Sono le terre di Babilonia il mondo lontano di Nabucco, terza opera di Giuseppe Verdi, composta su libretto di Temistocle Solera e rappresentata per la prima volta alla Scala di Milano nel 1842. Un titolo destinato a segnare una svolta decisiva nella parabola artistica del compositore, trasformando un giovane musicista ancora poco conosciuto nel nome
Sono le terre di Babilonia il mondo lontano di Nabucco, terza opera di Giuseppe Verdi, composta su libretto di Temistocle Solera e rappresentata per la prima volta alla Scala di Milano nel 1842. Un titolo destinato a segnare una svolta decisiva nella parabola artistica del compositore, trasformando un giovane musicista ancora poco conosciuto nel nome più atteso e celebrato della scena lirica italiana. Al Teatro Regio di Parma, il dramma del sovrano assiro e del popolo ebraico torna a vivere in un allestimento che coniuga essenzialità visiva, accuratezza gestuale e una lettura musicale di notevole intensità, restituendo alla partitura verdiana tutta la sua forza teatrale e la sua sorprendente attualità.


La messinscena firmata da Pier Luigi Pizzi, che cura regia, scene e costumi, si distingue per una concezione scenografica scarna, nella quale ogni elemento è selezionato con attenzione e concorre alla costruzione del significato complessivo. Non è la ricchezza degli apparati a imporsi, bensì la capacità di affidare alla combinazione dei colori, alla disposizione dei corpi e alla precisione dei movimenti il compito di dare profondità alla vicenda. Una scelta che evita il superfluo e lascia emergere la dimensione universale del dramma, facendo sì che la storia di Nabucco non rimanga confinata nel passato biblico, ma parli direttamente al nostro presente.
Gli sfondi si susseguono attraverso una progressione cromatica accuratamente calibrata: dal bianco e nero iniziale si passa alle tonalità del giallo, dell’arancione e del rosso, fino al ritorno conclusivo del bianco, in una circolarità visiva che sembra ricondurre la vicenda a una nuova condizione di equilibrio. Anche i costumi partecipano pienamente a questo disegno. Gli ebrei sono caratterizzati inizialmente da una palette più sobria, giocata sul bianco e sul nero, mentre gli assiro-babilonesi indossano abiti vermigli, dalle tonalità accese e quasi fantascientifiche. Una dicotomia cromatica netta, ben realizzata, che rende immediatamente percepibile il conflitto tra i due popoli e ne accentua la contrapposizione scenica.
L’attenzione di Pizzi per la caratterizzazione dei personaggi è maniacale, nel senso più positivo del termine. Si percepisce uno studio particolareggiato di ogni gesto, di ogni postura e di ogni spostamento sul palcoscenico. La precisione diventa ancora più evidente nei movimenti collettivi, dove solisti, masse corali e figuranti, chiamati a incarnare il mondo assiro-babilonese, si muovono con una coesione e una disciplina davvero notevoli. Le relazioni tra i personaggi sono costruite attraverso una gestualità misurata, mai lasciata al caso, che contribuisce a rendere leggibile la trama anche nei momenti di maggiore concitazione.
Tra gli elementi scenici spicca, all’inizio, un enorme candelabro a sette braccia, simbolo della tradizione ebraica, che viene abbattuto a testimonianza della profanazione del tempio e della sopraffazione esercitata dagli invasori. Sullo sfondo, una struttura legata al culto idolatrico, destinata a precipitare dopo la conversione di Nabucco, traduce visivamente la caduta di un sistema di potere e di una concezione assolutistica del sacro. A completare l’apparato interviene un trono, presenza emblematica dell’autorità regale. Per il resto, lo spazio rimane essenziale, quasi spoglio, proprio per consentire alla storia e ai suoi protagonisti di occupare il centro della scena.
Le luci, curate da Massimo Pizzi Gasparon Contarini, svolgono un ruolo determinante: modellano gli ambienti, conferiscono profondità alle immagini e accompagnano con sensibilità le trasformazioni drammatiche, valorizzando tanto i singoli interpreti quanto le masse. I movimenti scenici di Marco Berriel si integrano con efficacia nella visione registica, contribuendo a quella precisione complessiva che costituisce uno dei punti di forza dello spettacolo.
La scelta minimalista non impoverisce dunque il dramma, ma lo libera da ogni possibile sovrastruttura, riportando in primo piano questioni che appartengono tragicamente anche al nostro tempo: la guerra, i personalismi, la volontà di supremazia di un popolo sull’altro, l’uso della religione come strumento di potere e le contrapposizioni identitarie che trasformano le differenze in occasioni di conflitto. In questa prospettiva, Nabucco supera la propria cornice storica e religiosa per diventare una riflessione sulla fragilità dell’autorità, sulla violenza esercitata in nome di una presunta superiorità e sulla possibilità di una trasformazione interiore. Una messinscena che, proprio attraverso la sottrazione, riesce a parlare con chiarezza al pubblico contemporaneo.
Sul podio dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna e alla guida del Coro del Teatro Regio di Parma, preparato da Martino Faggiani, Francesco Lanzillotta firma una direzione sublime e intensamente partecipata, nella quale il gesto musicale si traduce in una presenza fisica e teatrale di grande efficacia. La bacchetta non si limita a scandire tempi e dinamiche: è sostenuta da una corporeità che sembra fondersi con la partitura, seguendone gli slanci, le tensioni e le improvvise aperture con una naturalezza che restituisce alla musica tutta la sua energia drammatica.
La lettura è potente, assertiva, precisa e ben scandita, ma non per questo rigida. Lanzillotta dimostra di saper governare la tensione senza appiattirla su un andamento costantemente incalzante; al contrario, sa concedersi il tempo necessario per approfondire le pieghe interiori dei personaggi, valorizzare le relazioni e lasciare emergere la densità espressiva delle singole pagine. Il respiro teatrale è ampio, ma sempre sorvegliato; l’impeto non diventa mai concitazione fine a sé stessa e la cura del dettaglio non compromette la visione d’insieme.
Particolarmente apprezzabile è la capacità di mantenere un rapporto costante e proficuo tra buca e palcoscenico. Lanzillotta si rivela un abile nocchiero, capace di accompagnare i cantanti, sostenerne le esigenze espressive e valorizzarne le peculiarità senza perdere il controllo dell’architettura musicale. Le voci sono ben orchestrate e trovano il giusto spazio anche nei momenti di maggiore densità sonora, mentre le pagine d’insieme restituiscono con evidenza la qualità del lavoro svolto sul piano dell’equilibrio e della concertazione.
L’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna risponde con precisione alle indicazioni del maestro, sostenendo con efficacia la varietà della scrittura verdiana e contribuendo alla tenuta complessiva dello spettacolo. Ma è il coro a imporsi con particolare evidenza: compatto, incisivo e convincente, offre una prova di notevole livello, animata da passione ed entusiasmo. Le mezzevoci sono ben sostenute e i momenti di pieno organico acquistano un’imponenza che non sacrifica la chiarezza del tessuto musicale.
Naturalmente, uno dei momenti più attesi è il celeberrimo Va’, pensiero, eseguito con partecipazione e notevole efficacia. Il coro ne restituisce il carattere elegiaco e la tensione emotiva, evitando di ridurlo a un semplice momento celebrativo e lasciando emergere il senso di nostalgia, perdita e speranza che attraversa la pagina. Il risultato è di grande presa sul pubblico, che accoglie la prova con un calore particolarmente significativo.
La direzione di Lanzillotta costituisce, in definitiva, uno dei cardini di questo Nabucco: una lettura che coniuga solidità tecnica, energia e sensibilità interpretativa, dimostrando come la partitura verdiana possa essere affrontata con vigore senza rinunciare alla ricerca di sfumature e profondità.
Il cast si distingue per una buona omogeneità vocale e per la capacità di costruire pagine d’insieme equilibrate, nelle quali le diverse personalità artistiche trovano una collocazione efficace. Tutti gli interpreti contribuiscono alla riuscita dello spettacolo, con alcune prove che si impongono per qualità tecnica, presenza scenica e intensità espressiva. Gli applausi, particolarmente calorosi per Lidia Fridman, Michele Pertusi, Laura Verrecchia e soprattutto Francesco Lanzillotta, testimoniano il consenso convinto del pubblico.
Nei panni di Abigaille, Lidia Fridman offre una prova di straordinaria sicurezza, distinguendosi per precisione, naturalezza e padronanza dello strumento vocale. La tecnica è notevole, così come l’estensione e la capacità di proiezione, che le consentono di attraversare con autorevolezza una parte tra le più impegnative del repertorio verdiano. Gli acuti svettano con luminosità e sicurezza, mantenendo una qualità sonora che contribuisce a rendere incisivi i momenti di maggiore tensione.
Ma è soprattutto sul piano interpretativo che la Fridman convince pienamente. La sua Abigaille possiede una forza scenica magnetica: ogni gesto, ogni sguardo e ogni intervento vocale sembrano nascere da una necessità drammatica precisa. L’artista abita il palcoscenico con una naturalezza fuori dal comune, dominando la scena senza mai apparire artefatta. È un’autentica animale da palcoscenico, capace di coniugare potenza, controllo e personalità, facendo della complessità del personaggio un terreno privilegiato per esprimere tutte le proprie risorse.
Ariunbaatar Ganbaatar veste i panni del protagonista con una vocalità di grande interesse. Il timbro è nobile, la lama luminosa e la proiezione convincente; il baritono sa conferire al sovrano assiro una presenza autorevole, restituendone le diverse sfumature e accompagnandone il percorso dalla tracotanza iniziale alla crisi e alla trasformazione. La sua prova si inserisce con efficacia nell’equilibrio complessivo del cast, contribuendo a delineare un Nabucco credibile e scenicamente presente.
Michele Pertusi, beniamino del pubblico del Regio, affronta il ruolo di Zaccaria con profondità e notevole spessore scenico. La sua è una prova di grande esperienza, sostenuta da una capacità declamatoria eccelsa e da un impeto teatrale che conferisce al gran pontefice ebreo una statura solenne. Pertusi sa dare peso alla parola, rendendo incisivi gli interventi e conferendo al personaggio una forte autorevolezza. Si rilevano alcune lievissime imprecisioni nelle zone più cavernose della tessitura, aspetti circoscritti che non compromettono una prestazione complessivamente davvero notevole. A prevalere sono la personalità interpretativa, la padronanza del palcoscenico e la capacità di dare sostanza drammatica al ruolo.
Laura Verrecchia, nei panni di Fenena, dimostra fin dal suo ingresso di abitare naturalmente il personaggio. La linea di canto è interessante, la tecnica solida e la qualità vocale si accompagna a uno spessore interpretativo che evita ogni semplificazione. La voce possiede una bella lama e si distingue per incisività, mentre la costruzione del ruolo rivela sensibilità e consapevolezza. La sua Fenena si inserisce con pertinenza nel tessuto drammatico, contribuendo a dare rilievo alla dimensione più intima e umana della vicenda.
Andrés Moreno García affronta Ismaele con una voce luminosa e una buona capacità di proiezione. La parte appare nelle sue corde e il tenore dimostra di possedere gli strumenti per sostenerla con dignità. In questo allestimento, tuttavia, il personaggio finisce per rimanere un poco in ombra, soprattutto nel confronto con personalità vocali più robuste e scenicamente incisive. Il ritmo serrato di alcuni passaggi e la forza dirompente dei colleghi contribuiscono a ridurre la sua visibilità complessiva. Si tratta, comunque, di una prova positiva, che porta a casa il risultato e si integra correttamente nell’economia dello spettacolo.
Molto valida anche la prestazione del basso Adriano Gramigni, che interpreta il Gran Sacerdote di Belo con agio e determinazione. La voce presenta una lama efficace e una buona capacità d’incisione, permettendogli di delineare il personaggio con la necessaria autorevolezza. Il suo contributo è puntuale e ben inserito nel disegno complessivo.
Squillante e prestante il tenore Simone Fenotti, che veste i panni di Abdallo con la giusta carica, affrontando il ruolo con decisione e mettendo in evidenza una bella lama vocale. La sua prova si distingue per energia e pertinenza, senza perdere di vista la funzione del personaggio nell’economia drammatica.
Valida e convincente, infine, Maria Cristina Bellantuono nel ruolo di Anna, che interpreta con appropriatezza, contribuendo con professionalità alla coesione del cast e alla buona riuscita delle scene d’insieme.
Questo Nabucco al Teatro Regio di Parma è dunque uno spettacolo ben costruito, nel quale la coerenza della visione registica, la cura minuziosa dei movimenti scenici, l’intelligenza dell’impianto cromatico e la qualità della direzione musicale concorrono a un risultato di notevole efficacia. La scelta di una scenografia essenziale non impoverisce la vicenda, ma ne mette in risalto la dimensione simbolica e universale, mentre la bacchetta di Francesco Lanzillotta imprime alla partitura un’energia trascinante, senza rinunciare alla profondità e alla ricerca espressiva.
A completare il quadro, un cast complessivamente valido, con punte di eccellenza che trovano in Lidia Fridman e Michele Pertusi due interpreti di grande spessore, affiancati dalla prova significativa di Laura Verrecchia e dalla presenza autorevole di Ariunbaatar Ganbaatar. Il coro si conferma una componente di primo piano e l’orchestra sostiene con solidità una lettura musicale che ha il merito di restituire al dramma verdiano tutta la sua urgenza.
Il pubblico, al termine, tributa applausi calorosi e manifestazioni di entusiasmo, con un’accoglienza particolarmente intensa per i protagonisti e per il direttore. Un consenso che appare pienamente giustificato dalla qualità complessiva dell’allestimento.
Uno spettacolo da vedere, dunque, non soltanto per la bellezza della musica verdiana e per la riuscita delle prove vocali, ma anche per la capacità di riportare al centro questioni che continuano a interrogare la nostra contemporaneità: il rapporto tra potere e religione, la violenza dei conflitti identitari, la sopraffazione e la possibilità di una conversione autentica.
Le ultime due recite sono in programma domenica 18 e sabato 24 ottobre 2026, entrambe alle ore 20.00.
Annunziato Gentiluomo




















