L’allestimento di Tosca presentato al Teatro Carlo Felice, proveniente dal Teatro dell’Opera di Roma, colpisce immediatamente per la sua imponenza visiva, la bellezza dei costumi e la sontuosità e la raffinatezza delle scene, firmata di Adolf Hohenstein, che restituiscono con efficacia il clima cupo, opprimente e sacrale dell’opera pucciniana, valorizzato dal sapiente uso delle luci di Vinicio
L’allestimento di Tosca presentato al Teatro Carlo Felice, proveniente dal Teatro dell’Opera di Roma, colpisce immediatamente per la sua imponenza visiva, la bellezza dei costumi e la sontuosità e la raffinatezza delle scene, firmata di Adolf Hohenstein, che restituiscono con efficacia il clima cupo, opprimente e sacrale dell’opera pucciniana, valorizzato dal sapiente uso delle luci di Vinicio Cheli. Forse ingombranti paiono essere le colonne laterali dell’ultimo quadro.
La regia di Alessandro Talevi ripresa da Anna Maria Bruzzese, nel complesso curata, mostra una chiara volontà di mantenere una linea tradizionale, privilegiando la leggibilità narrativa e la coerenza storica. Ben tratteggiati i personaggi, in particolare la figura del Sagrestano che sintetizza comicità, ignavia e preoccupazione in modo impeccabile. Tuttavia, non tutti i rapporti drammaturgici risultano pienamente convincenti: alcune diadi appaiono poco credibili, in particolare la relazione tra Floria Tosca e Scarpia nel II atto, che avrebbe richiesto una tensione psicologica più sottile e stratificata.

La direzione di Giuseppe Finzi si distingue per passione e buon senso del colore orchestrale, ma non sempre appare sufficientemente attenta ai solisti: in più occasioni le voci faticano a emergere dall’orchestra. Notevoli appaiono gli interventi solistici, sempre assolutamente precisi. Ottima invece la prova del coro del Teatro Carlo Felice e del coro di voci bianche, preparati rispettivamente da Claudio Marino Moretti e Gino Tanasini, entrambi ben strutturati, coesi e musicalmente incisivi.

Passando al cast, è importante fare dei distinguo giacché è proprio ivi che si registrano le défaillances più evidenti, con un sotterraneo senso di paura di sbagliare che influenza la resa.
Tra gli interpreti principali, il risultato più convincente è quello di Carlo Ventre nel ruolo di Mario Cavaradossi. La sua è una prova complessivamente più che apprezzabile, sostenuta da una voce ben scandita, dal timbro luminoso e penetrante e da un ottimo fraseggio. Nel primo atto si nota un certo abuso di accenti, in particolare sulla prima sillaba di alcune frasi, ma l’interpretazione cresce progressivamente fino a imporsi come la più solida del cast. Scenicamente sempre credibile, Ventre veste con naturalezza l’irruenza, il senso di giustizia e la passione del personaggio. La celebre E lucevan le stelle risulta leggiadra e ben controllata, senza cedimenti retorici.


Nei panni di Floria Tosca, Valentina Boi offre una performance nel complesso buona, ma non del tutto appagante. L’impressione è quella di un’interpretazione eccessivamente controllata, prudente, poco incline al rischio espressivo. Risultano quasi assenti mezzevoci e filati, elementi fondamentali per scolpire la complessità emotiva del personaggio. Nella celeberrima Vissi d’arte, vissi d’amore l’esecuzione è tecnicamente corretta e priva di sbavature, ma non riesce a sprigionare quel carico di pathos che Giacomo Puccini ha inscritto in ogni battuta dell’aria.
Nel ruolo del Barone Scarpia, Ivan Inverardi propone un’interpretazione fortemente caratterizzata, ma a tratti eccessiva. La sua prova risulta talvolta macchiettistica, con una mimica forzata che appesantisce il personaggio e ne riduce la pericolosa ambiguità. Vocalmente la voce appare bella nel colore, ma non sempre sufficientemente profonda e resistente per affrontare con continuità la tessitura impervia del ruolo, con momenti in cui fatica a superare la buca orchestrale. Poco armonizzato il suo inserimento nel solenne Te Deum del primo atto, che invece ha beneficiato di una resa corale di grande impatto e solennità.
Meno convincente anche la prova di Manuel Pierattelli (Spoletta), la cui voce appare camuffata e non sempre ben scandita ritmicamente, penalizzando la chiarezza del fraseggio e la precisione dell’insieme. Di segno opposto la performance di Fabio Maria Capitanucci (Sagrestano), ben caratterizzato sia dal punto di vista scenico sia vocale: il colore appropriato, il fraseggio curato e una proiezione efficace rendono il personaggio vivido e funzionale all’economia drammatica dell’opera.

Molto apprezzabile la prova di John Paul Huckle nel ruolo di Angelotti. La sua voce, pastosa e ben timbrata, si distingue per il buon fraseggio e la solidità dell’emissione. In scena si muove con naturalezza, interagendo con precisione e credibilità con Mario Cavaradossi, contribuendo a costruire un primo atto teatralmente efficace.
Assolutamente nella parte, forse solo un po’ ingessato scenicamente, Franco Cerri (Sciarrone), mentre corretta e pertinente risulta la prova di Roberto Conti (Un carceriere). Delicata, ma non sempre stabile l’intervento di Un pastorello).

In conclusione, una Tosca di forte impatto visivo e di buona tenuta musicale, che trova il suo punto di forza in alcune prove individuali e nella resa corale, ma che avrebbe potuto osare di più sul piano dell’approfondimento psicologico e dell’equilibrio tra buca e palcoscenico.
Annunziato Gentiluomo














