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“Tosca” al Teatro Regio di Torino: un esito musicale a chiaroscuri

“Tosca” al Teatro Regio di Torino: un esito musicale a chiaroscuri

Tralasciando volutamente l’apparato scenico e la regia di Stefano Poda, già ampiamente trattati in altra sede, l’attenzione si concentra qui sull’assetto musicale di Tosca di Giacomo Puccini, nella recente produzione del Teatro Regio di Torino. La lettura musicale affidata a Andrea Battistoni non riesce a imprimere alla partitura quella tensione drammatica e quel respiro teatrale

Tralasciando volutamente l’apparato scenico e la regia di Stefano Poda, già ampiamente trattati in altra sede, l’attenzione si concentra qui sull’assetto musicale di Tosca di Giacomo Puccini, nella recente produzione del Teatro Regio di Torino.

La lettura musicale affidata a Andrea Battistoni non riesce a imprimere alla partitura quella tensione drammatica e quel respiro teatrale che costituiscono l’essenza stessa del capolavoro pucciniano. La bacchetta del direttore appare indubbiamente ferma, chiara e tecnicamente controllata, ma l’esito complessivo risulta poco incisivo: le dinamiche sono raramente scavate, i contrasti emotivi smussati, con una conduzione che tende alla monotonia e che fatica a far emergere la complessa trama di chiaroscuri della scrittura orchestrale.
La musica procede così in una sorta di “sordina espressiva”, dove l’eleganza del gesto non si traduce in autentica magia sonora né in palpabile tensione narrativa, lasciando spesso i cantanti privi di un reale sostegno drammatico.

Di ben altro spessore risultano invece le prove corali. Il Coro del Teatro Regio di Torino, preparato da Gea Garatti Ansini, offre una prestazione di alto livello: coeso, preciso, plastico nel suono e capace di restituire con efficacia tanto la solennità liturgica quanto il peso drammatico delle masse. Ottima anche la prova del Coro di Voci Bianche, diretto da Claudio Fenoglio, impeccabile per intonazione e purezza timbrica.

Approfondendo l’analisi del cast, si passeranno in rassegna entrambi i cast, analizzando per ciascun ruolo prima i solisti del primo.
Chiara Isotton si impone come una Floria Tosca consapevole e pienamente risolta. Il personaggio è affrontato con sicurezza e intelligenza teatrale, sostenuto da una linea di canto pertinente allo stile pucciniano e da una tecnica solida che le consente di gestire con naturalezza tanto i momenti lirici quanto quelli di maggior tensione drammatica. L’emissione è omogenea, il fraseggio curato, e la presenza scenica risulta vivace e incisiva, contribuendo a delineare una Tosca credibile, intensa e mai sopra le righe. Molto ben timbrata Vissi d’arte.

Nel ruolo del titolo, Ekaterina Sannikova propone una Tosca dal profilo problematico. L’interpretazione appare nevrotica ma sorprendentemente piatta sul piano espressivo: mancano i filati, il fraseggio è poco cesellato e Vissi d’arte scorre senza autentica partecipazione emotiva. L’emissione vocale, più istintiva che sorretta da una tecnica solida, scivola talvolta in un gusto verista che finisce per appiattire la complessità del personaggio, privandolo di quella nobiltà tragica che ne costituisce l’essenza.

Martin Muehle offre un Mario Cavaradossi elegante e ben rifinito. La vocalità, proiettata e sicura, non sempre aderisce in modo ortodosso al dettato pucciniano, ma si dimostra efficace e coerente con un allestimento dall’impronta quasi cinematografica. Il tenore mostra inoltre una buona duttilità scenica, muovendosi con naturalezza e restituendo un personaggio credibile sul piano teatrale, sorretto da una solida tenuta vocale.

Nel ruolo di Cavaradossi, Vincenzo Costanzo colpisce innanzitutto per la notevole plasticità fisica, che gli consente di affrontare le più ardite richieste sceniche cantando spesso in posture poco favorevoli. Vocalmente emerge soprattutto nel terzo atto, dove la naturalezza dell’emissione e la limpidezza del timbro conferiscono grande incisività alla prova. Ben pennellata la celeberrima E lucevan le stelle. Proprio questa naturalezza, tuttavia, tende talvolta a mettere in ombra un approfondimento interpretativo sul personaggio. Nel complesso, comunque, quella del tenore napoletano è stata una performance di tutto rispetto.

Roberto Frontali costruisce uno Scarpia ben tratteggiato, asciutto e determinato. La voce, vellutata e autorevole, si presta perfettamente a delineare il profilo del capo della polizia pontificia, mentre il ghigno sinistro di colui che faceva tremare “tutta Roma” emerge con efficacia, senza ricorrere a inutili fronzoli interpretativi. La prova si distingue per coerenza e misura, offrendo un ritratto credibile e solido del personaggio.

Claudio Sgura disegna uno Scarpia composto e controllato. La sua è una prova misurata, ma perfettamente coerente con il personaggio: la voce, cavernosa e scura, risulta assolutamente idonea al ruolo, restituendo con precisione l’autorità e la perversione del capo della polizia pontificia, pur senza eccessi istrionici. Notevole il suo fraseggio.

Matteo Tircaso è un Sagrestano piuttosto in sordina, suo malgrado, in quanto tanto la lama come lo squillo sono interessanti: la vocalità è rotonda, ma la presenza scenica e la proiezione risultano penalizzate, tanto da farlo talvolta scomparire tra le guardie svizzere.
Cristiano Olivieri affronta il ruolo di Spoletta con un’impostazione energica e marcata. Non sempre preciso sul piano vocale, tende talvolta a esasperare il personaggio, ma dal punto di vista ritmico la sua prova risulta funzionale e ben inserita nel meccanismo drammatico dell’opera.
Decisamente meno convincente lo Spoletta di Daniel Ubellino, spesso fuori tempo e privo della giusta incisività.

Buone, invece, le prove di Igor Durlovski nei panni di Angelotti, solido vocalmente e credibile anche sul piano scenico; di Eduardo Martínez (Sciarrone), dotato di voce rotonda e ben proiettata, e di entrambi gli interpreti del Carcerie: sia Lorenzo Battagion sia Roberto Calamo vestono, infatti, con cura quasi maniacale il ruolo. Ottima, infine, la prova di Biagio Gallo e Jacopo Gallo, che interpretano l’aria Io de’ sospiri del Pastorello, distinguendosi per musicalità, freschezza timbrica e forza scenica.

Questa Tosca del Regio si configura dunque come uno spettacolo con delle ombre anche a livello musicale: a una direzione orchestrale corretta ma priva di reale tensione drammatica fanno da contrappeso eccellenti prove corali e un cast vocale dai risultati a tratti alterni. Un’esecuzione che lascia intravedere spunti interessanti, ma che nel suo complesso non riesce a sprigionare fino in fondo la potenza tragica e passionale del capolavoro pucciniano.
L’allestimento si potrà godere ancora 17, 19, 20 e 21 giugno, sempre alle 20.00, eccetto domenica alle 15.00.
Annunziato Gentiluomo

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