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Tosca al Regio di Torino: il simbolo che schiaccia il dramma

Tosca al Regio di Torino: il simbolo che schiaccia il dramma

Il nuovo allestimento di Tosca al Teatro Regio di Torino, firmato da Stefano Poda, si presenta come un progetto di forte impatto simbolico e visivo, coerente con l’estetica autoriale del regista, ma anche come un’operazione profondamente problematica sul piano drammaturgico. Un allestimento che “vorrebbe” molto, ma che spesso “non risolve” quanto ambisce fare, lasciando lo

Il nuovo allestimento di Tosca al Teatro Regio di Torino, firmato da Stefano Poda, si presenta come un progetto di forte impatto simbolico e visivo, coerente con l’estetica autoriale del regista, ma anche come un’operazione profondamente problematica sul piano drammaturgico. Un allestimento che “vorrebbe” molto, ma che spesso “non risolve” quanto ambisce fare, lasciando lo spettatore con una sensazione di no sense verso l’opera di Puccini.

La scena si fonda su un impianto dichiaratamente simbolico, arricchito da videoscenografie suggestive, come busti marmorei, la cupola di San Pietro e delle mani, e da grandi urne di vetro contenenti statue femminili assimilabili a Madonne, e una sequenza impressionante di papi – da Pietro in avanti – che costruiscono una visione totalizzante del potere religioso. Emblematico il cupolone di San Pietro, mostrato anche rovesciato, immagine visivamente forte che ritorna nel secondo atto come metafora esplicita della dicotomia tra bene e male, sacro e profano o sul rovesciamento dei ruoli e quindi sulla vittoria del male sul bene.
L’allestimento si sviluppa su due livelli scenici, ma questa scelta, anziché amplificare la tensione drammatica, a volte penalizza la visibilità: le luci lasciano qualche volta in ombra i protagonisti, sacrificando la leggibilità dell’azione proprio nei momenti cruciali.

È però soprattutto sul piano della lettura di genere che la regia appare più controversa. Poda propone una Tosca che non coincide più con la Floria Tosca di Puccini: il personaggio viene forzatamente trasfigurato in una figura archetipica, quasi mitologica, fino ad assumere nel primo atto i tratti di Lilith. In una delle immagini più estreme e divisive dell’allestimento, Tosca domina Mario fisicamente, calpestandone il corpo con una scarpa rossa lucida dal tacco vertiginoso. Un gesto che introduce una forma di maschilismo rovesciato, imponente e ostentato, che tuttavia non restituisce il vero carattere del personaggio, né la sua storia emotiva.
Anche la celebre entrata di Floria con i fiori viene svuotata di senso: Mario li getta via, salvo poi raccoglierli e restituirglieli. Ma quei fiori non erano destinati alla Madonna? Il gesto, anziché chiarire, confonde, trascendendo il libretto senza offrire una chiave interpretativa convincente.

La chiesa del primo atto diventa teatro di una sessualità esasperata: amplessi espliciti in un luogo sacro che sembrano voler scandalizzare più che significare. Qui la contrapposizione di genere è netta: inizialmente domina la figura femminile, mentre nel finale emerge la maschera del potere maschile incarnato da Scarpia, che però sorprendentemente si lascia cadere a terra, prostrato, dopo aver evocato Tosca, la quale attraversa la scena tramite una controfigura. Un’immagine potente, ma ambigua, che indebolisce la figura del barone invece di rafforzarla.

Visivamente affascinante la scena del secondo atto con il coro in palcoscenico, concepito come una sorta di performance teatrale interna, quasi un “teatro nel teatro” che riflette su Tosca stessa come artista. Tuttavia, questa scelta finisce per coprire i solisti ubicati nel proscenio: i dialoghi fondamentali si perdono, e con essi la tensione drammatica che dovrebbe culminare nello scontro tra Tosca e Scarpia. Manca inoltre uno dei momenti rituali più significativi dell’opera: l’atto delle candele attorno al corpo di Scarpia dopo la sua morte viene completamente omesso, privando la scena di quel silenzio sacro e carico di colpa che è parte integrante della drammaturgia pucciniana.

Il terzo atto si apre con un lungo spazio dedicato alla voce bianca, che canta Io de’ sospiri, ma viene caricata di un’azione enigmatica: il bambino si spoglia da gendarme per poi recuperare gli abiti. Il senso di questa trasformazione resta oscuro. Si voleva anticipare lo spogliarsi della vita di Mario?

Floria, in questa parte finale, vive una vera e propria trasfigurazione: sembra diventare Violetta, evocare la follia di Lucia di Lammermoor, rotolandosi in una sorta di amplesso dopo una fucilazione che, peraltro, non viene mostrata. Mario, invece, è umiliato, strattonato e tenuto con le mani legate dopo aver dato in pegno al carceriere l’anello, l’ultimo oggetto di valore ancora in suo possesso: una condizione che rende incomprensibile un dettaglio fondamentale del libretto, ovvero la scrittura della lettera d’addio. Come e quando avrebbe potuto scriverla?

Le incoerenze si moltiplicano: Mario evita Tosca, quasi infastidito dalla sua presenza, arrivando a colpevolizzarla per il proprio destino. Eppure poco prima aveva donato l’anello a una guardia carceraria per poter dare alla donna l’estremo saluto. Il libretto viene sistematicamente trascinato altrove, senza che questo “altrove” trovi una sua necessità interna.

Nel finale Poda rinuncia al tradizionale salto di Tosca: Floria non si libra come un angelo, ma resta intrappolata in un’immagine simbolica, con il fondale che cade a raffigurare un’ala e un getto d’aria dal basso. Un’immagine estetizzante – dove l’attenzione cromatica è evidente passando dal rosso al bianco – che, ancora una volta, sostituisce l’azione con il segno.

Cosa aggiungere? Dal I atto una presenza ingombrante dei gendarmi in scena; costanti i movimenti coreografici che danno dinamismo all’insieme, ma che spesso sembrano riempire vuoti drammaturgici più che sostenerli; dei costumi sontuosi che a volte sono di impaccio ai cantanti; una regia che poco si cura degli interpreti che troppo spesso Poda impegna in “acrobazie” o in posizioni non propriamente idonee all’esecuzione di una partitura sì imponente e complessa. La Tosca di Poda si muove così tra intuizioni visive notevoli e scelte registiche che trascendono il testo senza riuscire a superarlo davvero, poco attente alla resa solistica, dunque.

In sintesi, una regia che si potrebbe riassumere con un amaro vorrei ma non posso: un progetto ambizioso, esteticamente affascinante, ma incapace di restituire fino in fondo il cuore tragico e umano dell’opera. E alla fine, l’amore, quello vero, disperato, pucciniano, resta in bocca, non viene realmente rappresentato e forse anche un po’ manipolato.
Annunziato Gentiluomo

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