Ieri la recita de La traviata ha concluso un progetto ambizioso, stimolante per la Fondazione Teatri Piacenza: rappresentare la trilogia popolare di Giuseppe Verdi, con un leitmotiv comune, come se fosse un continuum, con un disegno drammaturgico unitario.La nostra osservazione, dunque, sarà parziale, limitata, comunque non completa, giacché non ha potuto godere delle tre opere,
Ieri la recita de La traviata ha concluso un progetto ambizioso, stimolante per la Fondazione Teatri Piacenza: rappresentare la trilogia popolare di Giuseppe Verdi, con un leitmotiv comune, come se fosse un continuum, con un disegno drammaturgico unitario.
La nostra osservazione, dunque, sarà parziale, limitata, comunque non completa, giacché non ha potuto godere delle tre opere, ma solo di quella focalizzata su Violetta Valery.


Sicuramente a caldo è stato subito evidente mancasse qualcosa: nonostante sulla carta ci fossero tutti gli elementi per un grande spettacolo, le pagine di insieme non sono state sempre armoniche e l’energia tra i solisti in scena è stato molto deficitaria. Abbiamo partecipato emotivamente agli sforzi sovraumani di Lanzillotta di tenere assieme un’impalcatura, mancante di solide fondamenta: un ottimo, anzi eccellente, Commissario Tecnico non può bastare a far vincere i mondiali a una squadra, malgrado l’impegno profuso sia stato eccezionale.
Iniziamo quindi con un’analisi più dettagliata della regia di Roberto Catalano e dell’allestimento che, nel complesso, abbiamo apprezzato e che ha potuto vantare delle sontuose ed equilibrate scene, firmate da Mariana Moreira, dei bellissimi costumi, curati da Veronica Pattuelli e delle sempre pertinenti luci, gestite da Silvia Vacca, che raggiungono il massimo della loro espressione nel terzo atto, in quel dischiudere e chiudere la finestra della stanza di Violetta.
Piacevole il gioco del bianco e nero quasi a rappresentare la scacchiera dell’esistenza. Tale escamotage è ben sintetizzato dall’abito di Violetta: bianco nel I atto, in contrapposizione con i suoi invitati e con la presenza della morte, vestita totalmente di nero; bianco con una stola nera nel secondo atto; e di nuovo bianco nel III. L’introduzione della morte è un elemento innovativo rispetto al libretto, ma assolutamente pertinente: basti ascoltare l’incipit dell’ouverture del I e del III atto per presagire dove la narrazione porterà la protagonista. Molto curato il suo interagire con Violetta: all’inizio la scruta, poi le giro attorno, le si avvicina, le si pone innanzi fino, infine, ad abbracciarla e cadere esanime assieme. Un finale che non ci convince perché raffazzonato e forzato: ci saremmo aspettati una trasfigurazione mistica totale e un accompagnamento nell’Oltre. Si è scelto di non portare in scena il matador e le zingarelle, in luogo dei quali vi sono i coristi: poco credibili i loro movimenti scenici, curati da Marco Caudera, e non convincente risulta il lampadario che diventa una sfera di cristallo o un pendolo. Dà circolarità l’utilizzo della tovaglia e del lenzuola: entrambi vengono sfilati. Non perfettamente disegnati il dialogo tra Alfredo e Violetta durante il celeberrimo Amami, Alfredo! con la protagonista rivolta verso il pubblico, e tra Violetta e Giorgio Germont che si conclude con una sdraiata sul divano a sinistra del palco e l’altro dalla parte opposta. Nonostante il finale del II atto sia ben costruito, con Alfredo che, con veemenza, raccoglie e butta addosso alla sua amata le banconote, manca del pathos drammatico che le conviene. Infine, si registrano dei limiti anche nel trucco: Giorgio non appare più anziano del figlio.

Eccellente è stata la direzione di Francesco Lanzillotta, alla guida dell’Orchestra Sinfonica di Milano che ha bene risposto alla sua becchetta. Il maestro romano ha accarezzato, con cura, la partitura verdiana, attenzionando, magistralmente, tutti gli accenti e colorando, con grazia, sia gli eleganti momenti salottieri sia il diffuso desiderio amoroso, sia la grandiosità delle feste, sia l’intimità dei protagonisti, le loro relazioni e le loro evoluzioni. Ha cercato di tenere insieme tutti i pezzi, confermandosi uno dei direttori d’orchestra più interessanti del panorama musicale italiano.

Nel complesso soddisfacente la prova del Coro del Teatro Municipale di Piacenza, istruito da Corrado Casati, in taluni momenti veramente riempitivo e coeso.


Passando ai solisti, sicuramente non regolare risulta la performance di Maria Novella Malfatti, malgrado una vocalità interessante e una buona tecnica. Appare vacillante, imprecisa ritmicamente e soprattutto nel primo atto lontana dal registro di soprano di coloratura. Una Violetta così esitante può creare delle difficoltà anche ai colleghi, in particolare nelle pagine di insieme.
Francesco Meli, gravemente indisposto, nell’inizio del II atto non sostiene i suoi lunghi interventi. La sua voce è sempre luminosa, la sua tecnica solida e la sua verve interpretativa è sempre all’altezza del suo personaggio che conosce a menadito.
Ernesto Petti è dotato di una canna importante e di una buona tecnica, ma, a nostro avviso, è molto lontano dal personaggio di Giorgio Germont, espressione dell’alta borghesia del tempo. Deficienti quell’eleganza e quel subdolo cinismo cattolico che caratterizzano il personaggio. Le sue magnifiche arie del secondo atto scorrono prive di loro colore raffinato.
Anche i comprimari risultano poco incisivi nel complesso, più per immaturità che non per oggettivi limiti vocali. Si distinguono solo Francesca Palitti che incarna, con grazia e con una voce ben proiettata, il ruolo di Annina, e Omar Cepparolli che è un convincente dottor Grenvil dalla voce pastosa e dalla buona lama. Completano il cast Irene Savignano (Flora Bervoix), Simone Fenotti (Gastone, visconte di Letorières), Davide Maria Sabatino (Il barone Douphol), Nicola Zambon (Il marchese d’Obigny), Lorenzo Sivelli (Giuseppe) e Massimo Pagano (Un domestico di Flora / Un commissionario).


In sintesi, dunque, uno spettacolo che poteva sorprenderci, ma che non ha forse avuto tempo di carburare e restituire quella magia che ci sarebbe aspettati e che si vede a una delle opere più rappresentate al mondo.
Annunziato Gentiluomo
[Foto di Luca Attilii e Gianni Cravedi]

















