Investigheremo, in questo breve articoli temi importanti, quali vocazione, identità, celibato, solitudine, comunicazione digitale e fragilità emotive: dentro la figura pubblica del sacerdote, infatti, esiste una persona con bisogni affettivi, psicologici e relazionali che non possono essere ignorati. Senza nessuna pretesa di esaustività desideriamo porre in essere delle questioni, far riflettere su alcune modalità e
Investigheremo, in questo breve articoli temi importanti, quali vocazione, identità, celibato, solitudine, comunicazione digitale e fragilità emotive: dentro la figura pubblica del sacerdote, infatti, esiste una persona con bisogni affettivi, psicologici e relazionali che non possono essere ignorati. Senza nessuna pretesa di esaustività desideriamo porre in essere delle questioni, far riflettere su alcune modalità e scelte, senza cadendo mai in giudizi sulla persona.
Il sacerdote contemporaneo vive dentro una condizione apparentemente paradossale. Da una parte è chiamato a rappresentare una dimensione spirituale, a essere punto di riferimento per una comunità, ascoltatore delle fragilità altrui, guida nei momenti di crisi e presenza nei passaggi fondamentali dell’esistenza. Dall’altra rimane una persona con una propria storia, una propria sensibilità, bisogni affettivi, desideri, paure, limiti e vulnerabilità. È proprio nell’incontro tra vocazione religiosa, esigenze del ministero, norme istituzionali e dimensione umana che si colloca una delle questioni più interessanti e meno esplorate del sacerdozio contemporaneo: la psicologia del sacerdote.
Il tema non riguarda soltanto il celibato. Riguarda il modo in cui un individuo costruisce la propria identità all’interno di un ruolo molto esigente; la possibilità di coltivare relazioni autentiche; il rapporto con la solitudine; la gestione dello stress; la sessualità e l’affettività; la richiesta di aiuto psicologico; il rapporto con l’istituzione e, oggi, anche la crescente esposizione pubblica attraverso televisione e social network.
Il sacerdote, dunque, non è soltanto colui che offre risposte agli altri. È anche qualcuno che, talvolta, deve imparare a dare un nome alle proprie domande.
Rispetto al tema della salute mentale, la letteratura psicologica e clinica mostra che i sacerdoti cattolici non sono immuni dallo stress psicologico, dal burnout, dalla depressione o dalle difficoltà emotive. Una scoping review dedicata allo stress occupazionale nei sacerdoti cattolici individua tra i principali fattori di rischio il sovraccarico lavorativo, la carenza di supporto sociale, le pressioni istituzionali e alcuni stili di coping poco adattativi. Al contrario, ottimismo, supporto sociale, capacità di risoluzione dei conflitti e attività fisica emergono come possibili fattori protettivi.
La vita sacerdotale, infatti, può comportare ritmi intensi e una disponibilità pressoché continua. Celebrazioni, incontri, attività pastorali, amministrazione, visite, emergenze, accompagnamento spirituale e responsabilità comunitarie possono rendere difficile distinguere il tempo del ministero da quello della vita personale. Il rischio è che la persona finisca per identificarsi completamente col proprio ruolo.
Una ricerca condotta su sacerdoti italiani ha evidenziato, al contrario, l’importanza di alcune risorse interiori. Intelligenza emotiva, senso dello scopo nella vita e fede religiosa risultano associati a maggiore soddisfazione ministeriale e minore esaurimento emotivo. La resilienza, dunque, non dipende soltanto dalle condizioni esterne, ma anche dalla capacità di riconoscere e gestire le proprie emozioni e di attribuire un significato alla propria esperienza.
Uno studio qualitativo su sacerdoti statunitensi ha inoltre mostrato come la relazione personale con Dio possa rappresentare una significativa risorsa di benessere psicologico. Ma la stessa ricerca mette in luce l’ambivalenza con cui possono essere vissute le promesse di celibato e obbedienza: per alcuni costituiscono fonti di appagamento e senso, mentre per altri possono accompagnarsi a conflitti interiori, solitudine e sofferenza.
Un recente lavoro integrativo pubblicato nel 2025 ha individuato, tra le problematiche di salute mentale riscontrabili nel clero, esaurimento psicologico, depressione, ansia e quella che viene descritta come “secchezza spirituale”, segnalando tra i possibili fattori di rischio anche conflitti legati all’orientamento sessuale, carico di lavoro e mancanza di supporto sociale.
Il quadro che emerge è quindi complesso: il sacerdote non è necessariamente più fragile di altri professionisti dell’aiuto, ma affronta una combinazione specifica di responsabilità, aspettative e vincoli che può produrre forme particolari di stress.
Il celibato sacerdotale rappresenta uno dei nodi centrali di questa riflessione.
Per la Chiesa cattolica latina il celibato è legato alla scelta di una dedizione esclusiva al ministero e comporta l’astinenza sessuale. Sul piano psicologico, tuttavia, il significato di questa scelta non può essere ridotto a una semplice rinuncia.
Il celibato può essere vissuto come una scelta profondamente libera e significativa, capace di offrire senso alla propria esistenza e di favorire una particolare disponibilità al servizio. Ma può anche diventare, per alcuni, uno spazio nel quale emergono tensioni affettive, bisogni relazionali e interrogativi sull’identità personale.
La letteratura sull’esperienza del celibato mostra proprio questa ambivalenza. Alcuni sacerdoti descrivono il celibato come parte integrante della propria vocazione; altri ne evidenziano il peso sul piano emotivo e relazionale.
Una ricerca condotta su sacerdoti tedeschi ha rilevato che, sebbene molti considerino il celibato utile per il ministero, una larga proporzione lo percepisce anche come un fardello e dichiara che, potendo scegliere nuovamente, non lo sceglierebbe.
Questo dato non significa che il celibato sia necessariamente causa di disagio psicologico. Significa piuttosto che la stessa condizione può assumere significati psicologici profondamente diversi a seconda della persona, della sua storia, della maturità affettiva e della qualità delle sue relazioni.
La domanda centrale diventa allora non soltanto se il sacerdote sappia rinunciare all’intimità sessuale, ma se disponga di strumenti adeguati per comprendere e integrare la propria dimensione affettiva. Si ricorda che per i diocesani è una promessa di celibato e non un voto come richiesto ai religiosi.
Uno degli equivoci più pericolosi consiste nel confondere la scelta celibataria con l’assenza di bisogni affettivi. Il sacerdote può non avere una relazione di coppia e, contemporaneamente, avere un forte bisogno di amicizia, vicinanza, ascolto, appartenenza e intimità emotiva. L’isolamento affettivo nasce proprio quando queste esigenze vengono trascurate o quando il sacerdote non trova contesti nei quali poter esprimere liberamente le proprie difficoltà senza sentirsi giudicato.
Le reti di relazione diventano quindi fondamentali: colleghi, amici, familiari, comunità, figure di riferimento spirituale e, quando necessario, professionisti della salute mentale. La qualità delle relazioni può fare la differenza tra una solitudine scelta e una solitudine subita.
Anche la letteratura sulla sessualità sacerdotale, pur essendo relativamente limitata, mostra che il tema dell’intimità rimane presente. Alcuni sacerdoti riferiscono esperienze sessuali precedenti o successive all’ordinazione, sia eterosessuali sia omosessuali, oltre a esperienze di masturbazione e altre dinamiche legate alla propria vita affettiva.
Parlare di questi aspetti non significa patologizzarli né ridurre il sacerdote alla sua sessualità. Significa riconoscere che la sessualità fa parte della persona e che una formazione sacerdotale capace di affrontarla in maniera matura può rappresentare uno strumento di prevenzione e di benessere.
Le cosiddette trasgressioni relazionali, comprese le relazioni sessuali durante il ministero, devono essere affrontate con attenzione e senza generalizzazioni.
La letteratura le considera soprattutto dal punto di vista della salute sessuale e del benessere emotivo, non come una patologia in sé.
Lo studio di McDevitt sulla salute sessuale e sull’intimità dei sacerdoti cattolici sottolinea proprio la necessità di una preparazione adeguata già durante il percorso verso il sacerdozio, affinché gli aspetti dell’affettività e della sessualità possano essere conosciuti, elaborati e integrati in maniera sana.
Alcune ricerche hanno inoltre evidenziato possibili collegamenti tra stress occupazionale e comportamenti sessuali problematici nei leader religiosi. Tuttavia, la maggior parte degli studi disponibili è stata condotta in contesti specifici e non consente di costruire un quadro epidemiologico generale.
La questione, pertanto, non dovrebbe essere affrontata attraverso la contrapposizione tra “sacerdoti virtuosi” e “sacerdoti trasgressivi”, ma attraverso una domanda più profonda: quanto spazio viene concesso alla persona per riconoscere i propri bisogni prima che essi si trasformino in conflitto, segretezza o comportamento problematico?
La vicenda di Krzysztof Charamsa – che fece il suo coming out nell’ottobre del 2016 e presentò al mondo il suo compagno, Eduard Planas, atti che gli costarono la sospensione da tutti gli esercizi ecclesiastici affidatigli, dalla docenza alla Pontificia Università Gregoriana alla sua appartenenza alla Congregazione per la Dottrina della Fede – introduce così un tema più ampio, che riguarda non soltanto il rapporto tra identità personale, vocazione sacerdotale e istituzione ecclesiastica, ma anche il modo in cui oggi la figura del sacerdote entra nello spazio pubblico. Una dimensione resa ancora più evidente dalla diffusione dei social network, dove confessioni personali, prese di posizione, immagini e momenti della vita quotidiana possono raggiungere in pochi istanti un pubblico vastissimo, modificando profondamente il modo in cui un sacerdote viene percepito e raccontato. È proprio su questo nuovo terreno di confronto, sospeso tra vita privata, ruolo ecclesiale e comunicazione pubblica, che si apre il capitolo dei social.
A modificare ulteriormente la figura sacerdotale è arrivata, infatti, la rivoluzione digitale. Un tempo il sacerdote era prevalentemente una presenza della comunità locale. Oggi può diventare una figura pubblica nazionale, raggiungere migliaia o milioni di persone, dialogare quotidianamente attraverso Instagram, YouTube, TikTok, podcast e televisione. È nato così il sacerdote-comunicatore, e in alcuni casi il sacerdote-influencer.
Un esempio emblematico è Alberto Ravagnani, ex sacerdote dell’Arcidiocesi di Milano diventato particolarmente noto attraverso YouTube, Instagram e altri social network. La sua attività di evangelizzazione digitale, inizialmente rivolta soprattutto ai giovani dell’oratorio, lo ha trasformato in una delle figure più riconoscibili del cattolicesimo italiano online, fino alla partecipazione a programmi e podcast di grande popolarità. Nonostante le sue modalità comunicative, ai miei occhi, a tratti aggressive e la deriva salutista, non centrata sul messaggio evangelico, ne ho apprezzato il coraggio e la coerenza che nelle sue condizioni altri non si sarebbero permessi. Sarei proprio curioso di leggere La scelta anche se presto lo vedremo a Ballando con le stelle di Milly Carlucci. In questo modo riuscirà a completare i suoi desiderata rispetto al processo di ri-appropriamento del corpo: è attualmente in Thailandia per apprendere l’arte del combattimento e poi su Rai 1 imparerà a danzare.
Un’altra figura è don Davide Banzato, impegnato nella comunicazione televisiva e sociale, conduttore de I viaggi del cuore e protagonista di numerose iniziative televisive, radiofoniche ed editoriali. Attraverso il suo lavoro cerca di avvicinare il pubblico a temi legati alla spiritualità, alla solidarietà e all’impegno sociale, utilizzando un linguaggio semplice e diretto. La sua attività gli ha permesso di incontrare persone e realtà molto diverse, raccontando storie di fede, di speranza e di aiuto verso gli altri. La comunicazione diventa così per lui uno strumento per sensibilizzare, informare e promuovere una maggiore attenzione verso chi vive situazioni di difficoltà.
Fa capolino anche don Roberto Fiscer, un sacerdote genovese che ha saputo usare TikTok e Instagram non semplicemente per “fare il tiktoker”, ma come strumento di evangelizzazione, parlando soprattutto ai giovani con un linguaggio diretto, ironico e molto pop. Nel maggio 2026 ha lasciato l’incarico di parroco per dedicarsi a tempo pieno a un servizio diocesano di comunicazione ed evangelizzazione attraverso i social e i nuovi media.
Non si può omettere nella lista don Giovanni Zampaglione, un sacerdote social d’eccellenza: una presenza quotidiana, soprattutto su Facebook e Instagram, dove alterna riflessioni sulla fede e sulla vita, messaggi di speranza e incoraggiamento a video più scherzosi, con l’intento dichiarato di far sorridere e alleggerire chi lo segue. Una comunicazione diretta e popolare, che gli ha permesso di costruire una comunità virtuale vastissima, arrivando a superare i 200 mila follower.
Si può inoltre ricordare don Cosimo Schena, attivo su Instagram, Facebook, YouTube, TikTok e X, con una comunicazione che combina riflessioni spirituali, linguaggio motivazionale e vita quotidiana. Ci sorprende la sua velocità di pubblicare testi e il fatto che si proponga come psico-terapeuta a pagamento. Inoltre è appena uscita la sua app Custodi della Luce. Dove trova tutto questo tempo? Già la formazione – laurea in Psicologia Clinica e Scuola di Psicoterapia – gli avranno richiesto ore di studio, viaggi, confronti. Con una parrocchia da seguire e di conseguenza con i tanti bisogni dei parrocchiani, il tempo vola via. E se alla moltitudine mediatica corrispondesse una chiesa vuota che latita? Sicuramente sono interrogativi legittimi.
Altre due figure vanno citate: don Rocco Malatacca, che sui social si propone in versione ginnica e aitante, tra fisico scolpito e immagine disinvolta; e don Giuseppe Fusari, intellettuale, storico dell’arte e bodybuilder, battezzato anche scrittore di gialli con l’avvincente I morti non mi sono mai piaciuti, appena uscito per Neri Pozza.
Queste esperienze dimostrano che il sacerdote può oggi abitare contemporaneamente la parrocchia, la televisione e il mondo digitale. Il prete sembra ormai uscire dalla canonica per diventare, a seconda dei casi, personaggio, comunicatore, influencer o persino autore. È un segno dei tempi: anche il sacerdozio, volente o nolente, si confronta con quella piazza virtuale nella quale identità, corpo, cultura e fede finiscono inevitabilmente per incontrarsi. La visibilità però porta con sé nuove responsabilità. Il sacerdote esposto sui social deve gestire commenti, critiche, aspettative, immagine pubblica e produzione costante di contenuti. Può nascere una sovrapposizione tra persona, ruolo sacerdotale e personaggio pubblico.
Non è possibile affermare che la notorietà produca necessariamente disagio psicologico. Può anzi diventare uno strumento straordinario di comunicazione e di evangelizzazione: reputo sia importante far emergere l’impegno pastorale di molti, le loro attività socialmente utili capaci di dare lavoro a chi ne ha bisogno, e le raccolta-fondi (crowdfunding) per parrocchiani in difficoltà o per la costruzioni di foresterie per senza-tetto o immigrati o richiedenti asilo politico. Non c’è nulla di ego-riferito in questo, anzi c’è la volontà eventualmente di stimolare un confronto o condividere buone pratiche replicabili, in caso.
La notorietà focalizzata sul prete e non sul suo operato, però, introduce una pressione nuova: essere continuamente presenti, riconoscibili e coerenti con l’immagine che il pubblico si è costruito. Oltretutto serve tempo per creare contenuti e probabilmente qualcuno di loro si è dotato di una regia e di un team di produzione.
Qualche interrogativo nasce spontaneo: Questi famosi pastori virtuali saranno altrettanto abili dal vivo? Le loro chiese saranno piene oppure si trincerano dietro un video per nascondere delle mancanze in termini di capacità evangelizzante? A quanto ne so per qualcuno dei citati la situazione live non è così fiorente come quella social.
Inoltre non si possono nascondere altre insidie insite nell’uso spasmodico dei social. Tra tutte il fenomeno del sex texting (o sexting), ovvero lo scambio di messaggi, foto o video a sfondo erotico, senza un contatto fisico diretto. Si tratta di un modo che attiva l’illusione di avere vicino qualcuno o di ricevere attenzioni, senza compromettersi fisicamente. Può sembrare una carezza all’ego, una sorta di compagnia effimera che compensa un bisogno di riconoscimento e di attenzione.
Ritornando alla questione Sacerdote/Influencer, il caso di Ravagnani è particolarmente interessante anche per un altro motivo. Come è ben noto, nel gennaio 2026 l’Arcidiocesi di Milano ha comunicato la sua sospensione dal ministero presbiterale e dalla responsabilità pastorale diocesana. Successivamente Ravagnani ha parlato pubblicamente della propria decisione di vivere la propria vocazione in una forma diversa, esprimendo una distanza rispetto ai canoni dell’istituzione. Il caso non deve essere utilizzato per dimostrare che la fama, i social network o la salute mentale provochino una crisi vocazionale. Una conclusione del genere sarebbe semplicistica e non supportata dai dati. È invece interessante perché rende visibile una questione più ampia: come si negozia la propria identità quando quella personale entra in tensione con un ruolo istituzionale fortemente definito?

Il sacerdote contemporaneo può trovarsi così al centro di una complessa trattativa tra ciò che è, ciò che sente di essere chiamato a diventare, ciò che l’istituzione gli chiede e ciò che la comunità si aspetta da lui.
Le storie dei sacerdoti che abbandonano il ministero non possono essere ricondotte a una sola spiegazione. Le motivazioni possono essere molteplici: crisi della vocazione, innamoramento, desiderio di una relazione affettiva stabile, difficoltà con il celibato, conflitti con l’istituzione, cambiamenti dell’identità personale, esaurimento, problemi di salute mentale o semplicemente la maturazione di una diversa scelta di vita. È importante non trasformare l’abbandono del sacerdozio in una diagnosi psicologica.
Un sacerdote che lascia il ministero non è necessariamente una persona “fallita”, così come un sacerdote che rimane non è necessariamente una persona priva di conflitti. La vita vocazionale, come ogni percorso umano, può attraversare trasformazioni, crisi e ridefinizioni. Il caso Ravagnani rende semplicemente evidente, in una persona particolarmente esposta mediaticamente, la tensione possibile tra identità individuale, ruolo istituzionale e vocazione religiosa.
Il tema più delicato però rimane quello del suicidio.
Casi di suicidio tra sacerdoti vengono occasionalmente riportati dalla cronaca, ma non esiste un registro epidemiologico nazionale sistematico che consenta di stabilire con precisione il tasso di suicidio tra il clero italiano. Questo limite conoscitivo è fondamentale. I casi individuali hanno un enorme valore umano, ma non possono essere trasformati in statistiche.
Tra i casi italiani documentati figura quello di don Matteo Balzano, sacerdote di 35 anni e parroco di Cannobio, nel Verbano-Cusio-Ossola, morto suicida nel luglio 2025. Il caso ha alimentato una riflessione pubblica sulla salute psicologica dei sacerdoti più giovani e sulla necessità di studiare maggiormente il possibile ruolo del burnout. Tuttavia, sulla base delle informazioni pubbliche disponibili, non è possibile stabilire una relazione causale tra il suicidio e una specifica condizione psicologica o pastorale.
Un altro caso riguarda un sacerdote di 54 anni della provincia di Livorno, morto suicida nel 2015. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, poco tempo prima era stato disposto un trasferimento in un’altra parrocchia, decisione che aveva provocato una forte reazione del sacerdote e dei fedeli. Anche in questo caso è essenziale distinguere tra circostanze riportate dalla cronaca e cause scientificamente dimostrate. Non è possibile affermare che il trasferimento abbia causato il suicidio.
Questi episodi hanno quindi un valore illustrativo e umano, non statistico. Mostrano che il suicidio può verificarsi anche all’interno del clero italiano, ma non permettono di stabilire quanto il fenomeno sia frequente né se il rischio sia superiore o inferiore rispetto alla popolazione generale.
Esiste tuttavia un importante dato storico. Uno studio epidemiologico statunitense di Samuel D. Kaplan, pubblicato nel 1988 su Preventive Medicine, seguì una coorte di 10.026 sacerdoti cattolici diocesani statunitensi, presenti nella popolazione sacerdotale al 1° gennaio 1949, monitorandone la mortalità fino al 1978, fino all’uscita dal sacerdozio o fino al decesso. Per il suicidio lo studio riportò uno Standardized Mortality Ratio (SMR) pari a 13. Questo significa che la mortalità per suicidio osservata nella coorte era pari a circa il 13% di quella attesa sulla base della popolazione di riferimento utilizzata dagli autori, quindi nettamente inferiore. Il dato, però, deve essere interpretato correttamente: non significa che il 13% dei sacerdoti si sia suicidato, né può essere utilizzato per descrivere il rischio dei sacerdoti contemporanei o quello del clero italiano. Si tratta di una coorte statunitense storica e l’SMR è un rapporto statistico tra mortalità osservata e attesa. Anche gli studi sulla popolazione generale invitano alla prudenza nel considerare la religiosità come protezione automatica.
Una ricerca longitudinale britannica su oltre 1,1 milioni di persone, nella quale furono registrati 1.119 suicidi, ha rilevato dopo gli aggiustamenti statistici rischi simili tra cattolici romani, protestanti e persone senza affiliazione religiosa.
Il dato complessivo è quindi chiaro: il suicidio tra i sacerdoti è un fenomeno reale, ma quantitativamente sottostudiato. Servirebbero studi contemporanei, longitudinali e comparabili, con dati disaggregati per età, Paese, stato di servizio, appartenenza diocesana o religiosa e variabili psicologiche e sociali.
Uno dei rischi maggiori, quando si parla di salute mentale del clero, è creare una contrapposizione tra dimensione spirituale e dimensione psicologica. Chiedere aiuto non significa mettere in discussione la fede e manifestare la propria fragilità o la propria vulnerabilità non è assolutamente giudicabile. Al contrario, un supporto psicologico professionale può integrarsi con la dimensione spirituale della vocazione, contribuendo a costruire un equilibrio più solido.
Le ricerche indicano diverse risorse protettive.
Le prime sono le relazioni di supporto con colleghi, amici e comunità religiose. Avere qualcuno con cui poter parlare senza dover interpretare continuamente il ruolo di guida può ridurre il senso di isolamento.
Fondamentali sono poi la consapevolezza emotiva e l’intelligenza emotiva, che permettono di riconoscere lo stress, comprendere i propri bisogni e affrontare i conflitti in maniera più adattativa.
Un altro elemento decisivo è l’accesso alla consulenza psicologica e la riduzione dello stigma nei confronti della richiesta di aiuto. Il sacerdote che chiede sostegno non sta necessariamente ammettendo una debolezza: sta riconoscendo una responsabilità verso se stesso e verso le persone che accompagna.
Infine, occorre recuperare un autentico equilibrio tra vita personale e impegni ministeriali. Riposo, attività fisica, tempo libero, amicizie, cura di sé e spazi non finalizzati al lavoro pastorale non sono privilegi incompatibili con la vocazione. Sono componenti fondamentali della salute psicofisica.


Forse il passaggio culturale più importante consiste nel superare l’immagine del sacerdote come persona chiamata a essere sempre disponibile, sempre forte, sempre pronta ad ascoltare e a offrire risposte: passare dal sacerdote ideale al sacerdote reale, potremmo dire in quanto dietro l’abito c’è una persona. Una persona che può sentirsi sola, innamorarsi, avere paura, attraversare una crisi, essere stanca, vivere un conflitto, avere bisogno di amicizia, chiedere aiuto, desiderare maggiore intimità o interrogarsi sul proprio futuro.
Riconoscere tutto questo non significa ridimensionare il valore della vocazione. Significa, al contrario, restituire umanità alla vocazione.
Il sacerdote del XXI secolo si trova infatti davanti a una trasformazione profonda. Non è più soltanto il parroco della comunità locale: può diventare comunicatore, educatore, personaggio televisivo, autore, influencer e punto di riferimento per migliaia di persone online. Ma più cresce la sua esposizione pubblica, più diventa importante che possa conservare uno spazio privato nel quale non debba essere necessariamente “il sacerdote”.
La vera sfida, allora, non è scegliere tra ministero e bisogni personali, tra fede e psicologia, tra vocazione e umanità. È trovare una forma di equilibrio nella quale queste dimensioni possano dialogare. Perché una vocazione autentica non dovrebbe richiedere alla persona di cancellare se stessa, ma dovrebbe aiutarla, piuttosto, a comprendere chi è, quali sono i suoi limiti, quali sono i suoi bisogni e come trasformare anche la propria fragilità in una possibilità di maggiore consapevolezza e servizio.
Il sacerdote oggi, tra altare e social network, tra comunità e solitudine, tra celibato e bisogno di relazione, è chiamato forse prima di tutto a una sfida antica e insieme modernissima: essere guida per gli altri senza smettere di prendersi cura della propria umanità. Tutti abbiamo bisogno di essere nutriti. Tutti siamo qui per stare bene. Tutti dobbiamo poter amare ed essere amati.
Annunziato Gentiluomo
Riferimenti bibliografici principali
- Isacco A., Sahker E., Krinock E., Sim W., Hamilton D. (2015). How Religious Beliefs and Practices Influence the Psychological Health of Catholic Priests. American Journal of Men’s Health.
- Ruiz-Prada M., Fernández-Salinero S., García-Ael C., et al. (2021). Occupational Stress and Catholic Priests: A Scoping Review of the Literature. Journal of Religion and Health.
- Francis L.J., Crea G. (2021). Psychological Predictors of Professional Burnout among Priests and Religious. Pastoral Psychology.
- Hoenkamp-Bisschops A.M. (1992). Catholic Priests and Their Experience of Celibacy. Journal of Religion and Health.
- Baumann K., Jacobs C., Frick E., Büssing A. (2017). Commitment to Celibacy in German Catholic Priests. Journal of Religion and Health.
- McDevitt P.J. (2012). Sexual and Intimacy Health of Roman Catholic Priests. Journal of Prevention & Intervention in the Community.
- Bocalona P.C., Rossatob L., Scorsolini-Comin F., Dal Sasso Mendes K. (2025). Mental illness in Catholic priests: evidence for research and mental health care. Mental Health, Religion & Culture.
- Isacco A., Sahker E., Hamilton D., et al. (2014). A qualitative study of mental health help-seeking among Catholic priests. Mental Health, Religion & Culture.
- Kaplan S.D. (1988). Retrospective cohort mortality study of Roman Catholic priests. Preventive Medicine, 17(3), 335–343.
Nota editoriale
I casi individuali citati nell’articolo hanno esclusivamente valore documentario e umano e non costituiscono un campione epidemiologico. In particolare, non è corretto dedurre da singoli suicidi una maggiore o minore incidenza del fenomeno nel clero, né attribuire a persone specifiche diagnosi o motivazioni psicologiche non documentate da fonti cliniche.
Allo stesso modo, la presenza sui social network, la notorietà pubblica o l’abbandono del ministero non devono essere interpretati automaticamente come indicatori di disagio psicologico. Sono fenomeni che possono, in alcuni casi, intrecciarsi con questioni di identità, appartenenza, vocazione e pressione istituzionale, ma richiedono sempre una lettura individuale e rispettosa della complessità delle biografie.






























