Madama Butterfly a Torino… una direzione incantevole

Eccellente chiusura della stagione del Regio di Torino con la riproposta della rilettura di Madama Butterfly del 2010 (e del 2014) dal forte taglio contemporaneo. La trasposizione nell’era della globalizzata è quella di Damiano Michieletto, ripresa quest’anno da Elisabetta Acella. Al centro della scena oggetti vuoti, privati del loro profondo significato e della loro origine, mosaici di vite al confine, stralci quotidiani ostentati e luminarie pubblicitarie di un Giappone odierno che guarda all’Occidente smarrendosi.

La casa di Cio-cio-san è un cubo trasparente dove l’intimità è violata, in cui la mercificazione diviene la chiave di volta e il denaro il mezzo di ogni transizione, lo strumento che definisce le identità. Michieletto mette in scena una vera e propria compra-vendita: a Pinkerton bastano cento yen per ottenere la dedizione della quindicenne, con cui simula un matrimonio; la usa per qualche tempo, come spesso accade nelle vicende di turismo sessuale, per poi riprendere i suoi viaggi e suoi affari, animato dal desiderio di contrarre vere nozze con un’americana. Il tutto si muove tra verità e finzione e la costruzione della realtà è altamente soggettiva. Cio-cio-san è ignara di quanto accorre: la sua interpretazione è adolescenziale, rosea, pura. Sceglie il suo sogno d’amore, per tutelare il quale si scaglia con tutta la famiglia che la ripudia per aver offeso i cliché tradizionali. Tale scelta la rende sola: vive con la speranza, con la certezza del ritorno del suo sposo. È incompresa. È vittima di un fato che per lei ha scritto un avvenire pesante e complesso, lontano da quello in cui credeva.

Originale tale trasposizione: un’idea registica coerente che Michieletto difende e struttura in modo armonico, curando spazi, movimenti e micro-azioni.

Ciò che colpisce della recita di domenica 18 giugno è la direzione di
Dmitri Jurowski: partecipata e veramente appassionata, capace di scandire perfettamente ogni scena, ogni momento emotivo, e seguendo, con attenzione, l’evoluzione dei personaggi in scena e, in particolare, il dramma della protagonista. Il russo si conferma un magistrale nocchiero dell’Orchestra del Teatro Regio che ha potuto così esprimere al meglio i suoi colori, le sfumature e le grazie di cui è capace, valorizzando i cantanti e immergendo nella storia gli accorsi.

Buona la prova del Coro del Teatro Regio, istruito da Andrea Secchi che, con questa produzione, saluta il Teatro Regio.

Passando al cast, un elogio particolare a Barno Ismatullaeva che ha reso in modo assolutamente convincente il ruolo di Cio-cio-san. Con intelligenza ha ben retto tutta la partitura, sfoderando una tecnica impressionante soprattutto nel registro acuto. Ha inoltre saputo rendere le diverse sfumature richieste dal personaggio (che prevede fra le altre il desiderio di evasione da una realtà percepita come limitante e dagli stessi cliché tradizionali; l’idealizzazione totale dell’oggetto amato; l’anelito fortissimo a un riscatto e all’acquisizione della libertà), permettendo al pubblico di seguire chiaramente la sua evoluzione. Tanto per vocalità quanto per verve interpretativa riempiva la scena. Buono il fraseggio e forte l’impatto emozionale. Ci sono solo mancati i filati e i sospesi che avrebbero dato vita a quell’atmosfera surreale propria di questa opera pucciniana: chissà l’ambientazione e i costumi non abbiano aiutato questo tipo di esplorazione sonora per la cantante.

Matteo Lippi è stato un brillante di B.F. Pinkerton. Dotato di una lama luminosa e da grande conosciuto del ruolo, ha ben reso la propria parte con voce ben proiettata, una notevole tecnica e un ottimo fraseggio. Si sono ben distinti in lui i diversi conflitti del personaggio, caratterizzato da un’adesione totale alla propria cultura col conseguente disprezzo verso la diversità; da una preoccupante superficialità affettiva e dalla mancanza di empatia che lo portano a non comprendere il vissuto degli altri; dal confuso senso di colpa e dal rimpianto per la felicità e la dedizione della giapponese; e dalla consapevolezza estemporanea della propria vigliaccheria affettiva ed emotiva che lo obbliga a scappare col figlio, senza partecipare alla tragedia che si era appena consumata.

Molto valido e strutturato lo Sharpless di Damiano Salerno. Tanto scenicamente quanto vocalmente ha reso il suo ruolo con sicurezza e precisione. Grazie a una voce rotonda, pastosa e ben proiettata e un notevole fraseggio, è stato un valore aggiunto per questa produzione.

Non regolare l’esecuzione del mezzosoprano Ksenia Chubunova che nei panni di Suzuki, è parsa confusa nella prima parte dell’opera. Ha carburato nella seconda parte, ma nonostante una buona voce, la carenza del fraseggio e dei limiti ritmici hanno condizionato la sua performance.

Tra i comprimari si distinguono il tenore Massimiliano Chiarolla (Goro), il baritono Michele Patti (Yamadori), il basso Daniel Giulianini (lo zio Bonzo): dotati di tre belle vocalità, hanno ben reso i loro ruoli muovendosi con convinzione e scioltezza in scena.

Regolari le interpretazioni del baritono Rocco Lia (il commissario imperiale), del soprano Irina Bogdanova (Kate Pinkerton), del mezzosoprano Daniela Valdenassi (La madre di Cio-cio-san), dei baritoni Franco Rizzo (Yakusidé) e Roberto Calamo (l’ufficiale del registro), dei soprani Maria de Lourdes Rodrigues Martins (la zia) ed Eugenia Braynova (la cugina), e speciale quella del piccolo Ludovico Dilauro (il figlio di Butterfly).

Le recite continuano fino al 27 giugno. Uno spettacolo che merita di essere visto.

Annunziato Gentiluomo

Foto di Andrea Macchia

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