ha anche associato al rosso del carpet, sempre più internazionale, il verde e il bianco della bandiera italiana. A sfilare sul tappeto “verde, bianco, rosso”, allora, sono Mario Martone ed Elio Germano, rispettivamente regista e attore protagonista del secondo film italiano in concorso (dopo “Anime Nere” di Munzi), “il giovane favoloso”: appassionante e appassionato racconto della vita di uno dei più grandi poeti di sempre, padre del pensiero novecentesco, il “filosofo” di Recanati, Giacomo Leopardi. Il film, nuovo capolavoro del cinema storico martoriano, è umile, sincero, coraggioso. E’ coraggioso nella scelta della forma narrativa, che alla semplice recitazione accosta l’esecuzione teatrale di lettere e brani poetici dello scrittore. E’ coraggioso nel fidarsi ciecamente di Germano, nell’affidargli tutto il film, che – come il regista stesso racconta – “non sarebbe stato scritto se non avesse avuto Elio per la parte”. Insomma, un film coraggioso, ribelle. E ribelle come lui, come Giacomo: un Leopardi rappresentato in tutta la sua complessità, come l’umile poeta de “La ginestra” (la cui recitazione chiude il film). Un Pasolini del diciannovesimo secolo (a Pasolini peraltro è dedicato il film in concorso di Abel Ferrara) che, conscio più di tutti del male di vivere, del “tutto soffre”, dell’ansia dell’”infinito”, decide di abbracciare il prossimo, di stringer con lui “social catena”. Insomma, in una parola, il poeta che si ribella, l’uomo che si fa titano, perché nobil natura è quella ch’a sollevar s’ardisce (La ginestra).

Subito dopo però, il programma del festival da ribelle e favoloso si fa “terroristico” e disturbante. La visione del film di Martone, infatti, è seguita non solo dal già citato “Nymphomaniac”. Il palinsesto della sala prevede inoltre la proiezione, alle ore 22.30, del nuovo lavoro del giapponese Shinya Tsukamoto “Nobi (Fires on the Plain)”, da lui diretto e interpretato. Il film, tanto atteso dalla critica, è il disturbante viaggio di un soldato giapponese in un isola del Pacifico assediata dal fuoco degli alleati (siamo alla fine del secondo conflitto mondiale). Un’esperienza visionaria e sconcertante- a tratti splatter- che, attraverso il sapiente utilizzo di macchina da presa ed effetti speciali, denuncia le assurdità della guerra: labirinto di orrori, violenze, fame, morte, che porta l’uomo lontano da sé, lontano dalla civiltà, spingerndolo verso l’animalità, la bestialità, il culto della carne; in breve, al cannibalismo.

Il resto, beninteso, non è tutto rose e fiori. Una visione altrettanto desolata del universo umano traspare da altri due film in concorso, svedese il primo, turco il secondo. “En duva satt pà en gren och funderade pà tilivaron (A pigeon sat on a branch reflecting on existence) di R. Andersson è una commedia noir, una black comedy che, legittimo erede del “Teatro dell’assurdo”, figlia di Ionesco, Beckett, Pirandello, è la silente galleria di 39 quadri umani (il film è girato esclusivamente in piani-sequenza): ritratti paradossali di un’umanità desolata e angosciata, divorata dall’assurdità di un’esistenza che non è altro se non noia, indifferenza, morte. La fiera dell’assurdo.

Impegnato e dagli spunti altrettanto rilevanti è poi il film che segue, quello del turco Kaan Mujdeci, “Sivas”,: la storia di un bambino e del suo cane “da battaglia” Sivas che vuole essere non solo un’istantanea del terzo mondo turco, ma una pesante opera di critica e denuncia contro l’aberrante pratica alla pratica della lotta animale e al traffico ad essa connessa. Più semplice è invece la trama di “Le dernier coup de marteau” (L’ultimo colpo di martello) di A. Delaporte, ennesimo film francese in concorso (in totale, tra le varie categorie, se ne contano 19!): l’appassionante e umile storia di un tredicenne timido e taciturno, il cui intero universo, rappresentato unicamente da una madre malata e da un pallone, è turbato dal desiderio di conoscere il padre, un direttore d’orchestra che, di passaggio in città, gli farà conoscere la musica di Mahler e il suo “ultimo colpo”. Scoperte, queste, che cambieranno – e non poco – la sua vita.

Tra illusione, terrore e musica allora, la Mostra tocca il suo punto più alto. Di qui in poi sarà guerra, lotta, anzi scontro di pugilato tra film che, ognuno così diverso dall’altro, ognuno una piccola isola, rappresentano però “pezzi del continente” (No man i san Island – J. Donne).

Uno scontro che probabilmente si risolverà ai punti, tra applausi e polemiche. Ma uno scontro che, fino alla fine, fino a quando riuscirà a coinvolgerci, a ispirarci, ad appassionarci, non comporterà veri sconfitti. Non lo farà, questo è certo. Ed è cosi non solo perché è il racconto della realtà, compito cui peraltro oggi meglio assolvono web e televisione.

Ecco, quale compito rimane oggi al cinema? – ci chiediamo. La risposta è: quello di rievocare fantasmi. Un cinema shakespeariano, insomma. Il cinema di Macbeth

Giuseppe Parasporo

[Fonte immagine: Giuseppe Parasporo ph]

 

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