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Un potente regalo di Swami Roberto

Un potente regalo di Swami Roberto

Swami Roberto, anche oggi, presso il Tempio di Anima Universale di Leinì (TO), ha omaggiato i presenti con una formula potentissima per risolvere uno dei temi più delicati che colpisce l’individuo: l’identificarsi in qualcuno che non si è.Ogni essere umano cresce immerso in un campo invisibile fatto di parole, sguardi, giudizi e aspettative. Fin dall’infanzia

Swami Roberto, anche oggi, presso il Tempio di Anima Universale di Leinì (TO), ha omaggiato i presenti con una formula potentissima per risolvere uno dei temi più delicati che colpisce l’individuo: l’identificarsi in qualcuno che non si è.
Ogni essere umano cresce immerso in un campo invisibile fatto di parole, sguardi, giudizi e aspettative. Fin dall’infanzia veniamo chiamati, definiti, descritti: “sei timido”, “sei difficile”, “sei speciale”, “non combinerai nulla”, “sei il bravo di casa”. Queste etichette, pronunciate spesso senza cattiveria, ma con leggerezza, hanno un potere enorme. Non restano semplici parole: diventano immagini interiori, specchi deformanti nei quali impariamo a guardarci e, col tempo, a riconoscerci.
Il problema non è solo ciò che gli altri dicono di noi, ma ciò che noi iniziamo a credere di essere. Il bambino, privo di discernimento e totalmente aperto al mondo, assorbe queste definizioni come verità. Non ha ancora la capacità di distinguere tra ciò che è e ciò che gli viene proiettato addosso. Così, crescendo, molte persone non sviluppano un’identità autentica, ma una personalità costruita per adattamento, difesa o sopravvivenza emotiva.

Le esperienze infantili, specialmente quelle cariche di emozione, si depositano nell’inconscio come programmi attivi. Ogni giudizio ricevuto, soprattutto da fonte autorevole come un genitore, un insegnante, un parente o un amico, ogni confronto, ogni rifiuto o approvazione condizionata contribuisce a creare una mappa interna di ciò che “si può essere” e di ciò che “non si deve essere”. Queste mappe, se non riconosciute, si irrigidiscono nel tempo fino a diventare convinzioni identitarie.
Ecco perché molte persone, pur raggiungendo obiettivi sociali, professionali o relazionali, sperimentano un senso di vuoto, di incoerenza, di smarrimento. In alcuni momenti della vita emergono crisi profonde: “Non mi riconosco”, “Non so chi sono”, “Sto vivendo una vita che non sento mia”. Queste crisi non sono fallimenti, ma segnali. Sono il sintomo di una frattura tra l’essenza autentica e l’immagine costruita.

Le etichette non sono solo limitanti quando sono negative. Anche quelle apparentemente positive possono diventare gabbie. Essere sempre “il forte”, “il responsabile”, “quello che non sbaglia mai” può impedire di contattare parti fragili, creative, bisognose di cura. L’individuo finisce per difendere un’immagine invece di vivere pienamente.
Queste immagini interiorizzate agiscono, secondo Swami Roberto, come specchi deformanti: riflettono una versione alterata di noi stessi. Ma, a differenza degli specchi del Luna Park, davanti ai quali ridiamo riconoscendone la distorsione, qui accade l’opposto. Crediamo che quell’immagine sia reale. La chiamiamo “io”. Ed è proprio questa identificazione che genera ansia, confusione, senso di inadeguatezza.

Per sciogliere queste identificazioni e quindi disidentificarsi da quell’immagine associata, secondo il Maestro di Leinì, è necessario un alto grado di discernimento: la capacità di osservare se stessi senza coincidere con ciò che si osserva. In ambito psicologico questo processo viene spesso affrontato attraverso percorsi terapeutici, che aiutano a riconoscere le proiezioni e a disinnescarne il potere. Tuttavia, esiste anche una via spirituale antica e profonda, che parla direttamente all’essere umano nella sua totalità.
Swami Roberto invita ad andare dal Cristo il massimo conoscitore della mente e del cuore umano: non agisce come giudice, ma come Luce che rivela. Ritirarsi nel silenzio, “entrare nella propria stanza”, significa creare uno spazio interiore dove le voci del mondo tacciono e può emergere una verità più profonda, frutto del dialogo sincero con l’Altissimo.
In questo contesto si inserisce un’antica benedizione, trasmessa da Dio a Mosè e custodita nella tradizione spirituale. Francesco d’Assisi ne aveva compreso il potente valore terapeutico e la donava a chi ne aveva bisogno. Non si tratta di una formula magica, ma di un atto di riallineamento interiore. La parola non è solo suono, ma vibrazione che agisce in profondità, e la parola del Signore è medicina perché raggiunge quei livelli dell’essere dove la mente razionale non arriva: non corregge dall’esterno, ma riorienta dall’interno.
Si tratta di una benedizione, termine che dal punto di vista etimologico deriva da benedicĕre, composto da bene (“bene”) e dicĕre (“dire”), ovvero “dire bene”, composta da tre semplici frasi.

Signore, benedicimi e proteggimi.
Signore, fai risplendere il Tuo volto su di me e concedimi la Tua grazia.
Signore, rivolgi su di me il Tuo volto e donami la Tua pace.

Tale formula centra e come con la rimozione di quegli specchi deformanti in quanto chiedere protezione significa domandare di essere liberati dall’energia distruttiva delle parole che ci hanno ferito e delle false immagini che abbiamo interiorizzato. Chiedere che il volto di Dio risplenda su di noi equivale a invocare una luce capace di mostrarci chi siamo davvero, oltre i condizionamenti. È solo nella luce che lo specchio riflette fedelmente.
Uno dei nodi centrali della sofferenza umana è la discrepanza tra come ci vediamo e come siamo visti nel profondo. La tradizione spirituale afferma che Dio non vede l’uomo secondo le sue ferite, ma secondo la sua verità. In questa prospettiva, l’essere umano è già “vincitore”, già integro, anche se non ne è consapevole.

Invocare lo Spirito come luce dell’intelletto significa chiedere di vedere se stessi con uno sguardo non deformato, libero dagli inganni dell’inconscio. È un atto di umiltà e di coraggio, perché implica lasciare andare identità conosciute, anche se dolorose, per aprirsi all’ignoto della propria essenza.

L’ultima dimensione è quella dell’equilibrio. La pace non è assenza di conflitto, ma risultato di un’armonia profonda tra mente, spirito e corpo. La pace è espressione dell’Equilibrio di Dio.
Quando una di queste dimensioni domina sulle altre, nasce il caos interiore. Chiedere il divino equilibrio è come chiedere un intervento di riordino, una “chirurgia dell’anima” che ristabilisca la giusta proporzione.

In questo equilibrio l’individuo può vivere nel mondo senza esserne preda. Può partecipare alla realtà senza identificarsi con i suoi giudizi, le sue pressioni, le sue etichette. Può finalmente essere se stesso.

Affidarsi a Colui che ci conosce da sempre significa riconoscere che esiste una verità su di noi più antica di ogni ferita. Ripetere una benedizione, custodirla come un diamante nella cassaforte della mente, non è un atto di fuga dalla realtà, ma un gesto di profonda responsabilità verso la propria crescita.

Liberarsi dagli specchi deformanti è un cammino. Richiede tempo, ascolto e dedizione. Ma è l’unica via che conduce dall’immagine all’essenza, dalla sopravvivenza alla vita autentica. In quel passaggio silenzioso, l’essere umano smette di cercarsi negli occhi degli altri e inizia finalmente a riconoscersi.

Anche oggi dunque una lectio magistralis intensa e accorata, un atto di servizio puro, traboccante di Amore vero: sempre unico Swami Roberto. Generosamente ci ha offerto nuove Divine Istruzioni per liberarci dalle illusioni della nostra mente, dai fardelli del nostro passato e, in particolare, dalle immagini distorcenti “appiccicate” su di noi, che ci cristallizzano in una forma lontana dalla nostra autentica essenza e che ingabbiano la nostra totale manifestazione. Quando si è se stessi, si è molto più fermi, molto più determinati, molto più consapevoli, molto più tranquilli e molto più sani. Perché, dunque, non esserlo? Perché non iniziare a portare al mondo la vera essenza di noi?
In chiosa, si riporta un mantra in sanscrito, potente canto di protezione e centratura proveniente dalla tradizione del Kundalini, sicuramente molto utile per la crescita spirituale di ciascuno:
Aad Guray Nameh – Mi inchino alla Saggezza Primordiale (all’inizio di tutto).
Jugaad Guray Nameh – Mi inchino alla Saggezza attraverso le ere (che attraversa il tempo).
Sat Guray Nameh – Mi inchino alla Vera Saggezza (la verità qui e ora).
Siri Guru Devay Nameh
Mi inchino alla Grande e Invisibile Saggezza.
(In sintesi: Mi inchino innanzi alla Divina Sapienza di Dio Padre, l’Eterna Fonte del Tutto).
Annunziato Gentiluomo

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