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Raffaele Tassone… un interessante baritenore calabrese

Raffaele Tassone… un interessante baritenore calabrese

Oggi i nostri riflettori sono puntati su Raffaele Tassone, tenore calabrese del 1990, precisamente a Soverato. Siamo riusciti a intervistarlo in un momento molto intenso per lui. Sta concludendo l’abilitazione a cattedra all’Università di Cremona… perché non si smette mai di studiare e perché tenersi aperte più porte è opportuno oggi. Vivrà un luglio abbastanza impegnato

Oggi i nostri riflettori sono puntati su Raffaele Tassone, tenore calabrese del 1990, precisamente a Soverato
Siamo riusciti a intervistarlo in un momento molto intenso per lui. Sta concludendo l’abilitazione a cattedra all’Università di Cremona… perché non si smette mai di studiare e perché tenersi aperte più porte è opportuno oggi. Vivrà un luglio abbastanza impegnato professionalmente che inizierà proprio stasera…
Vediamo cosa ci ha raccontato.

Maestro, parliamo del suo percorso artistico. Sappiamo che ha iniziato con la chitarra classica…. ma quando nasce la passione per il canto?
Dici bene! Il mio approccio alla musica è iniziato quando avevo dodici anni, con le prime lezioni di chitarra classica. Ripensandoci oggi, però, mi rendo conto che la musica era già entrata nella mia vita molto prima. Se qualcuno mi chiedeva cosa avrei voluto fare da grande, la risposta era sempre la stessa: «Il cantante». Era una convinzione istintiva, quella di un bambino che ancora non conosceva il teatro d’opera, non aveva scoperto il fascino della grande musica e si divertiva semplicemente a cantare il repertorio pop.

E poi la scelta di virare il percorso verso il canto…
E poi arrivò quella sera che cambiò tutto.
La mia prima opera fu “La traviata”
di Verdi. Ancora oggi ne ricordo ogni emozione. Non fu soltanto uno spettacolo: fu una rivelazione. Seduto in teatro, compresi che quella sarebbe diventata la mia strada. È difficile spiegare cosa accadde dentro di me, ma uscii da quella sala con una certezza che non mi avrebbe più abbandonato: volevo dedicare la mia vita al canto lirico.
Fu una scelta importante, perché significava anche cambiare il percorso che avevo immaginato fino a quel momento. Gli studi da geometra lasciarono spazio a una nuova direzione. Iniziai con una formazione privata e, successivamente, entrai al Conservatorio e al Politecnico Internazionale Scientia et Ars di Vibo Valentia. Da quel momento la musica non fu più soltanto una passione: diventò disciplina, studio quotidiano e ricerca continua.

Se dovesse parlare criticamente della sua voce, in termini di lama e colore, come la descriverebbe e a quali ruoli sarebbe attualmente più adatta?
La mia voce ha sempre avuto caratteristiche particolari. Non appartiene completamente né al mondo baritonale né a quello tenorile. Per questo la definizione che sento più vicina è quella di baritenore: una voce dai centri corposi che conserva una naturale facilità nel registro acuto. Ho iniziato affrontando ruoli da tenore lirico pieno e oggi il mio percorso mi sta conducendo verso il repertorio del tenore spinto, con lo sguardo rivolto, un giorno, al grande repertorio drammatico. Della mia voce sono sempre state apprezzate la lama del suono, il volume e la naturalezza con cui affronta gli acuti: qualità che considero un dono, ma anche una responsabilità da custodire con pazienza e rigore.

Guardando il percorso fatto finora, chi sente di dover ringraziare e chi ha inciso profondamente sul suo modo di “esercitare” la sua arte?
In questi anni ho avuto la fortuna di incontrare maestri che hanno inciso profondamente sulla mia formazione. Alberto Gazale e Inés Salazar sono stati punti di riferimento imprescindibili, non soltanto dal punto di vista tecnico, ma anche umano. A loro devo anni di studio serio, quotidiano, costruito con pazienza. Non ho mai creduto che pochi incontri o qualche masterclass possano sostituire un vero percorso formativo. Il canto richiede tempo, dedizione e una guida costante.
Un posto speciale nel mio cuore appartiene alla Dott.ssa Giovanna Ferrara, scomparsa da poco. Per me è stata molto più di una docente: è stata un faro. A lei devo tutta la mia preparazione storico-musicologica e, soprattutto, un metodo di studio che continua ad accompagnarmi ogni giorno. Alcuni insegnamenti non finiscono con una lezione: diventano parte della persona che sei.

Si parla della scuola italiana. Lei ritiene di esserne un esempio e perché?
Mi considero figlio della scuola italiana. La mia è una voce italiana, ma la tecnica che ho costruito negli anni guarda forse più alla tradizione germanica che a quella strettamente italiana. È una sintesi che sento mia e che rappresenta il modo in cui vivo il canto.

Ha affermato di amare molto il concertismo sinfonico e sacro, ambito che spesso molti cantanti non vogliono fare. Quali sono le esperienze più importanti in tal senso?
Il mio debutto arrivò con la Messa da Requiem di Verdi. È un’opera che porto nel cuore e che continua a regalarmi emozioni profonde. Proprio quest’anno ricorrono dieci anni da quella prima esecuzione, e ogni volta che torno ad affrontarla provo la stessa gratitudine. Il repertorio sacro occupa un posto speciale nella mia vita artistica. Non è soltanto musica da eseguire. È musica che si contempla, si vive, si sente. Ogni nota sembra chiedere qualcosa in più all’interprete, non solo vocalmente, ma interiormente.
Negli ultimi anni mi sono dedicato con particolare attenzione anche al repertorio liederistico. È un mondo affascinante, nel quale la voce smette quasi di essere protagonista per diventare uno strumento tra gli strumenti, perfettamente inserito nella scrittura cameristica. È un modo diverso di fare musica, che richiede ascolto, equilibrio e rispetto assoluto del testo e della partitura. Penso spesso a Beethoven e alla sua Nona Sinfonia: anche lì la voce entra a far parte di un universo sonoro più grande, e questa idea mi ha sempre
.

C’è un’opera che non si stanca mai di studiare e cantare, e una che vorrebbe presto debuttare?
Se dovessi scegliere un’opera sopra tutte, non avrei dubbi: Tosca. Chi mi conosce lo sa bene. La prima volta che la ascoltai in teatro ricordo che, in più di un momento, mi cedettero le gambe. È un’opera che ti travolge completamente. Quando finisce, non hai voglia di parlare. Torni a casa in religioso silenzio, perché senti che Puccini ha già detto tutto. È uno di quei capolavori ai quali non c’è davvero nulla da aggiungere. Interpretarla è uno dei sogni che custodisco con maggiore affetto.

Quali sono i tre tenori che Lei reputa riferimenti assoluti e fonte di riflessione continua? 
Nel mio percorso artistico ho sempre guardato con grande ammirazione a Nicola Martinucci, José Cura e Jonas Kaufmann. Dai primi due ho avuto anche l’onore di ricevere apprezzamenti sul piano tecnico e repertoriale, un riconoscimento che porto con me con grande orgoglio. Sono artisti che sento vicini al mio modo di concepire il suono e il canto. Questo, però, non significa imitare qualcuno. Ogni voce ha una propria identità e il mio obiettivo è sempre stato quello di trovare la mia.

Il lavoro del cantante d’opera prevede tanti compromessi anche in termini di tempo lontano dagli affetti. È un deterrente per Lei o è possibile conciliare il tutto?
Sono sempre stato abituato a conciliare più percorsi contemporaneamente. L’università accanto al Conservatorio, e ancora oggi l’attività artistica insieme agli impegni professionali. È stato impegnativo, ma mi ha insegnato il valore dell’organizzazione e del sacrificio. Se un domani la carriera dovesse richiedere una dedizione esclusiva, non avrei alcun dubbio nella scelta.

È una vera giungla il mondo dell’opera spesso in mano ad agenzie e a direttori artistici che puntano al guadagno non curandosi delle voci. Quanto è importante oggi dunque avere un buon agente? E perché?
Il mondo delle agenzie rappresenta, per me, una sorta di vaso di Pandora che preferisco non scoperchiare. In tutti questi anni ho costruito il mio percorso attraverso audizioni pubbliche e chiamate dirette. Certamente avere qualcuno che curi i propri interessi può essere un vantaggio. Ma continuo a chiedermi: a quale prezzo?

Sappiamo che è un cantante titolato… ci aggiorna sul suo percorso accademico?
Il mio percorso di formazione è durato tredici anni e mi ha portato a conseguire sei lauree consecutive tra Conservatorio e Politecnico sempre col massimo dei voti con lode e in alcuni casi anche con la menzione. Ogni titolo rappresenta un tassello di un progetto più ampio, che mi ha permesso di approfondire il repertorio operistico, quello cameristico e liederistico, e gli aspetti tecnici, scientifici, musicologici e tecnologici della musica.

Le piacerebbe insegnare in conservatorio? È un percorso possibile dati i suoi interessanti titoli?
Assolutamente sì. Linsegnamento in Conservatorio rappresenta per me uno degli obiettivi più importanti. Parallelamente alla carriera artistica, sono già inserito in diverse graduatorie di insegnamento e considero la didattica una naturale prosecuzione del mio percorso di studi e della mia esperienza sul palcoscenico.
Credo che un docente debba unire solide competenze accademiche a una concreta esperienza artistica. Per quanto mi riguarda il percorso prima descritto ha permesso in me una consapevolezza che avrei piacere di mettere a disposizione delle giovani leve del canto. Quindi, se si presenterà lopportunità, sarò felice di mettere questa preparazione al servizio delle nuove generazioni, trasmettendo non solo conoscenze tecniche, ma anche il valore dello studio, della curiosità e della ricerca continua, che hanno sempre guidato il mio percorso.

Ha allattivo qualche incisione?
In tutta onestà, non ho incisioni discografiche a mio nome. Tuttavia, cè un progetto a cui sono visceralmente legato: un docufilm intitolato La Bohème prima della prima.
Non è un semplice video, ma un racconto corale che svela lalchimia necessaria per portare in scena unopera. Abbiamo documentato ogni fase: dalle primissime note di regia e la scelta dei costumi, passando per le prove all’italiana e quelle in palcoscenico con i solisti, fino ad arrivare all’anteprima generale e alla serata della prima.
È stata unavventura speciale perché abbiamo celebrato il cinquantesimo anno di carriera di Katia Ricciarelli. Per me, lavorare con lei è stato il compimento di un cerchio. Da bambino, pur non conoscendo nulla della lirica, ero affascinato dai racconti di mia nonna: mi parlava della Lucia di Lammermoor o della Gilda del Rigoletto con una tale intensità descrittiva da catapultarmi, già allora, in un mondo operistico che sarebbe poi diventato la mia casa.
​È stato un onore immenso collaborare con una colonna portante della lirica come la signora Ricciarelli, che tra le altre cose ha firmato una delle mie sei tesi di laurea. Il rammarico, se vogliamo chiamarlo così, è che mia nonna non ci fosse più per vedere il frutto di quel lavoro. In un certo senso, però, è proprio a lei che quel progetto appartiene: è stato il modo in cui ho trasformato i suoi racconti in realtà, portando a compimento quella passione che lei mi ha trasmesso ancor prima che io ne capissi il valore.

La calabresità è un tratto importante per Lei? Come si riflette nel suo lavoro?
Sono profondamente legato alla mia terra. La calabresità, per me, è una straordinaria virtù. Caparbietà, ambizione, capacità di non arrendersi: sono qualità che riconosco nella mia storia e che credo appartengano anche alla Calabria. Nel mio settore, e nella mia regione, penso di essere tra i pochi ad aver intrapreso un percorso di ricerca così articolato. È un motivo di orgoglio, ma soprattutto uno stimolo a continuare.

I Suoi prossimi impegni?
Il futuro, come sempre, parla attraverso la musica. Luglio sarà un mese interamente dedicato a Verdi: proprio stasera (5 luglio) il Festival Serchio delle Muse a Calomini (LU) in Toscana, “La traviata” stile recital al Palazzo Santa Chiara di Tropea (VV) in Calabria e la Messa da Requiem in Piazza dei Signori a Vicenza (VI) in Veneto. Dopo una breve pausa estiva arriveranno un debutto belliniano, il ritorno al repertorio sacro con la Petite Messe Solennelle di Rossini e molti altri progetti che, per il momento, preferisco lasciare ancora nel cassetto.
Perché, in fondo, ogni nuovo debutto è un’altra pagina della stessa storia. Una storia iniziata con il sogno di un bambino che diceva semplicemente: «Da grande farò il cantante».
Annunziato Gentiluomo

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