Al Teatro Regio di Torino ieri sera abbiamo goduto de Il ratto dal serraglio, tra i capolavori più vivaci, raffinati e sorprendenti di Wolfgang Amadeus Mozart. Michel Fau ambienta l’opera in un Oriente sontuoso e teatrale, sospeso fra leggerezza e malinconia, fra colore e paradosso con le sgargianti scenografie di Antoine Fontaine, che si montano e si smontano in modo leggiadro,
Al Teatro Regio di Torino ieri sera abbiamo goduto de Il ratto dal serraglio, tra i capolavori più vivaci, raffinati e sorprendenti di Wolfgang Amadeus Mozart.
Michel Fau ambienta l’opera in un Oriente sontuoso e teatrale, sospeso fra leggerezza e malinconia, fra colore e paradosso con le sgargianti scenografie di Antoine Fontaine, che si montano e si smontano in modo leggiadro, risaltano i volumi e soprattutto la profondità, con i costumi vivacissimi di David Belogou e luci pennellate ad arte da Joël Fabing, ispirate proprio al chiarore caldo delle lampade a olio del Settecento.
Fau cura nei particolari le interazioni fra i solisti, anche quando sono verticalizzate e non orizzontali; presta molta attenzione alla psicologia dei personaggi e riesce a far emergere da tutti il meglio della propria verve attoriale, curandone anche la declamazione, in particolare evidenziandone la vis comica. Riempitivo e da sfondo il ruolo del coro che offre altro colore al già “tinteggiato” allestimento. Visivamente arriva immediatamente il messaggio dell’opera, il suo essere inno alla ragione e alla tolleranza, il suo voler valorizzare la diversità come leva del dialogo cultura e il suo, infine, divenire canto all’amore che trionfa sul pregiudizio e sugli stereotipi di genere e culturali.

Il grande protagonista della serata però è Gianluca Capuano che guida con maestria e grande partecipazione i professori dell’Orchestra del Teatro Regio di Torino che rispondono con garbo e precisione alla sua bacchetta. Raffinata la scelta dei colori, in particolari i chiaro-scuri, e sicuramente precisa la gestione del rapporto fra buca e palco. Il nocchiere è riuscito a far arrivare pienamente tutta la comicità, il sentimento e il virtuosismo musicale presente nell’opera, innalzando il perfetto equilibrio tra leggerezza e profondità. In sintesi una concertazione eccelsa.
Anche il Coro del Regio, istruito dal maestro Ulisse Trabacchin, si conferma assolutamente all’altezza: compatto, coeso e sempre pertinente, nella sua veste di popolo glorificante il Pascià.

Il cast vocalmente non ha sempre spiccato, dimostrandosi l’anello debole dell’allestimento. Tra tutti spicca Leonor Bonilla che veste i panni della servitrice devota con fare quasi da soubrette. Voce vellutata, piena anche nei momenti attoriali, ben proiettata e assai versatile. Si muove con agilità nel registro acuto di Durch Zärtlichkeit und Schmeicheln ed è naturale e vivace nel Welche Wonne, welche Lust.
Valido, divertente e ben caratterizzato il Pedrillo di Manuel Günther: il baritono dà colore al suo personaggio, evidenziandone la leggerezza, la spinta ideale e la vis pavida. Vocalmente raggiunge il suo miglior estro in Vivat Bacchus! Bacchus lebe! in cui riesce ad avere la meglio su Osmin che minaccia più volte di eliminarlo.
Quest’ultimo è reso attorialmente molto bene da Wilhelm Schwinghammer che, nonostante una naturale comicità che lo rende delizioso e lo fa ben volere dal pubblico, non ha quella robusta profondità nel registro grave richiesta dalla partitura. Buoni sono i suoi centri, ma non sempre sostenute le note più gravi, come risulta evidente nell’aria O, Wie will ich triumphieren.


Tanto la prova di Alasdair Kent nei panni di Belmonte quanto quella di Olga Pudova in Konstanze risultano deficitarie. Il primo, dopo un inizio farraginoso in Hier soll ich dich denn sehen, manca sovente di appoggio e proiezione. Nonostante canti con un certo stile, questo non rende omaggio ai virtuosismi richiesti dalla partitura mozartiana: il suo stentato vibrato e il suo cantare a volte ingolato sono deterrenti importanti alla reale manifestazione emissiva del suo ruolo.
Il soprano, invece, ha una voce piccola, i cui limiti sono evidenti nella parte declamatoria che, a stento, supera la buca. Porta a casa le sue arie, ma senza lasciare un segno, senza quello smalto richiesto e senza i grandi voli pindarici del virtuosismo del suo personaggio che risulta privo di energia e vitalità, in particolare nell’impervia Martern aller Arten.


Infine si segnala l’eccellente performance attoriale di Sebastian Wendelin nei panni dell’affascinante Selim che arriva anche a volare su un tappeto alla fine del terzo atto, puntando verso il Cielo; ed è doveroso evidenziare quattro valenti coristi del Regio, Eugenia Braynova, Roberta Garelli, Leopoldo Lo Sciuto e Lorenzo Battagion che offrono un contributo notevole a tutti i livelli.
Nel complesso un bell’allestimento, debole vocalmente, che riesce a ricordarci quanto sia importante Essere umani e buoni e perdonare senza egoismo.

L’opera è in scena ancora fino al 16 novembre anche se sabato 15 novembre il cast prevede Sofia Fomina, Anthony Leon, Eleonora Bellocci, Denzil Delaere e Dmitry Ivaschenko.
Annunziato Gentiluomo












