La nuova produzione de I puritani al Teatro Regio di Torino si presenta come un’operazione ambiziosa, che tenta con decisione di spostare il baricentro dell’opera belliniana dal puro melodramma storico a un’indagine più profonda, quasi psicoanalitica, del personaggio di Elvira. È proprio questo il nucleo più stimolante della regia di Pierre-Emmanuel Rousseau, che costruisce la
La nuova produzione de I puritani al Teatro Regio di Torino si presenta come un’operazione ambiziosa, che tenta con decisione di spostare il baricentro dell’opera belliniana dal puro melodramma storico a un’indagine più profonda, quasi psicoanalitica, del personaggio di Elvira. È proprio questo il nucleo più stimolante della regia di Pierre-Emmanuel Rousseau, che costruisce la messinscena come un viaggio nella mente della protagonista, dilatando il confine tra realtà e percezione, individuo e folla, coscienza e inconscio.


In questa prospettiva si inserisce con intelligenza la metafora ricorrente della porta: elemento scenico che diventa simbolo di passaggio, di accesso a livelli altri della psiche di Elvira, ma anche invito ad andare oltre i propri limiti di comprensione. Le porte sono varchi verso possibilità alternative, verso ciò che è rimosso o non ancora elaborato, e funzionano come segno registico coerente con l’idea di un personaggio sospeso, fragile, costantemente in bilico tra lucidità e smarrimento.
Meno convincente, invece, risulta la gestione delle masse. Il movimento corale, spesso sovrabbondante, tende a disperdere la centralità dei protagonisti, creando un senso di caos visivo che confonde l’occhio dello spettatore invece di guidarlo. In un’opera in cui l’equilibrio tra dimensione intima e collettiva è delicatissimo, questa scelta finisce talvolta per indebolire la tensione drammatica, rendendo faticosa la lettura scenica dei momenti chiave.

Ancora più problematica appare la decisione di collocare la stanza che racchiude il nucleo del dramma in fondo al palcoscenico. Una soluzione concettualmente interessante, ma scarsamente funzionale dal punto di vista teatrale e acustico: soprattutto nel primo atto, i cantanti faticano a “superare la buca”, con evidenti ripercussioni sulla proiezione vocale e sulla chiarezza del testo. È una scelta che ricorda l’atteggiamento di un docente che impone un setting non funzionale alla classe solo perché lo ritiene teoricamente più efficace, senza tener conto delle reali esigenze pratiche di chi deve “abitare” quello spazio.
Di segno decisamente positivo, invece, i costumi, eleganti e ben caratterizzati, e nel complesso le scene, che risultano visivamente interessanti e coerenti con l’impianto concettuale della regia. Decisamente infelice, al contrario, il disegno luci: troppo spesso i protagonisti restano in ombra, non valorizzati dall’illuminazione, con un effetto penalizzante sia sul piano espressivo sia su quello puramente percettivo.

Sul versante musicale, la direzione di Francesco Lanzillotta si impone come uno dei punti di forza della produzione. Attenta, precisa, la sua lettura diventa via via più brillante e profonda, soprattutto nei momenti di grande lirismo e nei passaggi orchestrali più introspettivi. Talvolta l’accento emotivo sembra spinto al limite, quasi forzato, ma è il risultato di una visione personale del linguaggio belliniano del sublime direttore romano, che risulta comunque assolutamente convincente e stilisticamente solida.
L’Orchestra del Regio conferma il suo altissimo livello, distinguendosi per ricchezza di colore, equilibrio timbrico e qualità delle parti solistiche, ponendosi senza esitazioni tra le migliori compagini italiane. Ottima anche la prova del Coro, istruito da Gea Garatti Ansini, per compattezza, precisione e omogeneità: in un’opera così fortemente corale, il suo contributo diventa elemento strutturale dell’intera messinscena.

Venendo agli interpreti, nella recita di mercoledì 13 maggio, la sensazione iniziale è stata quella di una serata “diesel”: alla fine del primo atto, fatta eccezione per Ulivieri, la performance di gran parte del cast appariva annebbiata, trascinata, non ancora pienamente a fuoco. Dal secondo atto in poi, però, emerge finalmente lo smalto necessario a rendere giustizia a una partitura che fonde melodia impalpabile, grande lirismo e virtuosismo vocale, confermandosi come un’opera capace di sospendere il tempo e condurre l’ascoltatore all’estasi attraverso linee melodiche lunghe, fluide e spirituali.

John Osborn è un Arturo di grande classe: elegante nel fraseggio, sicuro tecnicamente, profondamente partecipe nella costruzione psicologica del personaggio. Si muove con agilità nell’impervia scrittura del ruolo, colorando l’esecuzione con una tavolozza emotiva raffinata. La sua vocalità, più matura rispetto al modello rubiniano originario, conserva una musicalità nobilissima; eccellente, in particolare, l’esecuzione di Credeasi misera.

Gilda Fiume offre una Elvira intensa e musicalmente curata, con un legato morbido, mezzevoci ben dosate e filati luminosi che esaltano il canto belliniano. Nella celebre scena della follia il soprano dimostra coraggio interpretativo, anche se il controllo tecnico negli acuti non è sempre impeccabile. Molto toccante Vien, diletto, è in ciel la luna, cantata con sincera partecipazione emotiva.

Nicola Ulivieri è un Giorgio assolutamente convincente e rappresenta la vera costante di tutta la recita. Il fraseggio espressivo, la pastosità della voce e l’imponente, consapevole presenza scenica ne fanno un punto di riferimento solido. In Cinta di fiori e col bel crin disciolto riesce a rendere in modo credibilissimo il dolore dello zio di fronte alla follia della nipote, esprimendo, con maestria, la grande umanità il personaggio.

Di ottimo livello anche Simone Del Savio, che costruisce un Riccardo ben articolato, fiero e cinico, muovendosi con sicurezza in tutta la partitura. Particolarmente efficace il duetto col basso trentino Suoni la tromba, e intrepido, ben bilanciato sul piano vocale e drammatico.

Tra i comprimari spicca Chiara Tirotta, che tratteggia la Dama di Villa Forte con cura scenica e solidità vocale: nonostante la brevità della parte, il mezzosoprano sfoggia un bel colore e una tecnica ben sostenuta. Buona anche la prova di Andrea Pellegrini come Gualtiero Valton, convincente sia teatralmente sia vocalmente, così come il contributo di Saverio Fiore nei panni di Bruno Roberton, a conferma dell’ottimo livello complessivo della compagnia.


Nel complesso, una produzione ricca di spunti, non priva di criticità, ma capace di stimolare una riflessione profonda sul dramma interiore di Elvira e sulla straordinaria forza espressiva dell’ultimo Bellini.
Oggi, l’ultima recita alle ore 15.00. Assolutamente da non perdere!
Annunziato Gentiluomo













