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Il significato profondo del Natale per Swami Roberto

Abbiamo da pochissimo passato il Solstizio d’inverno o Yule (quest’anno il 22 dicembre), simbolo di cambiamento, di ripresa, di rigenerazione cosmica per l’universo intero e quindi di rinascita spirituale. Rappresenta simbolicamente la morte con la conseguente vittoria della Luce sulle tenebre della Notte: proprio quando la notte raggiunge la sua massima estensione, deve cedere al ritorno della luce, manifestazione dell’eternità. Il Vecchio Sole muore e si trasforma nel Sole Bambino che rinasce nel grembo della grande Madre Terra. Si tratta di momento speciale in cui si accoglie il nuovo, con forza e vitalità, e si lascia andare il superfluo, che impedisce…

Abbiamo da pochissimo passato il Solstizio d’inverno o Yule (quest’anno il 22 dicembre), simbolo di cambiamento, di ripresa, di rigenerazione cosmica per l’universo intero e quindi di rinascita spirituale. Rappresenta simbolicamente la morte con la conseguente vittoria della Luce sulle tenebre della Notte: proprio quando la notte raggiunge la sua massima estensione, deve cedere al ritorno della luce, manifestazione dell’eternità. Il Vecchio Sole muore e si trasforma nel Sole Bambino che rinasce nel grembo della grande Madre Terra. Si tratta di momento speciale in cui si accoglie il nuovo, con forza e vitalità, e si lascia andare il superfluo, che impedisce la nostra evoluzione spirituale, che si appesantisce e non ci permette; di un momento in cui poter esprimere i desideri del cuore, gettando i semi che germoglieranno con abbondanza in primavera. E domani celebreremo il Santo Natale. Proprio per questo riteniamo importante condividere l’intensa e coinvolgente lectio di Swami Roberto del 17 dicembre scorso, per prepararci al meglio a questa rinascita.

In primis, ci ha invitato a riconciliarci col Padre per tutte le volte che non ci si è amati, che non si è agito in modo proattivo e che si è atteso invano, come se fossimo semplici spettatori passivi di un’Esistenza che ci invita a essere ambasciatori di bellezza, costruttori di pace, edificatori di progetti divini su questo piano. Il non movimento, la non azione non è sicuramente vita e non è caratteristica di chi si definisce figlio di Dio. Peccare significa, infatti, rinnegare la propria natura eterna, voltare le spalle a Dio e lasciarsi andare, farsi abbattere rifiutando il nostro regalo status di figli di un Re, non amarsi come Lui ci ama, rinnegare la propria bellezza, disconoscere i nostri talenti e non metterli a disposizione del bene collettivo. Abbattersi, trascurarsi, crollare senza dignità sono atti che dimostrano il nostro arrenderci, il nostro non crederci degni della nostra stessa regalità, la nostra assenza, il nostro rimanere in un limbo sospeso in attesa dell’intervento di Colui che non abbiamo nemmeno il coraggio di invocare e di cui probabilmente non ci fidiamo abbastanza.

In secundis, il Maestro di Leinì ha illustrato chiaramente il significato profondo del segno della Croce ramirico, segno che diventa resurrezione se lo si vive con coscienza. Difatti, all’inizio – nel nome del Padre – bisogna aprirsi verso ciò che esiste, quindi Dio, e proiettarlo nella mente, portando tutti gli universi dentro (braccia aperte che si uniscono all’altezza della fronte). Poi si punta – nel nome di Cristo – verso il cuore, Anahata Chakra: è l’amore di Dio che si rende visibile. Il Padre, infatti, esprime la propria esistenza attraverso il Dio, il Cristo.

Dal Vangelo di Giovanni si legge:
In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini (Giovanni, 1, 1-4). Il Cristo si sacrifica per noi e diventa amore, come lo possiamo essere anche noi ogni qual volta ci “sacrifichiamo” per gli altri, facciamo spazio agli altri, li accogliamo e serviamo il progetto. E. infine, le braccia si incrociano (dello Spirito Santo) per ricordare la croce a cui segue immediatamente la resurrezione, la rinascita e l’apertura verso l’eternità: alla fine, quindi, come i chiodi, anche le sofferenze vengono meno perché si trasformano per opera dello Spirito che ci irrora.

E in conclusione, essendo in una domenica di Avvento, Swami Roberto si è focalizzato sullo Spirito del Natale. Tale festa è spesso associata al freddo, alla neve, al clima gioioso e famigliare. Ritornando al Solstizio d’inverno qualcuno lo avvicina alla vittoria del Sole sull’oscurità, della vita sulla morte. Il fondatore di Anima Universale ci invita ad associarlo al Cristo, ovvero al Dio visibile, al Dio che si fece e si fa carne. Ma ci chiede di fare uno sforzo ancora più grande, ovvero di associarlo al bambino Gesù che è dentro di noi. Gesù è dunque il nostro bambino interiore che ci riporta alla libertà di sentire, alla nostra infanzia al di là di come realmente sia stata. Quindi non bisogna smarrire questo così profondo senso del Natale. Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei cieli (Matteo, 18, 3) ci ricorda Yeshua. Teniamo tutti a mente quanto sia importante ritornare bambini, nutrire l’ingenuità e la nostra purezza. Viviamo il Natale come festa dei bambini per ricordare e celebrare quella libertà di essere e quella spontaneità che oggi sono sepolte dietro tante sovrastrutture, sotto i nostri ruoli e sotto quello che non ci permettiamo. Riscopriamo la nostra natura di bambini capaci di meravigliarsi e di stupirsi davanti alla bellezza. Invochiamo il nostro wondering. Così facendo interiorizziamo una pratica salvifica: facendo nascere in ogni istante Cristo in noi, Cristo bambino, portiamo la luce della conoscenza in noi; sviluppiamo la nostra consapevolezza; ci innalziamo dal punto di vista energetico; ci ripuliamo e purifichiamo; ed espandiamo la nostra capacità di vedere e discernere. Possiamo realmente modificare dall’interno ogni situazione che viviamo, realizzando che Natale è sempre, perché Cristo nasce in ogni attimo. E così integriamo le parole Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me (Giovanni 14: 6) e Dio diventa la vita in noi.

Partendo da queste considerazioni, Swami Roberto invita i presenti a destare il proprio bambino interiore, a prendersene cura e lenire e guarire le sue ferite. Tanti traumi vengono proprio dal periodo dell’infanzia e forse addirittura dal lungo periodo della gravidanza. Bisogna dare al nostro bambino interiore la possibilità di lasciare andare quanto ha vissuto anche tramite l’amata Miryam che è la grande madre dentro al cui grembo non ci sono traumi. Avendo potenzialmente partorito tutti noi, immergiamoci in Lei, nella Madonna, perché possiamo guarire quel bambino e di riflesso la nostra mente e la nostra vita. Si superano in tal modo titubanze, paure, timori, timidezze ingiustificati, situazioni nate proprio dai traumi infantili. E siamo uomini nuovi, regali e pronti a collaborare con Lui che nasce ogni istante in noi. Vivere non significa essere imperturbabili, freddi e cinici, ma manifestare anche delle tensioni che ci spingono a ricercare, ad anelare Dio.

Ritengo che sia un magnifico modo per augurare a tutti i nostri lettori delle amene festività natalizie durante le quali celebrare quel bambino Gesù che nasce ogni giorno in noi, trasformandoci e permettendoci di superare tutti i nostri limiti. Un modo meraviglioso per, citando San Paolo, rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità (Ef 4, 24 ).

Annunziato Gentiluomo



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